Iridologia e Ayurveda: l'uomo e le tre energie vitali nell'iride
di Federica Zanoni

Colui che vede tutti gli esseri in sé e se stesso in tutti gli
esseri non prova più odio

Isha Upanishad

Sommario
La ricerca che è stata effettuata ha affrontato e sviluppato un’ipotesi di integrazione tra discipline.
La domanda centrale cui si è cercato di dare risposta è stata: “E’ possibile rilevare la costituzione ayurvedica di un soggetto attraverso l’analisi iridologica?
A questo scopo sono stati elaborati dei questionari per la rilevazione della costituzione ayurvedica e mappe iridologiche sperimentali in cui gli organi riflessi nell’iride vengono identificati in base al criterio della sede dei tre Dosha ( Vata, Pitta e Kapha). I soggetti presi in esame sono stati 34. Per 27 tra loro ( 79.41%) si è verificata la coincidenza tra Dosha emerso come dominante dalla compilazione dei questionari somministrati e Dosha prevalente dedotto da lettura iridologica. La possibilità di rilevare la costituzione ayurvedica dall’iride e contemporaneamente individuare l’organo in situazione di deficit, debolezza, iperfunzionalità, può offrire interessanti opportunità di approccio di trattamento integrato. Nell’ambito dello studio sono state illustrate, a questo proposito, anche le strategie offerte dalla Naturopatia in vista del raggiungimento dello stato di equilibrio e benessere in un’ottica di sinergia tra discipline.

Capita spesso mentre si lavora ad una tesi o comunque a qualche progetto di questo tipo, che conoscenti ed amici formulino una delle domande più difficili da sostenere e quasi impossibili da soddisfare perché si è ancora immersi nei dubbi e nelle incertezze. Il quesito è : “A cosa può essere utile questo lavoro?”, “Che vantaggio può dare?”....E non c’è domanda peggiore. Non tanto perché non si nutra fiducia od amore verso quello che si sta facendo, infatti non sarebbe possibile credo continuare nelle proprie più o meno impegnative ricerche senza una vera passione, ma in quanto ci si rende conto che le persone sentono la necessità di risposte che abbiano un fine, anche piccolo, su loro stessi e sul loro benessere. Nello studio intrapreso riguardo alla possibilità di costruire un piccolo ponte di collegamento tra Iridologia e Ayurveda i risultati penso possano contribuire a rispondere alla richiesta di una, seppur minima, utilità in termini di strumenti a disposizione verso il raggiungimento di una migliore qualità di vita. Queste due discipline possono offrire delle vere possibilità di trasformazione non solo da un punto di vista dell’equilibrio-benessere fisico, ma anche nel proprio modo di percepire se stessi e tutto ciò che ci circonda utilizzando i nostri sensi per identificare il proprio corpo, le proprie emozioni ed il mondo in termini di quelle qualità che hanno insite in loro stesse la caratteristiche della modificazione e del cambiamento. Freddo-caldo, solido-liquido, ruvido-liscio, duro-morbido, pesante-leggero…non sono solo coppie di termini in opposizione, ma secondo l’Ayurveda rappresentano la vita stessa, che va avvertita nelle sue incessanti mutazioni in un continuum senza sosta. Nel momento in cui riusciamo a sviluppare la giusta sensibilità per avvertire anche le minime variazioni, abbiamo in mano una delle chiavi dell’equilibrio di noi stessi che va, se necessario, ribilanciato e assecondato seguendo i ritmi della natura.
Anche l’Iridologia offre un mezzo di lettura assolutamente dinamico. Essa, specie grazie ai nuovi approcci, si sta indirizzando verso una interpretazione di segni e irregolarità iridee, pupillari, sclerali che vadano al di là del loro valore diagnostico dal punto di vista organico. Capacità di diagnosi che, è sempre bene ricordarlo, non si propone di sostituire quella clinica della quale può semmai costituire un ottimo supporto. Sono nati e cresciuti quindi la ricerca e l’approfondimento dei messaggi dell’iride sui quei piani sottili che possono essere in grado di chiarire alcuni meccanismi e cause profonde del disturbo o dello squilibrio. Il corpo non è più solo fisico, ma energetico, emotivo, psico-mentale, spirituale e la sua disarmonia può essere rilevata anche dai segni iridei, se correttamente interpretati. La stessa Iridologia Applicata che si ispira a diversi modelli di interpretazione dell’iride e a concetti derivati da : Psicologia del profondo, Consulti transpersonali, Medicina Orientale e Omeopatia classica, è un approccio che si propone di indagare il flusso di energia, frutto dell’armonia tra aspetto energetico, fisico e mentale, unico per ognuno di noi e il cui squilibrio precede il disagio fisico. Un flusso di energia quindi che può essere immagazzinato o liberato, trovarsi in situazione di carenza o di eccesso, luce od ombra, ma in ogni caso non è statico e l’iride stessa è il simbolo di questo movimento-polarità attraverso il significato dei suoi segni.
L’universo fisico stesso è una realtà in continua trasformazione Al suo interno non vi è nulla che rimanga sempre uguale a se stesso, nemmeno le stelle e le galassie. Tutto ciò che nasce è destinato prima o poi a morire e a dare vita a qualche altra entità. Per questo motivo i buddisti parlano di “impermanenza” e interdipendenza delle cose : ciò che siamo oggi è frutto di qualcosa che è venuto prima di noi e che si è trasformato nel nostro essere. La materia che sta nel nostro organismo abitava forse nelle stelle, nelle nuvole, nella roccia o nell’oceano tanto tempo fa. Ognuno di noi viene da molto, molto lontano ed ognuno di noi è destinato a durare molto, molto a lungo. E’ una prospettiva sicuramente affascinante, in un certo senso anche rassicurante, perché dà il senso della continuità. Niente finisce, tutto si trasforma. E’ in questa visione che in un certo senso ho voluto collocare lo studio che è stato effettuato. Nel cercare di armonizzare due arti che sono principalmente unite dallo sforzo di vedere l’uomo come unico, inimitabile e non accostabile a nessun altro. La pretesa di fonderle l’una nell’altra è forse un obiettivo troppo ambizioso ed irraggiungibile, ma credo valga sempre la pena di tentare nel limiti delle proprie capacità e competenze, di scorgere anche un piccolo momento in cui vivano l’una nell’altra.
L’Ayurveda afferma che la creazione è panchabautika, costituita cioè da cinque elementi basilari che ne rappresentano i blocchi di costruzione. Tali elementi fondamentali, combinandosi in tanti modi diversi, aggregandosi e separandosi, danno origine alle molteplici forme, grandi come la terra o piccine come un filo d’erba. Anche le dita della nostra mano rappresentano i cinque elementi : il pollice corrisponde all’Etere, l’indice all’Aria, il medio al Fuoco, l’anulare all’Acqua e il mignolo alla Terra ( vedi figura). I cinque elementi, partendo dallo spazio luminoso (Akasha, Etere) e terminando con la Terra (Prithivi) corrispondono a stati sempre più densi della materia fisica.
Etere è l’elemento più sottile, invisibile alla percezione sensoriale, mentre Prithivi è l’elemento più grossolano e tangibile attraverso i sensi. L’Aria (Vayu), il Fuoco (Tejas) e l’Acqua (Jala) rappresentano gli stadi intermedi della materia. Secondo l’Ayurveda la creazione fisica origina da uno campo non manifesto, che contiene racchiuse in sé tutte le potenzialità espressive. Allo stesso tempo mi piace pensare all’iride come ad uno scrigno pieno di potenzialità espresse e inespresse e di conseguenza rappresenta essa stessa un piccolo universo, o comunque una perfetta armonia dei cinque elementi condensati sul nostro viso ed è come se guardando gli occhi di chi ci sta di fronte magari rapiti da toni e sfumature, stessimo fissando l’universo intero. Gli stessi antichi veggenti (Rishi), i padri dell’Ayurveda, vedevano il corpo in maniera diversa da noi.


Questi antichi sapienti indiani, grazie alla loro conoscenza, ebbero la capacità di distinguere tutti gli aspetti della vita per poterla condurre mantenendo una salute ottimale e longeva. La medicina ayurvedica attribuisce scarsa importanza agli organi in quanto tali : il fegato, per es., nei testi antichi viene appena menzionato e così pure i polmoni, mentre non vi è descrizione di organi pur importanti come pancreas e cistifellea. Come hanno spigato molti studiosi di questa disciplina una mancanza così vistosa? Ai loro occhi il corpo umano doveva apparire come una rete di simboli, una sorta di mappa cifrata dei misteri dell’universo, non si spiega altrimenti perché Charaka (Charakacharaya era un eminente medico indiano esperto in filosofia ed astronomia), abbia fatto menzione del numero dei capelli e dei peli del corpo (29.956) apparentandolo a quello dei capillari (29.956) o perché abbia contato tante ossa del corpo quanti sono i giorni dell’anno. L’anatomia ayurvedica è un’anatomia esoterica, il suo studio serve a comprendere le realtà del macrocosmo e, in ultima analisi, a condurre l’individuo verso la liberazione. Sul corpo umano visto come rappresentazione dell’universo, lo stesso Charaka ha scritto la seguente sentenza : “L’uomo è la misura dell’universo. Le differenti entità che sono nell’universo sono anche nell’uomo, come le differenti entità che sono nell’uomo sono anche nell’universo”. Il maestro ayurvedico Charaka, scrisse il più importante testo ayurvedico che ci è accessibile, Il Charaka Samhita, attorno al 700 a.c. Circa un secolo dopo Sushruta (Susurutacharya fu uno dei grandi chirurghi nell’Antica India) che viveva vicino a quella che oggi è Benares, scrisse il Sushruta Samhita. Il Charaka Samhita contiene un’ampia quantità di informazioni su teoria e filosofia della medicina, sulla pratica generale della medicina e sull’uso di erbe e di alimenti per la guarigione. Il Sushruta Samhita, fornisce innumerevoli informazioni circa la pratica chirurgica ed ancora oggi è adottato come testo di studio anche da alcuni medici occidentali. Ambedue questi antichissimi scritti forniscono informazioni circa il corpo umano e la sua funzionalità assolutamente incredibili per il tempo in cui furono redatti. Deepak Chopra, noto endocrinologo e medico ayurvedico, definisce il corpo umano come “un campo di infinita correlazione”. Che cos’è un campo di infinita correlazione? Pensiamo a una grande officina al cui interno molte attività vanno avanti simultaneamente, correlate le une con le altre. Il nostro corpo si comporta all’incirca allo stesso modo : esso può pensare, provare emozioni, inspirare ed espirare, digerire cibo, eliminare scarti, produrre anticorpi e dare forma a una nuova vita tutto allo stesso tempo e senza compiere sbagli. Se l’Ayurveda è il più antico sistema ancora praticato per la cura e il benessere della persona umana, vista e considerata in modo unitario ed integrato tra corpo, mente e spirito, la nostra medicina occidentale ha studiato analiticamente l’essere umano: “Essa oggi appare come un bambino che ha smontato il suo giocattolo più bello per indagarne i segreti : ora, seduto in terra, davanti a tutti i pezzetti, a volte attonito, non riesce più a ritrovare il senso logico della varie parti in cui l’ha ridotto ed, in cuor suo, piange”. (Annik de Souzenelle).
Da più parti viene la richiesta che l’individuo sia considerato indiviso, armonico. Si propongono pertanto in tutta la loro attualità le considerazioni unicistiche, olistiche, che considerano la persona umana come complesso indivisibile, almeno fino alla morte. L’Ayurveda ha già scritto nel suo nome il senso più profondo della relazione terapeutica, dove ved è un fonema indoeuropeo, sanscrito, da cui il latino ha ricavato “videre”, lo stesso verbo latino è stato poi modificato nel tempo assumendo la forma di “visere” che a sua volta è mutato, in una evoluzione che ha voluto attribuire al termine un maggiore significato di svolgersi attraverso azioni e sensazioni, diventando “visitare”. In questo modo si è voluto dare maggior peso a quanto viene richiesto dall’uomo che soffre. Egli desidera essere non semplicemente osservato, ma visitato, ossia considerato attentamente nel suo disagio, non semplicemente “guardato”. La letteratura ayurvedica della persona si afferma nella sua modernità come espressione tangibile del fenomeno umano complesso e integrato. Come una foresta non può essere compresa da un solo boscaiolo, o solo da un botanico ma serve anche un poeta, così la persona può avere più livelli progressivi di comprensione, specie quando è sofferente. Solo il poeta però può cogliere le sfumature delle connessioni e delle interrelazioni del bosco. Nella foresta umana conosciamo gli organi e molte malattie, come “male piante”. Conosciamo poco delle relazioni, delle interrelazioni e delle reciprocità. Questo è singolare, visto che noi stessi siamo nati dalla relazione della reciprocità tra nostro padre e nostra madre. Conosciamo poco delle alterazioni vibratorie, oscillatorie permanenti dei tessuti che compongono il nostro corpo. Queste alterazioni, che dovranno essere studiate, possono costituire il presupposto per uno stato di malattia molecolare che diventerà poi, piano piano nel tempo, “organica”. Solo allora la medicina fenomenologia occidentale, la nostra, riconoscerà l’accaduto identificando una malattia : essa non ha ancora gli strumenti, cosiddetti scientifici, per andare oltre. Le grandi malattie croniche sono quasi tutte reputate “idiopatiche”, ossia vengono considerate come non derivanti da nessun altro processo morboso, rinunciando in questo modo a ricercarne la fonte e/o la causa scatenante.
L’intuizione dell’importanza delle interrelazioni fra gli stati e le loro funzioni è il fondamento della metodologia clinica ayurvedica, essa si può degnamente considerare il precursore poetico di una comprensione sub-molecolare, biofisica della sofferenza umana anche nei sui aspetti biologici.
La persona che soffre, o anche quella che vuole mantenersi in salute, pone da sempre i suoi perché. Questa civiltà medica antica, che resiste da millenni, rappresenta una possibilità di rispondere in modo coerente a questi “perché”, che fondamentalmente ruotano attorno al “perché” dell’instaurarsi della sofferenza. Queste domande ricevono spesso, in Occidente, risposte incoerenti. Alla domanda del paziente : “ Perché da un anno soffro di allergie?”, può essere che il medico risponda : “ Lei ha la una reazione allergica causata dalla presenza del polline delle graminacee”. Ma il paziente aveva posto un’altra domanda, aveva chiesto un perchè, e non un come….. Sarebbe opportuno che ognuno di noi, e a maggiore ragione nella relazione medico-paziente, partisse sempre dal presupposto che il nostro interlocutore, in questo caso il paziente, è intelligente almeno quanto noi. Con l’Ayurveda siamo di fronte ad una possibilità di rispondere meglio alla richiesta di vita già insita nel termine “medico” così come espressa nei geroglifici egiziani. Il fonema “medico”, nell’antico Egitto significava : “ Signore, accordami la vita”.


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