Chelidonium Majus
di Antonella Tomasi



Pianta perenne con fusto eretto, ramificato e cilindrico, tormentoso, fragile che si spezza facilmente in prossimità dei nodi. Contiene un succo lattiginoso, giallognolo - aranciato. Le foglie sono alterne pennate con margine formato da lobi inciso-crenati, molli al tatto di colore verde nella pagina superiore, glauche e grigiastre nella pagina inferiore. I fiori, di un colore giallo acceso, sono raggruppati in ombrelle rade. Il calice si presenta con due sepali (più corti rispetto alla corolla) caduchi precocemente. I petali sono quattro obvati (con parte più stretta in basso), ovali con restrizione al centro, disposti a croce (come per la Tormentilla). Il frutto è una capsula allungata, filiforme che ricorda una Siliqua, un po’ rossiccia all’apice e lunga 3,5 cm. contenente numerosi e piccoli semi neri, lucidi e punteggiati di chiaro. La Chelidonia predilige posti riparati e umidi, è facile trovarla su muri vecchi a mezz’ombra che costeggiano piccoli ruscelli così come ai margini di boschi umidi, freschi e ombrosi, sulle macerie e lungo le siepi, in terreni con buona percentuale di humus.
Il nome deriva dalla parola greca “chelidion” e significa rondine e pare che gli sia stato attribuito da Aristotele. Conosciuta quindi in passato sotto questo nome perchè la credenza racconta che i piccoli delle rondini nascessero ciechi, perché avevano gli occhi chiusi e le loro madri utilizzassero il succo della pianta per donargli appunto la vista. Ma probabilmente il motivo del nome è più plausibile che risalga invece, all’osservazione del periodo di fioritura della pianta, che coincide con l’arrivo delle rondini, e il perdurare del fiore si ritrova ancora alla partenza di questi uccelli.
Il merito della “signatura” va ancora una volta a Paracelso che vide nel colore giallo del suo succo l’analogia con i succhi biliari.
La fama di questa pianta si propagò anche nell’epoca rinascimentale, dove un chimico di nome Raimondo Lulli, posò l’attenzione su questo illustre “semplice”, definendolo una vera panacea: “capace di resuscitare i morti “ .
Quest’erba, utilizzata sin dal medioevo, suscitò grande attenzione tra gli alchimisti, che credevano che il nome Chelidonia provenisse dalla parola ”coeli donum” che vuol dire ”dono del cielo”.
La pianta viene menzionata dal Mattioli, e a proposito della definizione alchemica egli scrive:
Alchimisti impazziti, non sapendo ben eglino, che chelidonia vuol dir hirondinaria, è chiamata donum caeli .Nella cui sentenza confidandosi spesso predicano cavarsi da questa pianta una certa quintessenza…mirabilmente gioevole per la vita de gli uomini in diversi morbi pericolosi…l’erba messa nelle scarpe e calcata coi piedi igniudi giova, come credono alcuni al trabocco di fiele, messa sopra le mammelle delle donne ristagna il flusso dei mestrui…applicata sopra l’ombellico mitige i dolori del ventre e della madrice …il succo è ottimo medicamento per levare i fiocchi, le nugolette, e le cicatrici de gl’occhi, ma per essere acutissimo non si deve adoperare solo …messo il medesimo nelle cavità dei denti gli rompe e li fa cascare, e il medesimo fa ne i porri ongendoneli spesso”

Nell’uso popolare il succo veniva diluito e utilizzato in forme oftalmiche, quali congiuntiviti, catarrate, occhi stanchi, irritati ecc. La polvere della pianta essiccata veniva utilizzata (visto il potere irritante sulle mucose) come starnutatorio (veniva fiutata nel naso in raffreddori e catarri nasali). Ne consigliavano ancora l’impiego del latte fresco su verruche, porri, condilomi, mentre il popolo cinese la utilizza per risolvere i calli e allo stesso modo la consigliava Durante.
Anche l’antico Galeno era a conoscenza delle virtù della pianta:

la chelidonja è fortemente calida e astersiva. Il succo per acuire la vista è molto commodo, e massime in quegli occhi, nella cui pupilla si genera grossezza d’humori i quali riecheggiano medicamenti digestivi, e risolutivi. Alcuni hanno usato la radice al trabocco di fiele, che proceda da oppilattione di fegato “ .

Anch’io ho avuto la possibilità di sperimentare su me stessa questa pianta. Avevo da tempo un porro sotto il pollice, nel palmo della mano, così un giorno, la raccolsi da un muretto, grattai la pellicina sopra il porro e applicai il succo: il porro scomparve dopo poco tempo. Allo stesso modo feci con mia figlia che aveva una verruca fastidiosa e dolente sotto il piede e anche questa dopo poco tempo sparì. Se si osserva attentamente il calice di questa pianta quand’è sfiorita, esso ricorda, nella sua forma, i pori che si formano in alcune parti della pelle (solitamente si notano sul dorso della mano, ma possono presentarsi anche in altri punti della superficie epiteliale).

Le ricerche hanno dato valenza agli usi che si faceva della pianta in passato. La presenza dell’alcaloide chelidonina è responsabile dell’azione antispasmodica.
Le proprietà coleretiche e spasmosolitiche sono affiancate dall’azione sedativa dei centri neuro-vegetativi similmente a quanto avviene con l’utilizzo di derivati oppiacei, favorendo in dosi che superano quelle indicate, uno stato di ”narcosi e ottundimento della sensibilità nervosa” .
Alcuni autori la consigliano come sedativo - analgesico nei dolori fisici che non lasciano prendere sonno, come per certe forme asmatiche.
Recenti ricerche hanno rilevato l’azione batteriostatica, capace di inibire la proliferazione batterica, ed ancora antimicotica del succo, indicata per l’appunto in problemi di micosi.
E’ quindi una pianta da utilizzare con cautela poiché, in forti dosi, può provocare anche la morte, a seguito di stati convulsivi. Se ne consiglia l’uso solo omeopatico.
Signatura: il colore del liquido contenuto nella pianta è in analogia con i succhi biliari.
Componenti principali: alcaloidi, (chelidonina e derivati protropina, berberina, ecc.), flavonoidi, composti polifenolici, saponosidi triterpenici, acido chelidonico, enzimi proteolitici.
Indicazioni: è risultata utile nei dolori spastici delle vie biliari e del tratto gastrointestinale.
Integrazioni: contenente un composto papaverinico farmacologicamente attivo come spasmosolitico, miolitico e narcotico noto come chelidonina. Un altro alcaloide ad azione eccitante e stricnica, stimolatore dei centri motori sottocorticali noto come sanguinaria. La chelleretrina è un alcaloide vasomotore ed eccitante le terminazioni sensitive, anche ad attività antimicotica ed antibaterica. L’utilizzo delle piante trova impiego nelle affezioni caratterizzate da spasmo dei muscoli lisci dell’intestino, dell’utero, dei bronchi, angina pectoris, alcune forme asmatiche, spasmi del tubo gastroenterico e nella cura di alcune malattie del fegato e delle vie biliari, colecistopatie e calcolosi biliare.
Omeopatia: epatopatie, ittero, colelitiasi, colecistopatie, nevralgie, reumatismo muscolare, polmonite biliosa.


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