L'Acquaticità
di Silvia Zambon


Ho voluto dedicare uno spazio ad un’ultima ricerca nell’ambito dell’acqua relativamente al discorso dell’acquaticità, in quanto la considero una materia di studio emergente proprio come tecnica terapeutica, utile anche a verificare tutte le connessioni tra corpo e psiche nel contesto dell’elemento acqua.
Per questa verifica voglio ringraziare la mia insegnante di acquaticità Rossella Pisano che attraverso la riscoperta di un nuovo approccio con l’acqua, mi ha permesso indirettamente questa sperimentazione.
Acquaticità vuol dire essenzialmente ritorno all’acqua.
Nell’evoluzione del pianeta terra e delle sue forme di vita abbiamo assistito ad un lento, ma progressivo viaggio della cellula dall’acqua all’aria.
Quale sia il disegno o il meccanismo che spinga in tal senso l’evoluzione non ci è dato sapere. Suggestiva a questo proposito, ma ritengo solo a livello di citazione, l’ipotesi inversa per cui s’ipotizza un eventuale ritorno all’acqua.
Per esempio i delfini sono mammiferi che dopo un periodo sulla terra ferma siano tornati nell’ambiente marino, ma resta un’ipotesi priva di supporto scientifico.
Per ritornare all’acqua come culla iniziale del genere umano e di tutte le specie animali e vegetali abbiamo verificato, anche attraverso i meccanismi delle Leggi Biologiche del dr. Hamer, come questa peculiarità sia ancora insita nel richiamo dell’acqua come momento di difesa e protezione.
Il collegamento tra l’elemento acqua e la nostra parte più antica, quella istintiva, può essere dedotto dalle molteplici analisi scientifiche dal punto di vista neurofisiologico. Da questo punto di vista, infatti, è stato appurato che il sistema volontario di controllo della motricità interviene selezionando e, spesso, restringendo il range di illimitate possibilità, con l’effetto di ridurre i gradi di libertà di movimento. Un esempio chiaro di come i meccanismi neuronali tipici dell’uomo siano in grado di inibire e paralizzare quelli più automatici e istintivi, è il fatto che la specie umana è l’unica specie di mammiferi che non è in grado di nuotare, se non dopo uno specifico addestramento.
Questo peraltro vale solo nel caso dell’uomo adulto, dal momento che nei soggetti nei quali non si è avuta ancora la maturazione delle aree di controllo volontario, il nuoto è possibile senza alcun problema: i neonati e i bambini piccoli sanno istintivamente quali movimenti fare in acqua.
L’antropologo Desmond Morris sostiene che molti problemi della nostra attuale società derivano dal fatto che non siamo in grado di coordinare le due modalità di comportamento: l’istinto e il razionale.
L’incapacità di arrivare alla parte più inconscia dell’autocontrollo porta le persone ad usare tutta una serie di soluzioni e accorgimenti razionali, attraverso dei comportamenti volontari, che paradossalmente vanno invece ad aumentare il problema. Un po’ come la persona che avendo paura dell’acqua pensa di superarla usando il salvagente o semplicemente non entrando in acqua.
L’acquaticità è ben differente dalle varie attività sportive, l’acqua viene portata ad una temperatura più vicina a quella corporea, inoltre il corpo resta abbandonato nell’acqua profonda o si muove senza usare la forza, ma sfruttando la spinta stessa dell’elemento, quindi molto diverso sarebbe l’impatto dell’acqua sulla pelle durante una nuotata vigorosa, dove i nostri recettori sarebbero stimolati dal movimento, dalla pressione e dalla temperatura.
Consiste invece in una tecnica di connessione con l’acqua attraverso la rimozione di resistenze razionali legate alla paura ed il ritorno all’elemento acqua quale momento naturale e fisiologico del corpo umano.
Per questo l’azione terapeutica dell’acquaticità passa inevitabilmente attraverso la consapevolezza inconscia e ancora una volta ritorniamo alla valenza antica di questo elemento.
Superate le barriere della razionalità e della paura l’azione terapeutica dell’immersione nell’acqua sono enormi, sino a toccare momenti di connessione con il proprio Io.
L’acqua non ci pone resistenza ed avvolgendo il corpo ci chiede di lasciarci andare, liberati anche del nostro peso.
In questo caso il movimento in acqua non è finalizzato ad un raggiungimento di velocità o di spostamento, ma è uno “stare nell’acqua”.
Per questa simbiosi è necessaria una temperatura non troppo rigida, cioè termoneutra.
Un espediente per migliorare questa simbiosi tra il nostro corpo e l’acqua consiste nel favorire l’effetto osmotico tra i nostri liquidi e quelli esterni, per questo si consiglia l’aggiunta di sale (NaCl) sino ad arrivare ad ottenere una soluzione di sodio pari allo 0,9%, corrispondente circa alla salinità dei nostri liquidi. In questo modo si ottiene la cosiddetta acqua isotonica, un ottimo modo per trasmettere un messaggio di “protezione esterna” e quindi di riequilibrio della funzione idrica e quindi con sperimentati effetti diuretici in caso di ritenzione idrica.
Il rapporto con l’acqua è diverso qui dalle tecniche idroterapiche, infatti ci si serve dell’acqua non più come stimolo, ma come elemento avvolgente e tanto più completo sarà l’abbandono, tanto più forti le sensazioni legate alla sensorialità e alla scioltezza muscolare, intesa come abbandono in assenza di paura.
Merita a questo riguardo citare una delle connessioni più significative ad alcune patologie i cui conflitti sono stati individuati dal dr. Hamer proprio nella motricità sia articolare che muscolare.
Sono le patologie legate alla carenza di funzionalità, come la sclerosi multipla, il morbo di Parkinson, la distrofia muscolare e similari. Senza entrare ora nei dettagli del meccanismo relativo ai due momenti del conflitto attivo e soluzione, resta straordinaria l’osservazione del dr.Hamer sul fatto che questi conflitti, di motricità insieme alla svalutazione di se stessi, sono prerogative di persone rigide, quelle tutte di un pezzo, che non sanno piegarsi e soprattutto quindi di persone di rango elevato o che hanno assunto ruoli e professioni di prestigio, tipo cariche politiche o sportivi pluridecorati.
Il riscontro è immediato se si indaga sull’acquaticità di queste persone, sono sempre tutte restie ad entrare in acqua e allora si comprende come la loro guarigione possa trovare un valido strumento terapeutico nel ritorno ad una esperienza, “il lasciarsi andare”, mai o poco vissuta nella loro vita.
Purtroppo spesso viene rifiutata da queste persone l’esperienza dell’immersione proprio perché a livello inconscio manca la loro disponibilità a mutare la loro rigidità.
La resistenza al cambiamento però è uno degli ostacoli più difficili da affrontare, è così difficile che non riusciamo neppure a riconoscere quello che non funziona in noi e che ci fa soffrire, nascondendoci dietro le nostre paure e le nostre ansie.
Una coincidenza, chiaramente non fortuita, ci arriva dalla floriterapia del dr.Bach dove l’unico rimedio non proveniente dal mondo vegetale, non poteva che essere l’acqua, in particolare l’acqua di roccia, rock water, la più pura e ritroviamo un’ulteriore coincidenza nella funzione terapeutica del rimedio proposto dal dr. Bach: lo scioglimento delle rigidità, soprattutto con se stessi.
Non entriamo nella dinamica terapeutica dell’aspetto vibrazionale della floriterapia, perché la memoria dell’acqua costituisce un capitolo a sé; è interessante per noi solo rilevare la connessione effettuata da Bach tra la rigidità quale momento patologico e l’acqua come elemento terapeutico.
A questo proposito vorrei aggiungere una mia osservazione in merito al sistema della floriterapia, è un rilievo che non ho mai trovato nei testi che trattano l’argomento, ma che a mio avviso potrebbe avere un senso sia sotto il profilo vibrazionale, sia sotto il profilo biologico trattato sinora.
La considerazione è che probabilmente non a caso il dr. Bach usa come veicolo dei principi vibrazionali di tutti i fiori proprio l’acqua di fonte, che altro non è che Rock Water, quasi a voler significare che per ogni problematica, al di là del proprietà del singolo fiore, occorre comunque accompagnare l’energia del fiore all’azione indispensabile di predisporre il nostro organismo e la nostra psiche al cambiamento e quindi niente meglio delle caratteristiche fisiche, chimiche, vibrazionali, biologiche dell’acqua pura possono assolvere a questa funzione.
Spesso infatti le nostre patologie sono comunque legate e dipendenti da attaccamenti o condizionamenti, che ci frenano e impediscono i cambiamenti.
La rispondenza a questo principio la ritroviamo in un particolare tipo di esperienza: quella dell’acqua profonda, dove i riferimenti e gli appoggi non ci sono più ed allora l’individuo resta solo con se stesso, ed allora o la paura lo pervade totalmente, o ci si lascia totalmente avvolgere dall’elemento liquido, tramite il galleggiamento di tutto il nostro corpo. Non si può lasciarsi andare alla tentazione di aiutarci con il fondo vasca o con il bordo a portata di mano.
Il lato oscuro dell’acqua, quello che ci fa paura ci obbliga guardarci dentro. Quando ci immergiamo la sensazione fisica più forte è la consapevolezza di essere, di stare sospesi.
In definitiva l’acquaticità ci insegna a sentire, gestire e controllare il movimento con consapevolezza e il risultato non può che essere l’unione tra mente e corpo.


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