La nuova civiltÓ del Ferro - Il bisogno di una medicina libera
di Manuela Melegari


In tutta l’età del Bronzo, in Egitto e terre limitrofe, ha agito una forza coagulante che, pure in mezzo a tanti sommovimenti politici, economici e culturali, ha accentrato il potere nelle mani di teologi, monarchi e imperatori. Le varie classi medie, il potere feudale e la classe emergente di artigiani, commercianti, mercanti e gli stessi contadini agricoli agivano per loro stesso interesse ma sempre guidati e amministrati dall’alto del potere centralizzato. Oggigiorno le stoiche culture native e tribali sparse in molti continenti del nostro pianeta, possono aiutarci a capire come può essere nato il bisogno delle popolazioni barbariche del II-I millennio di fare irruzione presso i poli inciviliti allo scopo di condividere le fonti di ricchezza. Le motivazioni religiose e socio culturali che oggi tengono unite queste comunità libertarie hanno radici molto lontane nel tempo e sono impregnate di valori spirituali che ricadono su ogni aspetto della vita come quello di vivere in simbiosi con la natura, rispettare tutti gli esseri viventi, dire no a qualsiasi tipo di progresso, evitare ogni impatto ambientale e vivere in condizioni di sussistenza. Gli stessi principi hanno guidato anche le popolazioni autoctone del II-I millennio che abitavano il Nord Europa, la Russia orientale e il Medio Oriente ma diversamente dai loro discendenti la sovrappopolazione incipiente non permise di accettare oltremodo un quieto vivere con le erigende civiltà limitrofe in ascesa. Dilagava così tra i popoli il concetto sempre più sentito di democrazia, di partecipazione al diritto di appartenere a quello che i greci chiamavano “oikoumene” (comunità) con le sue regole ma anche con le sue appetitose condizioni di ricchezza e di potere. Per portare qualche esempio si può risalire ai decreti di Hammurabi di Babilonia che pubblicò nel XIV sec. a C. il suo “Codice di leggi” per rendere manifesta la giustizia nel paese penalizzando il malvagio e il malfattore. Racconti popolari egiziani ripetutamente presentano contadini oppressi che si rivolgono confidenzialmente al faraone per ottenere giustizia. Un re di Babilonia o un faraone del Nuovo Regno si glorificavano di essere guardiani di queste leggi. A rendere questo processo sempre più veloce e impellente sono stati tre fattori contingenti: la nascita della scrittura, l’abbondanza del ferro, il nuovo metallo e la moneta coniata. Rispettivamente, la prima permetteva la diffusione delle conoscenze acquisite in tutti i campi del sapere, il secondo per la sua abbondanza, maneggevolezza e costo irrisorio risollevò i piccoli produttori dalla dipendenza dello stato e infine la moneta di bronzo divenne mezzo di scambio che riconvertì qualsiasi tipo di bene in merce. Dal 1000 a. C,questi pochi, ma potenti fattori modificarono governi ed economie, fecero cadere come castelli di carta prima l’impero egizio e poi quello Assiro-Babilonese e infine quello persiano in auge nel 500 a.C. I nuovi imperi coloniali erano così vasti che si dovette polverizzare in repubbliche e città coloniali. Così la civiltà del ferro che si stava imbroccando divenne sempre più profondamente popolare. Lo stato greco e molti stati fenici divennero repubbliche governate dagli aristocratici mentre la politica era gestita da un consiglio di anziani (senato). Industria, commercio e agricoltura davano lavoro a gran parte della popolazione greca del V sec. a. C. La scrittura aprì le porte del sapere a tutti, senza iniziazione e disciplina conservatrice di seminari sacerdotali o di scuole degli stati totalitari. Il compito di ricostruire l’attrezzatura culturale ricadde su individui privi di vincoli con le corporazioni delle tradizioni conservatrici. La Grecia era spesso impegnata nella partecipazione alle guerre imperialistiche e le ultime ondate barbariche indoeuropee non hanno salvato la lingua greca antica che si parlava ancora in Micene e Cipro. I filologi hanno potuto constatare una vera poligenesi semantica alla quale si affideranno in seguito i latini per arricchire la loro cultura. Le società emerse da questo connubio erano favorite da uomini che tentavano di cercare nuove soluzioni ai problemi posti dalla dissoluzione dell’ordine antico e di cercarle , soprattutto, in alternativa alle vie tradizionali e alle istituzioni stabilite. In questo discorso si staglia comodamente la nascita della medicina ippocratica di Cos. Nei primi cinque secoli, della seconda età del ferro, l’area della civiltà si estese. L’insieme delle società che conoscevano la scrittura, abituate alla vita cittadina e dipendenti da una economia urbana si estesero dalle coste atlantiche della Spagna, all’Asia centrale, fino al Gange nell’Indo, dall’Arabia meridionale alle coste settentrionali del Mediterraneo e del Mar Nero. Queste zone geografiche erano connesse e integrate I rispettivi popoli potevano sentirsi abitanti di una grande comunità.

La culla del pensiero ippocratico

Nella coscienza comune occidentale è radicata l’idea, non del tutto condivisa dalla storiografia, che le origini della nostra medicina ortodossa vada rintracciata nella medicina greca dei secoli che vanno dal V alla prima metà del IV sec. a. C. Ma a ben riflettere ci sono stati cronologicamente dei tempi, luoghi e personaggi che hanno influito con il loro portato culturale sulla nascita del pensiero ippocratico. Ne citerò alcune.

a)Le medicine autoctone

Gettiamo uno sguardo a oriente nell’India vedica dove i saggi Rishi a loro tempo percepirono la stretta relazione tra uomo e universo dovuta ad una Energia cosmica una Legge di uniformità naturale manifesta in tutte le cose viventi. Tutto il complesso culturale vedico si incentra sui micro e macro cosmo popolati da uomo e esseri divini ambedue legati dal “Brahman”: l’Energia cosmica superiore. L’uomo per accedere a queste altezze deve fare riferimento ad una sorta di fuoco interiore: l’Atman, il Soffio della vita terrena e universale che non è presente alla nascita ma che si stabilisce nel cuore dell’individuo per grazia divina mediante una iniziazione ottenuta attraverso l’osservazione del culto. Questo costrutto ideale religioso è già stato osservato anche nelle speculazioni ideologiche dell’Alchemia egiziana. Questa ascesi si rispecchiava nelle procedure di “purificazione” del pitagorismo antico, nell’ascesi orfico-platonica, nell’igienismo egiziano, nella purezza essenica, configurandosi come il più antico paradigma dell’arte e della guarigione. Tra le quattro Samita Veda, l’Ayurveda (scienza della vita o medicina Ayurvedica) ha individuato nel rapporto ambiente interno al corpo umano (o microcosmo) e ambiente esterno (o macrocosmo) la causa più comune di tutte le malattie. La medicina Ayurvedica è caratteristicamente molto pragmatica nel suo approccio fisiopatologico. Essa ammette a tal fine che se le due energie universali, costantemente all’opera nell’universo come nell’uomo, Sattva costruttivo e Tamas distruttivo, sono in equilibrio tra loro possono dare come risultato la condizione salute del vivente, nel caso contrario i tre umori corporei Vata, Pitta e Kapa (o Tridosha) possono prevalere gli uni sugli altri determinando lo stato di malattia. Così l’aspetto magico, politico e religioso della medicina indiana rimase come fondamento teologico universale che favorì una concreta e logica speculazione filosofica lasciando ai cultori di questa disciplina la scelta di un ulteriore approfondimento spirituale. Nella cura molta enfasi viene data ai regimi sia preventivi che curativi caratterizzati dalle pratiche di purificazione (Shodhana) consistenti nella eliminazione dei Dosha aggravati attraverso cinque pratiche note come Pancha Karma. Esse prevedono un trattamento emetico (Vahama) provocato con erbe, purga con erbe (Virechana), il clistere (Basti) con oli medicati e purificazione del naso (Nasya) e l’attenuazione (Shamana) comprensiva di sette presidi: digiuno o dieta leggera, limitazione dei liquidi, esercizi di vario tipo, bagni di sole, esposizione all’aria fresca, erbe a potere digestivo ed erbe neutralizzanti l’Ama (le tossine). Più verso occidente la medicina egizia, sebbene tutta improntata al ricorso di un pantheon divino da invocare per la remissione di morbi, era anch’essa molto pragmatica. Il ricorso al divino veniva obiettivato alla soddisfazione dei bisogni umani: avere salute, un buon raccolto, accedere all’immortalità dell’anima e risolvere i normali conflitti quotidiani. Gli egiziani hanno lasciato una ricchezza inestimabile di oggetti, immagini, iconografie e testi sacri molto antichi poi andati perduti nel famoso e storico rogo effettuato dai neocristiani in Alessandria durante l’impero romano. Ci sono pervenute, sulle pietre tombali, molte scene di pratiche agricole come la raccolta delle messi cerealicole, base della sussistenza di questo popolo, che non separava il divino dalla natura. Stele e busti di divinità incise di geroglifi erano fonte di energie elementari salutari. Le colonne dei templi portavano incise delle regole igieniche riprese dal “libro di Thot” l’antico dio di tutte le arti compresa la medicina. Il regime alimentare, le abluzioni, i bagni, l’uso di erbe, di minerali medicinali erano, non solo consigliate, ma obbligatorie per ordine divino ultraterreno reso immanente dal potere della casta sacerdotale. L’eziologia della medicina egizia è chiara: dagli dei nasce la malattia e con loro si può recuperare la salute attraverso tutto ciò che la natura mette a disposizione. La natura, dicevano, si cura con la natura stessa, sia nel suo aspetto divino che materiale attraverso l’arte magica e l’arte pedagogica di educazione sociale.

Anche in questa cultura la purezza era una questione fondamentale. Con lo stesso rigore diagnostico e prognostico i medici della non lontana Babilonia ispezionavano il malato attraverso una semeiotica rigorosa che prevedeva l’osservazione di segni, non solo clinici ma anche prettamente fisiognomici e costituzionali. Inoltre si indagavano minuziosamente i precedenti del malato al fine di scoprire il peccato morale commesso di recente e identificare il genio responsabile della malattia. Dalle numerose tavolette votive di argilla rinvenute dagli scavi archeologici, risalenti al 2000 a.C. risaltano le diagnosi e la prognosi mediche da storie personali. In una di queste si legge: “L’impurità mi ha colpito. Giudica la mia causa, estirpa la malattia del mio corpo, distruggi tutto il male nella mia carne e nei miei muscoli”.

b)Salute e infermità nel mondo omerico

Nella seconda metà dell’ VIII sec. a.C. vengono scritte le due epopee l’Iliade e l’Odissea di Omero. Sopratutto nell’Iliade , attraverso il mondo omerico, risalta la medicina che vi occupa un luogo di elezione. Nel mondo smagliante di dei eroi e semplici mortali il cantore ionico non si allontanava molto dal proprio ambiente storico. L’Iliade si apre con l’invocazione dei roghi funebri sui quali bruciavano centinaia di cadaveri di guerrieri uccisi dalle frecce di Apollo mandatario della pestilenza sul campo di battaglia per punire gli uomini soggetti ad azioni empie e malvage. La medicina dei tempi di omero interveniva solo sulle malattie acute che nell’epica sono legate essenzialmente ai fatti di guerra; i decessi derivavano da traumi dovuti al combattimento. Nell’Iliade l’autore descrive con precisione anatomica un’ alto numero di ferite da guerra. Si tratta di descrizioni che costituiscono il più antico rapporto chirurgico sulle perdite durante una campagna militare. Le descrizioni omeriche dei traumi attestano un eccellente conoscenza dei luoghi vulnerabili del corpo umano, della disposizione anatomica degli organi principali e della conseguenza più probabile di tali lesioni. Le ferite alla testa erano ritenute particolarmente pericolose; se la lesione era importante la morte era inevitabile. Le cognizioni anatomiche erano rudimentali, se si escludono quelle riguardanti ossa, muscoli e articolazioni delle quali l’autore propone osservazioni acute. Molto numerose sono le piante medicinali citate e descritte. Nei poeti epici e negli attori drammatici più antichi la salute, la predisposizione alle malattie e l’ora suprema non erano determinate soltanto dalla volontà degli dei ma anche dal sangue, inteso come costituzione razziale ereditaria, e dal clima del paese di nascita e di residenza.

c)Filosofie e pratiche orfiche

Nel VI secolo a.C., durante l’età di Perisistrato, tiranno di Atene, circolavano molti testi attribuiti a Orfeo il mitico poeta e cantore trace di cui le fonti greche ne sostenevano l’esistenza e la fioritura circa undici generazioni prima della guerra di Troia. I testi orfici hanno messo in forma scritta tradizioni orali antichissime come stava succedendo nell’India dei Veda dove le caste dei Bardi, famiglie brahmniche continuavano a imparare a memoria e a cantare i millenari testi vedici. I miti che accompagnavano la leggenda orfica trascinavano l’attenzione verso il bisogno di purezza. Le orge dionisiache, come rituali consumati, si trasformarono in un lamento cantato accompagnato da una serie di pratiche fisiche che di fatto si risolvevano nell’astinenza sessuale e nel digiuno. Queste esperienze inducevano i protagonisti a riconoscere la loro natura miserabile e riconoscendola se ne liberavano raggiungendo, anche per questa via, la purificazione. Ancora nel V secolo a.C. i predicatori di Orfeo, gli orfeolesti, diffondevano i canti del loro nume e insegnavano le pratiche da seguire per purificare il corpo e scacciare le aggressioni patologiche. Nella stragrande maggioranza era possibile che gli orfeolesti risolvessero i loro interventi terapeutici in innocui incantesimi e ragionevoli prescrizioni dietetiche residuo dell’àskesis originaria. L’àskesis entrò nell’orizzonte ideologico greco inducendo la prescrizione, del resto condivisa da altri culti misterici, a mantenere puro il corpo a mondare la mente dalle false opinioni e incoraggiando a vedere la malattia come una colpa, una mortificazione che, investendo il corpo lo privava della luce dell’intelletto e gli sottraeva l’incalcolabile dono dell’equilibrio delle forze e degli umori.

d) Misteri e precetti pitagorici

Nella metà del VI secolo a.C. visse un profeta e mistico, Pitagora di Samo, profondo cultore di matematica e astronomia molto diverse da come oggi le intendiamo in quanto avvolte nell’aura metafisica. Di Pitagora abbiamo soltanto due scritti di cui “Hieros Logos” composizione in versi e “De Natura” nella quale è nascosta una misteriosa sapienza pitagorica fatta di precetti. Per gli storici gli scritti pitagorici sono stati ispirati da Orfeo, il mitico poeta con attributi divini, noto per aver ricevuto dal dio solare Apollo il dono della lira alfine di cantare per lui le odi. Erano i tempi dove le menti più intelligenti e curiose solcavano i mari per contattare altre culture, altri saperi e sembra proprio che Pitagora, prima di pervenire alle sue teorie misteriche insegnate alla scuola di Crotone, avesse già visitato molti territori non ultimo quello egizio. L’avere come genio tutelare proprio il dio solare Apollo poteva solo generare in Pitagora la ricerca illuminante della “Verità assoluta” come principio portante di tutta la sua opera. I corrispondenti concetti di ordine universale e lo studio del numero, come misterica unità di misura del creato nel loro portato sincronico, non potevano che muovere un attore della sua levatura e diventare un movimento di idee qual’era il pitagorismo. Si riconoscono nel movimento tutti i testi di filosofia ermetica che trattano di Cabala, Alchimia e la medicina in rapporto ai numeri e trattati ermetici di astrologia babilonese ed egizia. Qui la relazione di numero, forma geometrica, cicli astrali, segni zodiacali, medicina e formule arcaiche è analogicamente molto stretta ma difficilmente comprensibile dalle nostre menti. Tutto ciò non sarà sfuggito a Pitagora e ai suoi discepoli che avevano compreso il numero e le sue genesiache evoluzioni. Stando a Filolao di Taranto, filosofo di Crotone, il Caos, o Cosmos unitario da cui originano tutte le cose, diventa ordine universale attraverso l’ascendente organizzativo del numero sulle cose sensibili determinandone figure geometriche. In questo senso il numero non rappresenta la materia delle cose ma la legge presente nelle cose stesse, che porta il numero a non essere fisso ma avere una durata indefinita e un movimento. Posso portare l’esempio del triangolo dove vedo il tre con la sua durata fino a che per la legge del movimento diventa un sette o un dieci. Tutto si riduce al gioco di limitato (visibile) e illimitato (invisibile) tra materia e energia, ravvisabile anche nella fisiologia umana dove la parte visibile e invisibile: corpo e spirito si completano sincronicamente. Presso la scuola medica di Crotone l’aspetto curativo inglobava un ricco ciclo di interventi diretti a prevenire le malattie. La prevenzione poneva l’accento su precetti fondamentali di purificazione dell’organismo; canone molto diffuso tra le medicine tradizionali coeve e arcaiche. La prevenzione poneva l’accento su precetti fondamentali per salvaguardare una vita sana come la cura del corpo e della mente in funzione dell’origine divina di ogni individuo. In primo piano stavano le osservazioni morali, il rispetto delle leggi naturali manifeste col gioco divino dei numeri, tradotti nelle forme viventi. Il fine non era apparenza estetica ma salute, in sintonia con le leggi intrinseche alla natura. Determinante era il regime alimentare con l’astensione di determinati cibi in certi giorni e non ultimo il digiuno terapeutico che ci ricorda l’attenzione degli egizi sul cibo per evitare il grande numero di infezioni intestinali. Ginnastica e musica erano fondamentali nell’educazione dei giovani che contribuivano a perfezionarli in salute fisica e morale. I pitagorici, pari agli orfeolesti, impiegavano la musica per i suoi effetti di “catarsi annuale e primaverile” analoga a cure purgative vere e proprie .

e)I filosofi della Natura

Come da sempre succede alla fine di ogni civiltà si avverte una tensione, una forza propulsiva interna individuale e collettiva, non bene identificata, che spinge verso il cambiamento. La vita deve andare avanti, i cicli evolutivi devono dispiegarsi, sono leggi naturali alle quali bisogna obbedire e così esplode un energia spirituale che riemerge sempre quando, di necessità, sorgono nuovi modelli di pensiero. Da tempo gli uomini stavano cercando nuove soluzioni ai problemi posti dalla dissoluzione dell’ordine antico delle tradizioni e delle istituzioni millenarie. Cadevano le vecchie ideologie e bisognava costruirne di nuove. C’era un vuoto di valori, diremmo oggi, che poeti e filosofi cercavano di colmare. Lao Tse e Confucio in Cina, Gautama il Buddha in India, Zaratustra in Iran, i profeti ebrei Amos, Osea, Isaia in Medio Oriente facevano parte di un movimento profetico che reagiva contro l’assolutismo economico e politico dei re, da Salomone in poi e si proponeva la moralizzazione dei culti esistenti. I profeti predicavano prurificazione fisica e morale. I filosofi facevano appello alla ragione che ritenevano innata negli uomini. E’ il caso di citare l’opera indagatrice della natura intrapresa tra il VII e VI secolo a.C. dai filosofi (physiòlogoi) presocratici, prima, e da Empedocle poi nel V secolo a.C. I primi sedotti dai loro stessi interessi per la filosofia naturalistica ricercavano il principio, l’archè, le grandi leggi universali che muovono il cosmo e i regni terreni. Soprattutto la scuola di Mileto, attraverso i suoi rappresentanti Talete Anassimandro e Anassimene, sosteneva l’idea di una entità insita nella natura capace di partire da qualità di origine infinita e di trasformarsi in quantità discrete e forme sensibili; concetto speculativo molto vicino alle idee pitagoriche del numero. Il filosofare su questo principio generò diverse ipotesi genesiache. Chi vedeva il principio nascere dall’acqua, come Talete, chi lo vedeva nell’elemento aria, come Anassimene o come Anassimandro che lo rintracciava nell’ aprirono, l’infinito. In un secondo momento Eraclito d’Efeso, famoso per il suo “Panta rei” tutto scorre, aggiungerà il fuoco. Empedocle di Agrigento di poco anteriore alla scuola di Cos operò tra il 460 e 440 a.C. e stando alle testimonianze fu un guaritore di professione. Dal suo poema “Le purificazioni” si possono riassumere alcuni punti della sua dottrina generale così suddivisi. In primo luogo tutte le cose, ivi compreso il corpo umano, sono composte dalle quattro radici fondamentali acqua, aria, terra e fuoco. Inoltre la nascita e la morte erano rispettivamente processi di aggregazione e disgregazione.



La ricerca paleopatologica delle condizioni di salute ai tempi di Ippocrate

Premessa:

La storia della Medicina Naturale rischia una sua incompletezza se isolata da contesti importanti come le condizioni dello stato di salute di intere popolazioni che non sono sfuggite alla storia della stessa medicina. Ho chiamato, e chiamerò, “Medicina Naturale”, l’arte di conoscere “Cause et Cure” insiste nel mondo olistico-sistemico delle Leggi naturali intrinseche alla complessità uomo-natura. In questa sede ho ripreso dal testo intitolato: “Le malattie all’alba della civiltà occidentale” del dr. M. D. Grmek, storico della scienza e della malattia, stralci dei suoi notevoli studi alfine di arricchire il bagaglio culturale collettivo.

Le ricerche

Diversamente dalle ricerche storiche letterarie, ritenute fonti importanti dell’indagine clinica, la patologia studia direttamente i resti umani del passato siano essi scheletrici che mummificati. L’esame antropologico dei resti, da un lato, è libera dalle insidie del linguaggio ma dall’altro è fortemente limitata dall’usura del tempo, dalla qualità del terreno del sito archeologico che può presentarsi come ferruginoso o salmastro o acquitrinoso e dal trattamento riservato ai resti ossei durante gli scavi e la loro conservazione. A partire dalla prima metà del ‘900 un antropologo inglese, John Lawrence Angel studioso di paleopatologia osteologica, osservò sistematicamente tutti gli antichi resti scheletrici delle collezioni pubbliche e private, risalenti dal periodo Paleolitico fino ai tempi moderni. A questo ricercatore si sono aggregati poi altri studiosi Robert P. Charles e J. Dastugue che hanno apportato i loro contributi. Anche se il campionamento osteologico superava il numero di duemila scheletri esaminati, spesso questi erano molto incompleti e frammentati. I campioni erano sparpagliati nel tempo e nello spazio. Si conosce meglio, dice lo storico della medicina. M.D.Germek, il contenuto umano dei resti preistorici che quello delle tombe del periodo classico. Il numero degli scheletri era esiguo; si trattava di circa duecento unità, vi era abbondanza di ossa provenienti dalle zone periferiche come Anatolia, Macedonia e Cipro mentre nei luoghi più importanti per gli storici della medicina greca come Atene, Micene, Lerna, Cos, Epidauro e Cnido regnava la totale assenza dei resti scheletrici. Le osservazioni riportate qui di seguito sono relative ai resti ossei reperiti in territorio greco e sistematizzati nella raccolta degli studiosi citati. Tra le malattie extra ossee che lasciano segni sugli scheletri umani si possono annoverare le malattie infettive come la Sifilide, la Lebbra e la Tubercolosi. Per la prima non se ne sono trovate tracce osteo archeologiche nel mondo antico greco e neanche nei paesi vicini. La Lebbra, con le sue stigmate tipiche del blocco facciale, era presente anticamente in modo sporadico, divenne poi endemica a fine antichità verso il V secolo d.C. La Tubercolosi è stata diagnosticata in diversi casi nel periodo Neolitico e nell’età del Bronzo ma era rara in Egitto per il clima sfavorevole, caldo e secco, alla malattia. Le fonti letterarie confermano la presenza della Tubercolosi polmonare, ossea e ghiandolare, nelle città greche dell’Epoca classica e confortano l’ipotesi di un aggravamento endemico nel periodo ellenistico romano soprattutto nelle città sovrappopolate con basso livello igienico generale. Agli inizi della letteratura medica occidentale, la Tisi, apparve nel Corpus Hippocraticum e precisamente nei passi delle “Sentenze Cnidie” dove viene descritta minuziosamente. Un ulteriore disamina, da parte di illustri studiosi di paleopatologia come L. Angel, P. Robert Charles e M. Klipper, ha sortito una serie di altre patologie che lasciano tracce ossee dovute a traumi come: affezioni reumatiche, metaboliche e avitaminosi C e D, tutte databili tra l’Età media del Bronzo e il III secolo a. C. I resti ossei di queste ricerche provenivano dalle necropoli di Argos, Lerna, Atene, Micene, Creta, Corinto, Trinto e Peloponneso.

I traumi

Il primo dato che emerge, relativamente ai traumi con rischio di fratture, è la convalida che esse, siano state in correlazione negativa col progresso della civiltà. La loro frequenza era abbastanza elevata, tenendo conto della società greca sempre alle prese con lotte intestine o combattimenti a scopo imperialistico. Dalle ricerche risultano colpi di pietra, forti traumi, ferite da armi taglienti, frattura delle ossa nasali, clavicolari, metacarpali e femorali. Nel trattato “Delle fratture” inserito nel Corpus Hippocraticum, l’autore descrive la tecnica per la congiunzione dei frammenti ossei e per la immobilizzazione dell’arto rotto. Nell’altro tratto ippocratico: “ Ferite della testa” si preconizza la trapanazione del cranio nel trattamento di traumi cranici. Già in epoca micenea chirurghi professionisti hanno padroneggiato l’aspetto tecnico dell’ intervento precisando le indicazioni traumatologiche.

Le affezioni reumatiche

Oggi, l’antico concetto reumatico, si è frammentato in diverse forme osteopatiche come artriti, artrosi, spondilo artrosi, ernie discali. Le osservazioni del ricercatore J. L. Angel, hanno trovato sulle ossa della necropoli greca di Lerna, relativa all’Età del Bronzo, articolazioni artrosiche nel 40% dei casi ma le artrosi agli arti sono spesso collegate a malformazioni o fratture mal consolidate. Le Spondiloartrosi della colonna dorso lombare o cervico dorsale, rilevate da Furst e Angel, in siti del Mediterraneo orientale, erano abbastanza numerose ma nella maggior parte dei casi si trattava di forme lievi senza significato clinico. Per quanto riguarda le artriti è stupefacente rilevare, dice l’autore, che le artriti, sia infettive che reumatiche, non esistevano o erano di difficile diagnosi. La Poiliartrite reumatoide, oggi la forma più comune di artrite cronica che lascia tracce durature sulle ossa, nell’ Antichità non esisteva e nel tempo, sia le descrizioni cliniche che le rappresentazioni pittoriche, come pure le testimonianze archeologiche anteriori al XIX secolo, sono rarissime. Maggiormente osservate erano le lussazioni all’anca e i piedi torti. In entrambi i casi la paleopatologia non può rispondere sul dubbio della loro forma congenita o acquisita.



Tumori e malattie metaboliche

Tumore e cancro, nell’attuale società, sono diventate malattie abbastanza comuni. I processi tumorali lasciano spesso, tracce sullo scheletro e se riesumassimo gli scheletri di un cimitero del XX secolo troveremmo metastasi ossee in almeno un quarto dei decessi per tale malattia. Il dato che dovrebbe risvegliare gli animi, nel senso di sentire un doloroso stupore per la perdita di tante vite umane, è quello relativo all’esito della completa assenza della malattia cancerosa prima dell’era industriale. I disturbi del metabolismo che lasciano tracce sulle ossa e nei sedimenti come gotta, litiasi biliare, renale urogenitale sono stati rilevati nel Mediterraneo orientale. Oltre ai reperti osteoarcheologici, i testi letterari dell’antichità testimoniano la presenza di Gotta. Nell’ esperienza clinica degli autori del Corpus Hippocraticum e nelle citazioni di Platone essa era descritta mentre non emerge nei Papiri egizi e neanche dall’esame retrospettivo delle loro mummificazioni. Essa si espanderà con l’ Impero romano. La documentazione storica della “malattia della pietra” (litiasi) in Grecia, sia in età classica che durante l’ Impero Bizantino, ne conferma la banalità ma non si conoscono esempi paleo patologici provenienti dalla Grecia stessa.



Le Avitaminosi D e C

L’immaginario collettivo delle genti greche antiche dava l’idea di popolazioni culturalmente povere, alla presa con guerre e ai limiti della sopravvivenza facendo ragionevolmente pensare a malattie carenziali come le avitaminosi di tipo alimentare. Si pensava all’esistenza della Pellagra e del Beri-Beri, di Avitaminosi D, e C per la presenza di Rachitismo e dello Scorbuto che, solo le ultime due, lasciano tracce sul sistema osseo. I risultati delle indagini paleo patologiche invece hanno fatto cadere queste idee preconcette. Essendo il rachitismo una distrofia ossea e cartilaginea, osservata soprattutto nel lattante e nel bambino per le altre età la sua causa viene dall’insufficiente esposizione alla luce solare dei paesi del Nord, al soggiorno in luoghi chiusi o ad un alimentazione ridotta. A parte la felice esposizione della Grecia ad una generosa illuminazione tutte le documentazioni osteoarcheologiche dimostrano che il rachitismo è diventato comune solo con l’urbanizzazione dell’Europa dopo il Medio Evo. Gli scritti di Ippocrate non alludono a manifestazioni patologiche identificabili col Rachitismo. Solo in Epoca romana, la concentrazione urbana, il cambiamento di abitudini alimentari, la pauperizzazione di alcuni strati sociali si sono congiunti a favore di questo stato carenziale. Lo Scorbuto, malattia dovuta alla penuria di vitamina C, contraddistinta da gravi emorragie, disturbi articolari e ossei non era conosciuta dai medici fino dall’Antichità. Anche durante le carestie gli abitanti di Grecia e Italia si cibavano di alimenti vegetali prodotti dalle loro ridenti terre. Solo durante gli assedi bellici delle loro città i greci potevano accusare tale carenza transitoria.

La Malaria

La Malaria, negli antichi studi storici, è stata identificata come malattia endemica per questo sottaciuta anche dai primi filosofi e medici greci. Di seguito gli scritti del Corpus Hippocraticum sono sati segnati dall’esperienza clinica fondata sull’osservazione di malati con febbre terzana o dalla Malaria, sottoforma di febbre intermittente, sia sottoforma di attacchi perniciosi, rendendo indubbia la presenza di tale malattia ai tempi di Ippocrate. In alcuni trattati si ha certamente la descrizione di Cachessia malarica e soprattutto in “Delle arie, delle acque, dei luoghi” essa viene messa in relazione con le acque stagnanti. Nella descrizione fisiognomica degli abitanti dei luoghi paludosi citati emerge un aspetto stentato ed una debolezza intellettuale e morale. Dalla fine del V secolo a.C. è diventata nota per essere caratteristica del mondo greco. Difficilmente ci possiamo dare una risposta concreta sulla temporalità della sua manifestazione maligna; ci si chiede se prima o dopo Ippocrate ma la risposta certa non può venire per due motivi. Il primo consiste nell’ esiguo numero di scheletri esaminati e datati imprecisamente. Il secondo viene dalle tesi antitetiche degli studiosi implicati nelle ricerche. Molto interessante è la posizione di W. H. Samuel Jones, specialista in filologia classica, che in una serie di studi notevoli ha proposto due tesi. La prima asserisce che la Malaria è stata introdotta in Grecia durante l’Epoca classica, in Attica solo verso il 430 a.C. La seconda afferma che la malattia si è abbattuta “come ruggine” sulle regioni fertili della Grecia, fino dall’inizio dell’Epoca Ellenistica per terminare con il XX secolo. Nel frattempo ha guastato la salute e ha mutato il carattere degli uomini, ha spopolato territori essenziali per l’economia del paese. Essa è vista anche come il declino della civiltà classica. La prima tesi di W.H.S. Jones si fonda sul silenzio delle fonti letterarie anteriori al V secolo a.C. Infatti Esiodo ignora questa malattia. Aristofane è stato il primo, nella letteratura greca, a parlare di febbre con brividi come avvertimento importante per la sicurezza della vita sociale. Inoltre Jones rileva che Platone, nel suo “Timeo”, redigeva il termine: “Pyretos” che nella letteratura greca significava Malaria e non febbre in senso generale. Anche l’ apertura dei templi dedicati al dio Asclepio poteva essere un indizio di deterioramento della salute. Per Jones l’infestazione malarica di tipo Falciparum, in embrione nel periodo Ellenistico, si amplificò raggiungendo l’apogeo sotto il dominio romano e spopolò in Grecia nel II secolo a.C. rendendo le genti melanconiche, pessimiste e apatiche. Il declino delle città greche e la fine dell’Età di Pericle vengono viste da Jones e altri sotto angolature diverse. Senza faziosità si può concludere, dice l’autore, che esista un insieme di concause come i fattori di natura sociale ravvisabili in un degrado economico, demografico, politico e morale che avrebbero disorganizzato l’agricoltura al punto da permettere l’aumento delle zone acquitrinose, sede incubatoria della zanzara malarica. Il disboscamento, il declino delle tecniche agricole, l’indolenza per i lavori idrologici insieme alle variazioni di clima e l’innalzamento eustatico marino hanno costituito un terreno fertile di iperendemia malarica.






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