La Medicina Egizia
di Manuela Melegari

Premessa: il testo che pubblichiamo è una parte di un lavoro più complesso e profondo che è stato elaborato da Manuela Melegari con il titolo “Storia della “medicina naturale” dalle origini alla fine del mondo Antico”. Nei prossimi numeri pubblicheremo le altre parti.

Basi socio culturali e religiose

Come già ricordato le civiltà mesopotamiche, egizie e greche si sono formate in quattro millenni punteggiati da tre cesure importanti: il contatto con gli Hittiti (genti indoeuropee), l’introduzione del cavallo e più tardi la scoperta del nuovo metallo, il ferro. Per dirla con Erodoto l’Egitto era un “dono del Nilo”; infatti, dopo le inondazioni, le acque si ritirarono e lasciarono un limo fertilissimo. Le città di Tebe Nenfi, Eliopoli e Alessandria erano capitali di altrettante monarchie faraoniche, distretti militari e amministrativi. Da costruzioni rudimentali i faraoni si incensavano con la costruzione di templi e necropoli, piramidi e altre forme di arte tra le più sofisticate, mentre il loro potere terreno era dovuto al monopolio dei metalli. La politica militare era latamente imperialista ma soprattutto difensiva. Le guerre si traducevano soprattutto in campagne di polizia contro vicini assetati delle loro fertili terre. Il rifornimento di metalli garantiva alla classe artigiana una sussistenza dignitosa. Le classi medie godevano di una vita più agiata dovuta al commercio delle eccedenze alimentari. I contadini dei villaggi lontani e delle prime e ridenti civiltà agricole neolitiche passarono nella categoria dei poveri insieme agli schiavi impegnati nella costruzione delle piramidi. La società era molto gerarchizzata, dal più ricco al più povero che all’arrivo delle carestie era il primo ad andarsene. Fino a quando i faraoni non avocarono a se la divinità reputandosi “Dio vivente” la classe sacerdotale rappresentava un potere assoluto sulle arti magiche, religiose e sulle nuove scienze. I sacerdoti, custodi e abitanti dei templi, svolgevano qui gli atti del loro culto religioso ma elaborarono anche arti, scienze e tecniche di cui si sentivano depositari. I sacerdoti custodivano un patrimonio conoscitivo elevato corrispondente ai segreti di vita e di morte: gli “Arcana imperii” che aleggiava spiritualmente anche sulle teste dei faraoni. Per superare le malintese e nebulose religioni neolitiche gli scribi, al servizio nei templi, crearono una mitologia pragmatica dove gli dei, completi di nomi e attributi, venivano scelti per un amministrazione dell’universo che rifletteva e sanciva l’amministrazione terrena. Ad esempio il culto principale di Osiride nel Pantheon egizio esprimeva pienamente il concetto di traslazione dal divino al terreno. La sacralità degli dei non aspirava alla santità, alla purezza e alla pace ma più materialmente mirava ad ottenere buone messi, pioggia, figli, ricchezza, vittoria militare salute, tanto che l’immortalità era sentita come un prolungamento della vita terrena. Da qui la necessità delle imbalsamazioni divenute la regola per le classi abbienti. Osiride stesso, che nel “Libro dei morti” dimora in pace con i giusti e giudica le anime dei defunti, veniva considerato una divinità acquatica la forza creatrice e nutritiva del Nilo, personificazione del mondo vegetale e in particolare del grano alimento principale di sussistenza. Allo stesso modo nelle arti non si esprimeva un’ideale astratto di bellezza ma si immortalava una forma umana che ne esprimesse la divinità. In Egitto sulle tombe non si esponevano simboli ma rappresentazioni di vita quotidiana che avrebbe dovuto seguire il defunto nell’oltretomba onde ottemperare al principio di “Immortalità”. Gli stessi faraoni chiamavano loro stessi non più re ma “divini imperatori”; il potere divino della manifestazione terrena. Appare molto evidente, qui nella cultura egizia, come nelle coeve culture cinese e indiana, la volontà teologica di burocratizzare il divino immanente in ogni individuo. Crearsi una realtà immaginaria, popolata di figure di alta levatura spirituale, poteva costituire una potente fonte di moralizzazione sociale.

I Papiri Egiziani I papiri egiziani ben conservati, grazie al favorevole clima caldo secco, risalgono ai secoli XIX-XIII a.C. Alcuni sono stati redatti in geroglifo, altri in ieratico e altri ancora in demotico. Tra i papiri ritrovati di Rmesseum, Kahun, Ebers, Edwin Smith, Hearst, di Londra, di Berlino, di Chester Beatty e Carlsberg, gli studiosi sono stati d’accordo nel riservare un posto preminente ai papiri di Ebers (1550 a.C.) e Smith (1650 a.C.) per la quantità di informazioni riportate e soprattutto perché sono sulle frequenze della moderna medicina. Ricette e formule magiche di più difficile interpretazione, come quelle contenute nel papiro di Ramesseum e il papiro di Londra, sono state ignorate come inutili convalidando, così, l’idea inveterata nell’attuale campo scientifico che un fenomeno sconosciuto sia da eliminare quando potrebbe portare veri squarci conoscitivi.

La medicina teurgico-sacerdotale Nell’Egitto delle città-tempio il clero si arrogò il diritto di essere tramite tra il mondo terreno e il divino, di salvare le anime e di guarire dalle malattie. Si riteneva che le malattie provenissero dai demoni e a questi erano indirizzate le formule sacre, antichi riti misterici, uso di parole pronunciate, gesti propiziatori che accompagnavano gli incantesimi completi di amuleti e talismani come acqua, vino, olio,incenso,profumi, erbe e altri elementi naturali simbolicamente ricercati. Lo stesso papiro di “Ebers” si apre con una invocazione magica destinata a richiamare le ragioni della sua origine divina. Nella teologia egizia era presente, Imhotep, la divinità che assurgeva al rango di dio della medicina; prima figura di medico emersa dalla nebbia dell’antichità e vissuto nella terza dinastia (2980 a.C). Le tradizioni successive lo indicano sacerdote, astronomo, mago, uomo dalle conoscenze infinite. Egli aveva la capacità di leggere i documenti della biblioteca del tempio di Thot , fu maestro di magia, autore di libri di medicina e mentore dei dottori e dei maghi e degli alchimisti. I greci secondo un processo di identificazione lo associarono al loro dio Ermes del pantheon olimpico e ad Asclepio dio della medicina ma questo fu un errore letterario che spiegherò più avanti. A quei tempi la medicina era completamente ieratica cioè praticata nei templi dove i sacerdoti medici abitavano e vi svolgevano atti di culto insieme all’esercizio delle arti scienze e tecniche; una sorta di sapienza di cui si sentivano depositari. Quanti entravano al loro servizio venivano riconosciuti come “allievi” dei templi dediti all’apprendimento di scrittura, matematica, ingegneria idraulica e fondamenti dell’arte della guarigione. Un posto speciale era dedicato a quest’ultima disciplina. La ragione di questo primato è stata spiegata dagli storici Puccinotti, Rossellini come necessità della medicina di addentellarsi alle altre scienze qui insegnate, compresa l’arte della imbalsamazione con i suoi connessi anatomici e patologici. Ma il vero nocciolo della questione era costituito dal nesso inscindibile tra il sapere teologico e la sapienza medica in quanto la medicina era considerata un arte sacra. Fonti più antiche come Erodoto, Diadoro, Tacito e Plutarco confermano nei loro scritti questo concetto teurgico sacrale ratificato anche dal ricorso alla pratica terapeutica della “Incubazione” che consisteva nell’alloggiare il malato nel tempio dove vi trascorreva una o più notti durante le quali, nel sonno, lo spirito del dio risanatore rivelava diagnosi e cura. Al risveglio dal sonno incubatorio i sacerdoti trascrivevano, su tavolette di argilla o cera o sulle colonne dei templi, i messaggi divini; seguiva la pratica terapeutica indicata. Studio e cure delle malattie furono in seguito raccolte nel “Codice di Embre” il primo libro di medicina conservato dai sacerdoti nel tempio del primo re Thot rappresentato nell’iconografia ufficiale come una figura umana con la testa di Ibis a sua volta sormontata da un disco solare e dalla crescente luna. Completava l’immagine il necessario per scrivere,nelle mani del re. Nella stessa introduzione al papiro di “Ebers” si invoca il dio Thot allo scopo di proteggere l’umanità dalle sofferenze. Nei templi la medicina era un corpo unico con le leggi sacerdotali riprese dallo stesso “Codice di Embre” dal quale scaturivano le regole igieniche e dietetiche indirizzate a tutti compresi i re. Passaggio della medicina da ieratica a demotica ll passaggio dalla medicina ieratica alla medicina demotica non è avvenuto per puro caso. La situazione complessiva culturale, religiosa, economica aveva già posto le basi di questo evento. Innanzitutto il problema molto pratico dell’aumento demografico a causa delle eccedenze alimentari e la corsa verso le città della popolazione contadina aveva contribuito ad una urbanizzazione forzata. Come si evince dal Papiro XIX di Londra interpretato da Forshall chi ricorreva ai sacerdoti per motivi salutistici era notevolmente aumentato e si prefigurò, di necessità, l’aumento di personale medico estratto dalla categoria degli oblati istruiti, a loro volta, nelle sacre lettere e nella medicina. Inoltre la forte gerarchizzazione del sistema medico sacerdotale aveva atomizzato il concetto di figura carismatica del “capo clan” di neolitica memoria e prodotto una classe di sacerdoti suddivisi in ierostolisti, orologhi, patofori; ognuno preposto ad una funzione nella complessità dei templi. Il pantheon egizio, costituito da una collettività di dei e dee, ciascuno deputato ad uno specifico settore dell’universo di cui era causa e ne aveva il controllo, sanciva a livello universale l’amministrazione terrena. Ad esempio, Osiride era la divinità che proteggeva semina e raccolto del grano e tutta la fertilità della vegetazione, Iside era patrona delle magie, Thot, dio della medicina e della guarigione, Seth dio malvagio della morte e delle epidemie ma anche della rigenerazione, Hator, dea dell’amore e della fertilità, Maat, dea serpente divinità preistorica molto potente e l’elenco potrebbe continuare. Si è così passati dall’adorazione di un solo dio Ra, il dio Sole, ad una tassonomia teologica numerosa. Questa parcellizzazione dell’unica divinità ha inferito anche sull’organizzazione sociale mutando la qualità della vita e anche la visione della medicina che si specializzò in varie branche: l’ oculistica, l’odontoiatria, la gastroenterologia l’ostetricia, la ginecologia ecc. In Egitto, Mesopotamia e Grecia si sviluppò, vicino alla medicina sapienziale, esercitata dai sacerdoti, una medicina demotica profana, artigianale costituita da medici artigiani della guarigione, di manipolatori di farmaci e anche di operatori manuali e di arti magiche.



L’eziologia sottile

Nonostante i papiri siano caduti sotto l’attenzione di egittologi rinomati come Georg Ebers e traduttori di spicco come James Henry Breasted non si è trovata traccia dell’ elemento eziologico, la causa delle malattie brilla per la sua assenza in tutti i papiri. La risposta è evidente; ai tempi dei papiri tutti i culti, i rituali, gli incantesimi erano indirizzati ad un pantheon di dei e dee che nei loro attributi negativi diventavano la causa di ogni evento patologico. A conferma di una causa sottile delle malattie concorreva il principio pneumatico sotteso alla teoria medica pre-ermetica che individuava nell’aria eterica, introdotta con le funzioni respiratorie, un elemento di grande valore spirituale: il “Soffio vitale”, l’Anima scesa nel corpo fisico. Bardinet studioso di medicina egizia sostiene che alcuni passi del papiro di Smith fanno riferimento alle “Teorie cosmogoniche” secondo le quali il disordine corporeo è frutto di perturbazione dei “Soffi di vita” che lo percorrono.

Anatomia e fisiologia

Le conoscenze anatomiche dei papiri sono il risultato dell’accettazione del principio di dissezione cadaverica quando, in età tarda, l’immortalità poteva essere acquisita soprattutto da re e nobili pagando un compenso in moneta agli imbalsamatori. Il papiro di “Ebers” tratta diffusamente la natura del cuore anatomico e fisiologico. I suoi paragrafi 854 e 856 e il 16B nel papiro di “Berlino” descrivono la distribuzione dei “Metu” nel corpo identificati con i vasi sanguigni e linfatici, ureteri, uretra, canali respiratori, coledoco epatico, muscoli e nervi tutti orientati verso il cuore da dove risalgono verso il naso per poi ricongiungersi nell’ano (Eb 856 h). Anche se queste affermazioni sembrano non avere attinenza con la fisiologia di questo organo il papiro di “ Ebers” (855 g) afferma che i “Metu” possono portare materiale tossico dall’intestino, dove inizia il processo di decomposizione, a tutto il corpo attraverso la loro rete che si porta verso l’alto, quindi prosegue verso il cuore e dopo aver seguito la piccola circolazione polmonare ritorna al cuore. Verso il basso, invece, i “Metu” portano all’ano le feci composte anche da muco, sangue e liquidi corrotti estranei al corpo. Questo concetto passò alla scuola greca di Cnido in cui il principio della malattia era la “Perissoma” emanazione patologica delle feci formatesi nell’intestino e che distribuiva malattie a tutto il corpo (Stener e Sannders). Ad un livello più sottile nel papiro di “Ani”, una delle versioni più lunghe del “Libro dei morti”, si illustrano vivacemente 60 formule tra cui la “pesatura del cuore”. Il messaggio intrinseco nella metafora è molto educativo. Se Ani, lo scriba reale di Tebe, vuole accedere alla dimora dei giusti il suo cuore deve essere pesato in rapporto col peso di una piuma. Solo se il cuore è leggero come una piuma, Ani, può procedere verso la vita eterna. Anche la medicina tradizionale cinese situa nella stessa loggia energetica il cuore e l’intestino tenue per analoghi motivi vibrazionali.



Le malattie endemiche egiziane

Con la fine del Neolitico la paleopatologia osserva una netta diminuzione delle fratture ossee e per contro un aumento delle lesioni traumatiche dovute a corpi estranei da armi belliche (giavellotti, frecce da arco ecc.) impiantati sul materiale scheletrico. Infine le malattie endemiche, sempre presenti in forma sporadica, sono state ravvisate in modo sparso in molti papiri prima elencati. Qua ricorrono frequentemente Sindromi da parassiti intestinali, le malattie del sangue, come la malattia di “aaa” o clorosis Aegyptica, vale a dire Anemia ipocromica microcitica, Sindromi croniche respiratorie con coinvolgimento dell’apparato cardio-vascolare e semplici sintomi come tumefazione dolorose chiamate malattie uxedu. Le patologie oftalmiche, tra le quali la più descritta era il tracoma o congiuntivite granulosa detta oftalmia egiziana, vengono più volte citate. L’ambiente egiziano era ricco di sabbia che inalata inavvertitamente poteva provocare problemi respiratori e se masticata usurava i denti. Congiuntive e cornee reagivano alla sabbia , acqua del Nilo e al sole cocente infiammandosi. Ancora tipiche dei paesi caldi e ambienti potomiali erano le varie forme di Parassitosi intestinale chiamate sui papiri: “Verme che si distende” (Tenia mesocolica), “Verme strisciante (Ascaris lumbricoides) parassita responsabile delle ascariasi e infine la Bilharziosi (Schistosoma) che fu per l’Egitto ciò che fu la malaria per la Grecia. Essa è una malattia debilitante provocata dal verme parassita Schitosomum haemetobium che compie il suo ciclo nei gasteropodi acquatici e poi nell’uomo. Comunque, se lo storico Erodoto arrivò a chiamare gli egizi “il popolo dei sanissimi” significa che le malattie descritte nei vari papiri erano tutte curabili e non provocavano evento epidemici.



Diagnosi e cura

La più antica clinica egizia che si conosca risale all’arte incubatoria praticata nelle città tempio e protratta fino in età tarda quando passò agli Asclepiadi greci nel primo millennio a.C. Questa arte diagnostica e terapeutica si affidava ai poteri miracolosi dell’acqua e della divinità risanatrice. Sanatori e recinti sacri, annessi ai templi, come quello di Hator a Dendera, ricevevano malati di ogni tipologia patologica che seguivano un percorso protocollare. Il paziente, a digiuno, veniva preventivamente trattato con bagni salutari poi posto su di un letto di foglie secche pronto per ricevere, nel giro di qualche notte, la rivelazione diagnostica dal dio del tempio. La diagnosi del medico egiziano, agli albori della nascente medicina scientifica, non poteva essere come noi lo intendiamo comunque la descrizione dei sintomi era accurata e seguita dalla prescrizione di rimedi per il caso specifico. Per portare un esempio riprendo la “Teoria del tumore” intesa come gonfiore di una qualsiasi parte del corpo e non come neoplasia clinica. Il medico del papiro di “Ebers” dichiarava: “Se tu una tal cosa (il tumore) trovi nella parte inferiore del corpo di un paziente (nel basso ventre) e l’acqua del suo corpo fuoriesce (perdita di urina) allora dirai: “C’è una carenza della vitalità nella parte inferiore del corpo del paziente. Tratterò la malattia inviando calore alla vescica. Dopo avere fatto questo intervenire con uno strumento di rame; non insistere sul mesante (uretra); operare il risanamento a guisa di fabbro”. Questo spaccato delle diagnosi antiche mostra l’assenza di concettualizzazioni nosologiche complicate. Per gli egiziani la malattia ho causa ontologica, esterna al corpo, sia essa fisica come guerre, carestie, insetti, batteri e traumi o divina, dei e dee sempre e comunque esterne al corpo. La cura era riservata alle parti visibili. Tutta l’attività digestiva, dal tipo di dieta osservato dal paziente fino alla completa digestione con la relativa eliminazione intestinale delle feci, veniva seguita attentamente e considerata di primaria importanza medica. Essa è chiaramente segnalata sui papiri come unica teoria speculativa tanto da comparire molto spesso nelle diagnosi insieme alla fisiopatologia del cuore correlati per via energetica. Nel papiro di Smith si legge: “Il primo segreto del medico è la conoscenza dei movimenti del cuore e la conoscenza del cuore”. E’ molto importante sottolineare l’approccio del medico di “Ebers” alla malattia. Al contrario di quanto avverrà più tardi nella medicina ippocratica il medico egiziano non si chiedeva se il malato poteva guarire ma se, per quanto lo riguardava, era in grado di guarirlo; una modestia oggi impensabile. Egli era cosciente che la sua preparazione originava da precetti redatti e trasmessi da antichi medici che spesso citava nelle sue invocazioni ad apertura dei papiri. I medici del papiro di “Ebers” pronunciavano le parole di origine divina per scacciare ogni malattia e questo egli faceva formulando vere e proprie prescrizioni farmacologiche. Molto eloquente, in questo caso, è il riferimento al Sunu, medico demotico, trovato nei papiri medici (Eb 1 e 188; Ck.B.VI,8; Leydem 1,371; Berl 163a) dove il medico si esprime così: “Sarà Thot la mia guida, Lui che fa parlare gli scritti e che è l’autore delle formule (precetti terapeutici) egli fornisce le capacità ai medici suoi discepoli per liberare colui che dio desidera mentenere in vita (Eb 1). Sul papiro di “Ebers” si legge che ogni medico chirurgo, come preludio alla cura del malato, recitava la sua parte di orazione e questo si ripeteva prima e dopo ogni atto medico, prima di applicare un rimedio, di rinnovare una fasciatura o somministrare un rimedio per bocca. Tutta l’arte medica rituale era una presenza nell’atto divino.

Le sostanze a disposizione del Sunu, il medico egiziano, erano ricavate dai tre regni della natura vegetale, minerale e animale. Le medicine erano per lo più vegetali. Come si evince dal papiro di “Ebers” ogni malattia descritta era seguita da prescrizioni mediche costituite da medicinali variamente preparati da assumere per via orale , nasale, rettale o vaginale. Alla farmacologia egizia si devono gli erbari di Dioscoride, Galeno e Plinio nonché la terapeutica siriana, ebraica e persiana. Solo il 20% delle piante e ortaggi sono stati riconosciuti e identificati. Citate sono il sicomoro, timo, ginepro, incenso, uva, alloro, cocomero, salice, loto, palma, orzo, grano, aglio, cipolla, papavero e olio di ricino; solo per ricordarne alcuni. Nei capitoli sulle medicine si trovano anche i rimedi minerali come l’alabastro, galena, granito, ematite, lapislazzuli, sale comune e il natron corrispondente alla nostra soda e chiamato “neteri”, il puro. I farmaci di origine animale che influenzarono anche le menti di Dioscoride e Plinio erano costituiti di escrementi di coccodrillo, usati come contraccettivi, la bile di tartaruga, per curare i leucomi oculari e gli escrementi di mosche. Sangue ed escrementi animali comparivano in molte ricette. Si usava la placenta per combattere la calvizie. La bile di vacca e capra per trattare morsicature di animali. Il miele era usatissimo come eccipiente , come dolcificante, rimedio per la tosse e come antibiotico naturale; sulle ferite favoriva la cicatrizzazione. Il latte era usato come correttore del gusto. Tra le terapie emergono anche massaggi fisioterapici per lenire il dolore e inalazioni composte di mirra e resine.



Igienismo egiziano

Non è stato un caso che il primo libro di medicina, attribuito al primo re Thot e intitolato: “Embre o scientia causalitatis” contenesse regole mediche, igieniche e dietetiche che i sacerdoti trascrivevano sulle colonne dei templi per darne diffusione. Gli egiziani amavano l’igiene personale giornaliera costituita da lavacri, docce, pediluvi, bagni parziali e totali del corpo con l’aggiunta di prodotti a base di erbe come colluttori per il cavo orale, unguenti per la pelle, le unghie e i capelli. L’acqua doveva essere corrente e non stagnante per questo motivo si era provveduto ad intraprendere ricche opere di canalizzazione delle acque rendendo l’Egitto un porto sicuro dal punto di vista sanitario. La medicina insegnata nei templi sacri e nei palazzi faraonici conteneva regole igieniche ritenute sacre per il loro aspetto di purificazione e aveva un carattere di urgenza tale da essere seguite anche da re e faraoni. Le opere di canalizzazione e bonifica delle acque, la sobrietà alimentare fece dell’Egitto un luogo sicuro dai flagelli del passato. Forse non nacque casualmente anche l’idea della incenerizione delle salme. Un esempio di fede nelle energie benefiche guaritrici delle acque corsive viene dall’antica pratica profilattica di far discendere sul cippo del dio Horus acqua che progressivamente diventava energeticamente attiva. L’acqua versata sul monolito, con relative iscrizioni, veniva impregnata delle virtù terapeutiche che la caratterizzavano. In epoca tarda i poteri miracolosi dell’acqua si potevano osservare nel sanatorio di Hator sito in Dendera. L’igiene a livello sociale era accompagnata da regole alimentari tassative e precetti di igiene personale che si ritroveranno contemporaneamente anche nella medicina sorella: l’indiana Ayurveda. Anche in questa millenaria arte della guarigione erano previste cure personali giornaliere a sfondo preventivo. Dopo il levar del sole la medicina indiana prevedeva l’evacuazione, la cura dei denti, del naso, della lingua, degli occhi e una pratica respiratoria; massaggi e bagni seguivano durante il giorno. Queste abitudini costituivano la base fisica di una condotta moralmente etica e spirituale fonte di equilibrio personale e sociale. In Egitto l’educazione alimentare proibiva il consumo di carni di maiale e alcuni tipi di pesce, di bere bevande alcoliche diverse dalla birra che veniva raccomandata come medicamento antinfettivo intestinale.



Alchemia e Spagiria: figlie adottive della taumaturgia egizia

La medicina teurgico-sacerdotale, fatta di riti magici, incantesimi, parole sacre è sempre rivolta al pantheon di dei e divinità da invocare ma in un momento storico importante come quello delle conquiste imperialiste che vedono l’Egitto intarsiato di altre culture orientali, perde i suoi connotati di disciplina esoterica e si mostra più apertamente come Alchemia, la scienza dello spirito occulta e segreta, mantenendo inalterati i suoi contenuti spirituali e i suoi scopi evolutivi. La parola Alchemia è un termine formulato nel II sec a.C composto da Al (articolo in arabo) e Kemi che era il nome dell’antica terra d’Egitto dove regnava Thot il dio della saggezza e di tutte le arti, il cuore di Ra, il dio sole, come Apollo il dio greco. Egli inventò per l’uomo la scrittura, l’aritmetica, la musica, la scultura, l’astronomia e l’alchimia. Se ne desume che l’Alchimia sia un’arte segreta che fonda le sue radici nella notte dei tempi e che in Egitto era praticata da una ristretta èlite di re sacerdoti i quali tramandavano di generazione in generazione il segreto della duplice strada della trasmutazione dei metalli e della rigenerazione fisica e spirituale dell’uomo. A molti di noi sarà passata l’immagine un poco nebulosa del laboratorio alchemico dove l’adepto chiuso nella sua fucina buia e oscura, tra i suoi alambicchi, formule e simboli, trasforma il vile piombo in oro. Dentro il lungo e faticoso lavoro di trasformazione dell’io personale, ben descritto dallo psicologo svizzero C.G. Jung, come processo di individuazione, l’adepto raggiunge una salutare conoscenza di se stesso; viene illuminato dalla luce spirituale e rinasce dalla corruzione della materia. Lo scopo è la palingenesi dell’essere umano cioè la sua divinizzazione. L’ Alchimista, che porta a termine la grande opera, realizza nella propria persona quello che a livello universale è lo scopo della creazione secondo la volontà divina. I veri alchimisti sono sempre esistiti ed esistono anche oggi come Fulcanelli, Causeliet, Atorm ma ognuno, affermano, deve essere alchimista di se stesso. La dottrina è dispensata in opere e testi diversi di non facile consultazione. Nessuno deve pretendere di volere subito lavorare in Alchimia; la posta in palio è la più alta al mondo; il ciclo delle fatiche di Ercole e lo stesso mito del vello d’oro, da leggendari argonauti ne sono l’allegoria. Il “Donum dei” non è riservato a tutti. Il “Mutus liber” termina la sua quattordicesima tavola con questa raccomandazione: “Ora, Lege, Lege, Relege, Labora et Inveniues” (Prega, leggi, leggi, rileggi e troverai”. Quello che mi preme ora ricordare, dal punto di vista storico evolutivo, è il bisogno impellente delle anime odierne, di spiritualità, valori, virtù e principi costruttivi e tutto sommato con Jung si può affermare che il processo di individuazione e di crescita personale in mezzo a costanti e profonde riflessioni, dentro un percorso di prove ed errori è il palinsesto di ogni destino umano. Da questa esigenza è nata la medicina ermetica chiamata anche medicina occulta o medicina vibrazionale dove il guaritore ermetico, una volta passato attraverso il Sacro Fuoco del suo percorso iniziatico, può diventare massima ispirazione e anche guarigione per chiunque cerchi l’amore puro terapeutico di cui egli dispone. L’altro aspetto intrinseco dell’Ars Regia più tecnico e di natura chimica, quindi la parte più materiale dell’Opera, è ravvisabile nella “Spagiria”, antenata della chimica moderna, che sperimenta pratiche su elementi naturali con tecniche alchemiche. Il termine Spagiria è molto discusso; a volte usato per definire gli spagirici avidi cercatori di formule dell’oro, altre, per fare della loro chimica un evento divino. E’ comunque incontestabile che con questa tecnica non si pretende di assurgere ad alte vette spirituali. Le teorie speculative spagiriche vengono da una lunga tradizione astrologica perpetuata nel tempo da astrologi e astronomi egizi, babilonesi e indiani dotti in questa arte. I maghi asiatici e babilonesi (caldei) diedero origine all’astronomia basandola sulla concordanza del moto degli astri con le reazioni umane. L’astrologia antica orientale si basava sul principio che l’esistenza umana, come tutti i fenomeni naturali, obbedisce a ritmi ciclici legati alla corsa dei pianeti nel cielo considerando l’interdipendenza che unisce le varie forze energetiche dell’universo. L’essere umano era visto come riflesso del grande specchio celeste con i suoi segni zodiacali. Sono giunti a noi dei trattati di medicina persiana risalenti al XVIII secolo a.C. del Tashih-i Mausuri raffigurante il corpo umano topologicamente suddiviso in segni zodiacali corrispondenti a dei e demoni del loro Pantheon divino. I rapporti tra astrologia e medicina erano noti anche a Tolomeo che espose, nel II secolo d.C. in un opera analitica, i concetti di base della medicina astrologica. In questo contesto la zona anatomica corrispondente al pianeta zodiacale, a sua volta governato da una divinità, poteva subire i loro influssi benefici o morbosi (Tetrabiblos, Libro III). Nella pratica spagirica di formulazione di un rimedio vegetale l’importanza viene dal grado di purezza finale ottenuto attraverso varie fasi lavorative a cui si aggiungono i raggi cosmici naturali. Riconosciamo, quindi, all’Ars Regia o Arcaica Alchemia la valenza di Medicina Ermetica per la sua origine divina egiziana e dall’altro accettiamo la sua espressione tecnico-astrologica nella Spagiria pratica.


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