La febbre come reazione vitale dell’organismo
di Luigi Costacurta

Le sintomatologie che, a mio avviso, rispondono alla nostra ottica interpretativa della condizione di alterazione della salute e nel contempo evidenziano anche la reattività vitale dell’organismo sono:

a)      la febbre

b)      il dolore

c)      l’infiammazione.

Queste manifestazioni chiamano in causa l’interdipendenza funzionale dei vari meccanismi che identificano l’unicità organica–bio-psico-chimico-fisiologica dell’organismo che noi conosciamo come Io e materia. Generalmente, nell’attività funzionale, a prescindere dal movente (che può essere specifico della funzione o traumatico), l’infiammazione è la prima ad interessare l’interdipendenza funzionale che a priori coinvolge il sistema circolatorio sanguigno, linfatico e nervoso.

Sappiate comunque che nessun meccanismo per cui viene identificata l’unicità organica viene escluso. Come pure il processo dell’attività funzionale organica è strettamente correlato ai dettami dell’igienistica naturale da noi propugnata.

LA FEBBRE

La febbre è una manifestazione sintomatica la cui origine si può dire di ordine biochimico, fisiologico, psicologico e palesa sempre una condizione di alterazione termica della temperatura corporea (37°).

La patologia della medicina convenzionata riconosce questo fenomeno applicato all’inizio o alla fine del tubo digerente (bocca o ano) oppure, con riserva, quando lo si applica a livello cutaneo sotto le ascelle. Però esiste anche un’altra febbre che la fisio-patologia non conosce poiché non rilevabile dal termometro.

Stando al dizionario patologico di più recente pubblicazione, la febbre viene identificata con una suggestionante nomenclatura di svariati nomi di microbatteri, di virus, di insetti, ragni, ecc.

Talvolta con nomi di regioni geografiche o con il nome dello scopritore o ricercatore del microbattere o del virus ritenuto responsabile dell’infezione che, in tutti i casi, palesa la condizione di alterazione termica febbrile nonché la definizione dell’ipotetica sindrome patologica ossia lo stato di malattia.

La manifestazione sintomatica, che caratterizza la febbre o stato febbrile (aldilà di ciò che è misurabile e quantificabile con il termometro nella scala termica corporea), è data dall’aumento dei battiti del polso; da brividi in tutto il corpo; da dolori alle giunture delle articolazioni. Talvolta tutto questo è accompagnato da un ritmo respiratorio più rapido, oltre le 16 inspirazioni ed espirazioni per minuto; da spossatezza e dolori di testa in special modo alle meningi; talvolta anche da sintomi di vomito, nonché di delirio.

Non è detto che tutte queste manifestazioni siano concomitanti o presenti in ogni caso febbrile. Ciò è anche possibile quando la causa è data da un grave processo fermentativo, infiammatorio, quando vi è in atto una grande intossicazione, caratteristica specifica di un organismo alquanto indigente dell’attività immunitaria, ossia di quello che noi consideriamo difese vitali dell’organismo.

Inoltre la citata sintomatologia non è attribuibile solo ad un fattore o ad una causa esogena (come viene spesso definito in patologia quando un soggetto viene inoculato con punture o morsi di insetti ecc.) bensì a quella che noi definiamo intossicazione endogena di ordine funzionale il cui movente è alla base dell’errata o mancata igienistica naturale. Diversamente, stando alla patologia batterica, viene attribuita questa sintomatologia all’azione o presenza del microbattere o del virus il quale o i quali, secondo la loro natura o specie, danno origine ad una classificazione nomenclatoria dei più svariati stati patologici, delle più svariate condizioni di alterazione della salute alla quale immancabilmente la patologia attribuisce nomi non specifici.

A questo punto ciò che dobbiamo considerare è che secondo quest’ottica analitica anche l’ottica terapeutica non si dissocia, bensì forte dell’esperienza chemioterapica di laboratorio (alla quale però manca l’esperienza clinica a lunga scadenza sull’effetto collaterale e postumo prodotto dal farmaco nell’organismo) sprovvedutamente, per arrestare la virulenza batterica o virale presunta o palese che sia e ipoteticamente ritenuta la causante della manifestazione sintomatica, somministra il farmaco (talvolta antibiotico, antistamico oppure antipiretico)secondo questa logica diagnostica.

Ora, facendo riferimento ai concetti biochimico, fisiologici, dietetici e trofoterapici, supportati dalla mia più che trentennale esperienza e ricerca, con certezza possiamo asserire scientificamente: qualunque stato febbrile (anche post operatorio) di ordine o natura endogena, è la risultante della mancata igienistica naturista da noi divulgata e propugnata che sta alla base di tutti i nostri studi.

In precedenza, abbiamo ricordato che nell’organismo può prodursi una condizione febbrile anche per cause esogene, ossia estranee a quella che noi consideriamo attività funzionale intima della complessità strutturale organica. Tali cause, come detto, in genere sono l’effetto di punture o di morsicature d’insetti, di ragni, o dipendenti da organismi parassiti come pure, uno stato febbrile può prodursi dal contagio, da sostanze tossiche e non solo chimiche (tabacco messo in un sacchettino di cotone bagnato e posto sotto l’ascella o tramite una sigaretta, è più che sufficiente per produrre una febbre da cavallo). Comunque, a prescindere dalle specifiche tossicità, un organismo in completa normalità funzionale trova sempre scudo nelle sue risorse immunitarie e reagisce quanto meglio all’evenienza, talvolta anche senza l’ausilio del farmaco.

La tematica della nostra lezione è rivolta allo studio ed interpretazione del sintomo che patologicamente caratterizza lo stato di malattia che, stando alla nostra ottica igienistica, non trova origine nel sintomo il quale altro non è che una manifestazione sintomatica. Esso chiama in causa il concorso dei vari meccanismi che partecipano all’attività funzionale organica espressa anche con quella delle difese del corpo.

In effetti, la malattia espressa nel sintomo ha radici più complesse. In tutti i casi si evidenzia sempre un processo infiammatorio che trova radici o origine nel movente o nella causa (riferendosi alla presunta normalità funzionale organica), dipendente o condizionata da una errata igienistica comportamentale. Il condizionamento può derivare anche dalla componente ereditaria e genetica, la cui incidenza, più che mai oggi, quantitativamente può essere valutata, ed inoltre ancora da un movente o causa esterna estranea a tutto ciò: vedi il caso di punture e morsi di insetti ecc. o come pure intossicazione da sostanze esogene.

Per quanto concerne febbre alla patologia convenzionale è sfuggito qualche cosa: in nessuno dei suoi testi parla della febbre alla quale ci riferiamo ora, cioè la “febbre gastrointestinale”; non ne parla proprio perché non è misurabile con il termometro.

Mancando dell’ottica di relazione, è ovvio che si disconosca il processo o il fenomeno di correlazione che esiste nell’interdipendenza dei meccanismi che intervengono o interagiscono nel processo biochimico, fisiologico, psichico e vitale dell’organismo e quindi, proprio per la sua natura, nel contesto dell’anti-igienistica dietetica. La febbre gastrointestinale è il primo effetto o meglio è la risultante negativa di questo primario processo.

La quotidiana e costante presenza di questa febbre misconosciuta, prodotta nell’arco dell’esistenza (senza considerare che questa viene a crearsi ancora nei primi giorni di vita del neonato che non allatta al petto materno), a seconda del potenziale vitale dell’organismo, tardi o tosto, crea un terreno organico che, affievolisce la vitalità nervosa per effetto dell’intossicazione e che caratterizza anche la componente inibitrice dei meccanismi immunitari.

Diciamo che una tale condizione, viene a produrre un terreno o un ambiente ideale alla mutazione del microrganismo. In relazione alla caratteristica del composto umorale, esso si trasforma in microbattere, in virus. Visto con l’ottica della patologia o della patologia microbatterica, viene identificato come elemento causante dello stato di malattia, generalmente espresso con il sintomo.

La febbre non rilevabile dal termometro, ma riscontrabile con l’auscultazione del battito del polso, è molto più deleteria di quella accusata dal termometro che, in tutti i casi, è sempre una chiara manifestazione della vitale reazione nervosa organica. Essa terapeuticamente viene combattuta con la somministrazione farmacologica, mentre per l’organismo è una manifestazione salutare, se viene trattata con la metodologia delle discipline igienistiche naturali.

Oltre a quanto detto, non dobbiamo dimenticare che a prescindere da ciò che può essere attribuito ad una componente esogena, anche la febbre riscontrata dal termometro a livello cutaneo, a monte, come causa primaria, trova sempre la febbre gastrointestinale, ossia la febbre misconosciuta dalla patologia medica proprio perché il termometro non l’accusa.

Ma nell’organismo umano quante cose e quante reazioni sfuggono alla strumentazione ed ancor più al pensiero e dall’intuizione della mente umana?

Ciò che non dobbiamo dimenticare mai, è che la vita organica è fondata sulla relazione e nell’interdipendenza fra i principi vitali delle funzioni biochimiche, fisiologiche e psichiche. Quindi, richiamandoci a questo fondamentale concetto (esclusivo della nostra concezione igienistica naturale) diciamo che abbiamo i mezzi e metodi per identificare e smascherare l’esistenza di questa febbre gastrointestinale che tanto sfugge alla rilevazione termometrica.

Nell’igiene naturale, il riscontro dell’esistenza della febbre gastrointestinale, a prescindere dall’esame iridologico, è fattibile con due mezzi. Il principale di questi, è il rilevamento dei battiti del polso i quali, a prescindere dall’esistenza o no, di qualche vizio cardiaco, nel caso febbrile o di congestione essi, si riscontrano in forma tachicardica anche se il soggetto costituzionalmente è brachicardico.

La  bradicardia è data da tre movimenti o cause: la prima di queste cause può essere di indole genetica costituzionale; la seconda si riconosce come causa dell’atleta ossia, la causa dovuta allo sforzo fisico continuo il quale viene a caratterizzare l’ingrossamento del cuore; terza causa, la patologia evidenzia quanto mai l’alterazione funzionale del sistema nervoso.

Però è da ricordare anche che, sia la tachicardia quanto la bradicardia, possono presentare anche un’espressione aritmica la quale, generalmente (aldilà di quella che potrebbe essere la specifica causa febbrile del momento) caratterizza l’esistenza di un quadro patologico più complesso, cioè uno stato di malattia talvolta cronico che vede coinvolti i distretti ed organi più nobili del corpo.

Il secondo mezzo per il riscontro dell’esistenza della febbre gastrointestinale lo dà la somatica. Basta osservare attentamente il soggetto e qualche indizio certo lo troviamo: una faccia magra e pallida, talvolta con qualche ruga profonda; una presenza di gonfiore parziale o totale presente sul piano frontale del busto, dalla zona dell’ipocondrio e dell’edigastro al basso ventre; una respirazione ansimante difficoltosa e molto pausata oppure rapida; l’osservazione della lingua e delle fauci; un eventuale stato di cachessia che ci evidenzia l’esistenza della condizione cronica acquisita, talvolta anche iatrogena, il cui movente è dato dall’errato modus vivendi.

Possiamo completare l’esposizione dicendo che la febbre gastrointestinale ha due dimensioni che si contraddistinguono nel tempo che viene richiesto ed utilizzato dal presunto processo digestivo degli alimenti il quale si concretizza con l’assimilazione degli umori prodotti con il bolo digerente e con l’eliminazione dei residuati trasformati in feci.

La febbre gastrointestinale è strettamente relazionata al processo digestivo. Questo è relazionato alla struttura bio-cellulare e bio-chimico molecolare degli alimenti e pertanto alla loro possibilità associativa nella funzione di somministrazione ed assunzione. Per svolgere questo processo, l’organismo partecipa con tutti i suoi elementi o meglio con tutte le sue componenti strutturali biochimiche, fisiologiche e psichiche.

Ogni cibo, nel suo contesto strutturale, è caratterizzato da una struttura. L’organismo mette in moto o predispone i suoi meccanismi più appropriati per la realizzazione ed il completamento del processo digestivo, il quale può rivelarsi realmente nutrizionale o tossico, a seconda del rispetto della norma igienistico dietetica, o se l’esigenza bio-chimica e fisiologica dell’organismo, erroneamente o ignorantemente, non viene rispettata e così protratta nel tempo.

I principali meccanismi interessati e condizionati nel processo digestivo degli alimenti, secondo l’ordine sono: il sistema nervoso ed endocrino; l’attività fisico-meccanica; la componente bio-chimica propria dell’organismo ed il sistema cardio-vasco-circolatorio.

A priori abbiamo detto che la febbre gastrointestinale si presenta con due dimensioni. Non dobbiamo dimenticare che in relazione alla specifica digeribilità degli alimenti (vedi mia letteratura), le modalità ed i tempi di digestione sono ben diversi e ben diverso è il concorso dei meccanismi organici interessati al compimento e completamento della funzione digerente.

In relazione alla natura del cibo (vegetale o animale, crudo o cotto) ed in relazione alla sua assunzione, solo o congiuntamente ad altri di ordine glucidico, cotti o crudi che siano, fra loro bio-chimicamente associati o no, si determina la dimensione o magnitudo della febbre gastrointestinale.

Se ci serve una sola specie di cibo crudo di natura vegetale, sappiamo che la sua struttura organica a tutti i livelli bio-chimici e fisiologici è completa e pertanto per trasformarla in sostanza nutrizionale il nostro organismo limita l’attività dei suoi meccanismi. L’organismo per reazione nervosa e chimica mette in moto la specifica diastasi, indispensabile alla demolizione e dalla elaborazione delle sostanze nutrizionali. In questo caso non si origina la febbre intestinale.

Se questo stesso cibo è cotto, il processo digestivo diviene più complesso ed anche più lento e laborioso poiché con la cottura si distrugge completamente la struttura biologica dell’alimento e si trasforma tutta la struttura chimica.

Per poter utilizzare il cibo l’organismo si vede costretto a mettere in atto un processo bio-chimico più laborioso utilizzando i propri meccanismi i quali (sempre in relazione a quello che noi consideriamo potenziale vitale del corpo) opereranno nel modo più confacente affinché il processo digestivo si realizzi.

È ovvio che con tale condizione, in questo caso, il processo digestivo è diverso dal precedente e quindi relazionandoci a quella che conosciamo come dinamica bio-chimico e fisiologica del processo digestivo, diciamo che proprio dalla lentezza e laboriosità prende origine la febbre gastrointestinale.

Questa caratterizza la prima dimensione che in via generale non è grave più di tanto perché il cibo cotto è di ordine vegetale (comunque non salutare). Certo, se questo fenomeno si ripete ad ogni pasto, la questione o il problema è ben diverso in quanto andiamo a dar vita alla seconda dimensione febbrile.

La seconda dimensione della febbre gastrointestinale si differenzia completamente dalla prima, non per la dinamica d’origine che più o meno è similare, ma più specificamente per il fattore termico febbrile che quantitativamente ed ininterrottamente è maggiore ed è esteso a tutto il tubo digerente.

Questo fenomeno bio-fisiologico è l’effetto caratteristico della nostra cultura culinaria e gastronomica, e perché no, anche medico sanitaria la quale, quest’ultima, anziché fare la cultura della salute, con la sua propaganda, quotidianamente fa quella della malattia.

Per la medicina allopatica la cultura della salute si fonda sugli esami clinici senza pensare che, quando uno richiede un esame, è perché già si sente male.

Richiamandomi a tutta la nozionistica che caratterizza il nostro studio, spero che riuscirete a comprendere meglio il concetto e la dinamica di come si origina e si evolve il fenomeno bio-chimico e fisiologico della vera febbre gastrointestinale.

Nel processo della funzione digestiva e nutrizionale degli alimenti, il masticare e rendere in poltiglia il cibo più o meno è conosciuto da tutti. Ciò che invece non è conosciuta è la legge delle compatibilità ed incompatibilità associative degli alimenti che generalmente si assumono in un pasto.

Questo deficit culturale, oggi più che mai, è alla base della cultura gastronomica universale. In effetti, in relazione alle proprie condizioni economiche ed alla possibilità di reperire ogni sorta di cibo per soddisfare la necessità della fame da un canto ed il piacere del palato dall’altro, inconsciamente ed ignorantemente, ci si dà all’arte culinaria senza pensare se per l’organismo è più importante appagare il piacere dei sensi o dare la vera necessità nutrizionale per il sostentamento vitale del corpo.

In passato, soddisfare il piacere del palato, fu una delle tante possibilità delle classi più abbienti ma da mezzo secolo a questa parte è divenuta la prerogativa di tutta la società culturalmente evoluta. In effetti, in qualsiasi latitudine ci si trovi, si nota che a pranzo ed a cena non esiste più il monopiatto con il monocibo bensì un’infinità di piatti (una vera grazia di Dio). Solo leggendo il menu, talvolta ti fa venire l’acquolina in bocca.

Orbene, in questi piatti o portate, se osserviamo con analisi critica, noteremo una varia associazione di più proteine con carboidrati o con legumi e con altri cibi di ordine vegetale; un seguito di dolci, di frutta, liquori, ecc. È ovvio che un’alimentazione del genere è data da cibi prevalentemente cotti e quindi completamente denaturati e bio-chimicamente trasformati. Una alimentazione tale, anziché nutrire, denutre ed intossica l’organismo e lo avvia sul sentiero della malattia la quale, cen che vada, non tarderà a manifestarsi proprio con quella sintomatologia citata all’inizio di questa trattazione.

Poiché parliamo di patologia, anche in questo caso non fa male ricordare l’esistenza della componente predispositiva genetico-ereditaria la quale, proprio per conseguenza dei disordini igienistico-dietetici, denuncia la sua presenza con manifestazioni sintomatiche più complesse che evidenziano il loro essere in un terreno organico trasformatosi per la conseguenza infiammatoria che si origina con la cronica febbre gastrointestinale. L’interpretazione errata di tale fenomeno, da parte delle medicine allopatiche, determina la caratteristica attuazione delle loro altrettanto allopatiche metodologie terapeutiche i cui effetti conducono il soggetto alla cronicità iotrogena.

Questo mio modo di dire ha un preciso scopo: quello di indurvi al ragionamento di relazione e di comparazione analitica per capire meglio i meccanismi più interessati dal processo eziologico evolutivo dello stato patologico, che caratterizza la complessa dinamica della simbiosi organica che si identifica nell’entità ed unicità funzionale del nostro corpo.

Con queste osservazioni analitiche, si comprende benissimo l’importanza e l’effetto delle compatibilità ed incompatibilità bio-chimiche degli alimenti, in relazione a quello che può essere un intervento di emergenza dei meccanismi che regolano la componente chimica dell’organismo. Si comprende benissimo che, malgrado questo laborioso intervento, il ph gastrico e il ph umorale e sanguigno si presentino alterati.

In questo contesto, si comprende benissimo che, aldilà di quanto possa essere considerata una influenza sensoriale visiva, olfattiva o gustativa o psicologica nel sistema nervoso, si esercitava da un lato un effetto stimolante e, dall’altro, un effetto condizionante. Ambedue, anche se in modo contrario, operano sui meccanismi di tutto il sistema endocrino che, in primo luogo, si esprimono a livello bio-chimico-fisiologico con i meccanismi della secrezione gastrica in senso lato.

Una lotta impari si instaura fra le diastasi contro il disordine chimico ed il tempo richiesto per portare a termine il processo di demolizione dei vari cibi di natura chimica diversa che, in questo caso costituiscono il bolo alimentare le cui sostanze devono essere trasformate in umori nutrizionali.

Sappiamo che per far fronte a questo macro lavoro bio-chimico necessita una maggiore energia.  Tramite determinati meccanismi del sistema nervoso ha luogo un apporto sanguigno, cioè un maggiore afflusso di sangue nella zone viscerale. Questo apporto perdurerà in forma pletorica fino a compimento del processo digestivo, che in relazione alla vitalità costituzionale del soggetto e alla struttura del bolo alimentare, può protrarsi anche per 24 ore.

È da non dimenticare e da ricordare sempre (nel caso dell’alimentazione data da più sostanze proteiche associate fra di loro e a loro volta associate ad altre sostanze chimicamente incompatibili nel contesto di un determinato pranzo) che per reazione chimica e nervosa circolatoria, il gradiente termico viscerale si altera superando di molto i 40-45 gradi.

Con tale temperatura quindi si va ad originare lo stato flogistico, ossia quella infiammazione che a ragion di logica altera completamente il processo di fermentazione il quale, anziché essere l’elemento risultante indispensabile al nutrizionale processo digestivo, diviene il reale e malsano terreno atto alle mutazioni microrganiche che, da salutari, si trasformano in tossiche e microbatteriche vurali.

Tale stato, mantenuto quotidianamente nell’arco dell’esistenza del soggetto ed il relazione al suo potenziale genetico costituzionale, quanto prima sfocia in quella manifestazione sintomatica già descritta dalla patologia per i casi febbrili. Sappiate comunque che secondo la nostra ottica medica igienistica, la febbre gastrointestinale sconosciuta dalla patologia medica convenzionale perché il termometro non l’accusa, apre il cammino o meglio è il viatico dei più o meno pesanti stati patologici ossia di malattia.


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