L'acqua e l'idroterapia nell'antichità greco-romana
di Giacinto Bazzoli

Uno dei primissimi elementi terapeutici che l’uomo invocò a suo soccorso è l’acqua.
Già presso gli antichi Babilonesi il nome dei sacerdoti medici significava. “coloro che conoscono l’utilizzo dell’acqua”. Gli stessi Babilonesi simboleggiavano in Ea (acqua) la ragione prima del mondo da cui vennero create tutte le cose. Similmente nella Bibbia prima della creazione la Ruah (lo spirito) di Dio è accovacciata sulle acque primordiali come la choccia sulle uova.
I filosofi della natura delle scuole ioniche, in particolare Talete, vedevano nell’acqua la fonte di vita. Talete sosteneva che l’uomo si mantiene in salute solamente se beve abbondante acqua, presa direttamente dalla fonte. Gli asclepiadi, che praticavano i bagni purificatori ai malati che accedevano a templi di Asclepio, prima dell’ “incubatio” (sogno risanatore) dicevano che l’acqua purifica il corpo e che fa scorrere con maggior fluidità il sangue.
È naturale quindi che nei più antichi sistemi di purificazione del corpo e dello spirito tutte le civiltà ricorrano all’acqua.
L’idroterapia ha origini antichissime. I maestri degli ultimi tre secoli da Han a Priesniz a Kneipp hanno riscoperto quanto avevano già raccomandato i terapeuti dell’antichità greca e romana.
Filolao discepolo si Alcmeone della scuola di Crotone consigliava di fare almeno due bagni al giorno nella stagione calda e uno in quella fredda. Si trattava di bagni a temperatura ambiente o leggermente temperati nella stagione fredda, dopo dei quali era consigliabile asciugarsi e farsi massaggiare la schiena. Filolao partiva dal presupposto che: ”La stanchezza accumulata nel tempo è un fertile terreno per la malattia”. Aveva fatto tesoro di quanto diceva il suo maestro Alcmeone: “Il corpo ha bisogno di aria e di movimento, ma il moto eccessivo provoca affaticamento nocivo alla salute”. Lo stesso Filolao insegnava: “Non mettere cibo in bocca quando sei molto affaticato perché sarebbe veleno. Limitati a bere semplicemente acqua eventualmente con l’aggiunta di poco miele”. “Il riposo ristoratore non l’avrai mettendoti a sedere in piazza, o parlando con gli amici ma facendo un bagno a temperatura ambiente e poi chiudendoti in una stanza dove non giungano rumori, e stendendoti su un giaciglio duro, perché le ossa riposano solamente sulla superficie rigida”.
Eurifone di Cnido che scrisse un trattato sulla meloterapia suggeriva: “I suoni della natura aiutano a guarire molte malattie. Quando sei agitato, ansioso, debilitato siedi sulle sponde di un fiume, chiudi gli occhi, svuota la mente da ogni pensiero e ascolta il fluire delle acque…Così per più giorni consecutivi, perché la musica dell’acqua è la migliore medicina per questi malanni. Ricordati che la musica dell’acqua giova ai nervi, la musica del vento giova agli umori, la musica del bosco giova alla mente.Il suono dell’arpa fa meglio di tante pozioni di erbe amare se poi il suono dell’arpa è unito a un saggio digiuno e ad un bagno d’acqua tiepida in cui siano mescolate delle erbe il risultato sarà incoraggiante, soprattutto per chi soffre di malattie riguardanti l’apparato digerente”.
Malgrado il relativo silenzio serbato nelle opere del Corpus Hippocraticum circa le cure idropiniche e crenoterapiche, pure sembra che nell’isola di Coos, e precisamente proprio nei pressi del celebre tempio, fossero fiorenti le cure di questo genere.
Acque di differenti origini e di diversa natura risultano essere state convogliate nei pressi del tempio in varie epoche; durante gli scavi sono infatti venute alla luce condutture in terra cotta, dalle cui concrezioni calcaree, più o meno spesse, si è potuta dedurre la composizione delle acque e la quantità di minerale in esse disciolta (ferro, tracce di arsenico e manganese).Oltre a queste morte vestigia di opere idrauliche, c’è ancora la testimonianza vivente di numerose polle sorgive che scaturiscono intorno e nel seno stesso dei ruderi dell’Asclepieo: acque potabili, depositi di zolfo e acquitrini in sommovimento per i gas che si sprigionano dal terreno. In questa regione pullulano vene, oggi scarse, ma che in passato dovevano essere ben più efficienti.
I bagni fanno parte dell’arsenale terapeutico di Ippocrate. L’utilità dei bagni è sostenuta nel Regime nelle malattie acute:” il bagno è assai utile a molti malati, che lo praticheranno ora in modo continuativo, ora no”. Ma era un ideale non sempre facile da realizzare per le carenti condizioni materiali che il medico in visita a casa del malato poteva trovare:” poche case in effetti dispongono di attrezzature e servi conformi a quanto richiesto” . Egli precisa che l’acqua non deve essere riscaldata sul fuoco nello stesso locale in cui avrà luogo il bagno, per non riempire la stanza di fumo. L’acqua deve essere abbondante. Il malato starà tranquillo e in silenzio senza fare niente da solo. Si bagna tutto il corpo o solo una parte a seconda dei casi. Esiste una vera e propria arte di praticare le aspersioni che saranno frequenti e non violente, a meno che non sia richiesto dalla situazione. La testa deve essere asciugata perfettamente mentre il corpo viene asciugato con spugne e con lo strigile. Si deve assolutamente evitare di raffreddarsi. Se si violano le regole il risultato è che il bagno, invece che essere utile, rischia di nuocere.
Oltre ai bagni caldi sono previsti bagni di vapore che fanno sudare. Si poteva esporre al vapore sia una parte che l’insieme del corpo.
Uno degli argomenti principali su cui converse l’attenzione di quella coscienza igienica che fu caratteristica di Roma, fu l’acqua.
L’acqua, in tutti i suoi aspetti: sia che fosse da allontanarsi, quale elemento di insalubrità di luoghi paludosi, sia che fosse da convogliarsi per i bisogni della città, sia che fosse da usarsi quale elemento di pulizia e di rintempramento delle forze fisiche o, addirittura, come già vedemmo, che fosse usata quale sussidio terapeutico.
Già i popoli etruschi si erano resi benemeriti nel risanamento di zone malariche.
Altre vestiglia dell’igiene romana sono rappresentate dalle costruzioni termali di cui Roma fu ricchissima, tanto che all’epoca di Diocleziano, nella sola città se ne calcolavano circa ottocento.
I Romani conobbero estesamente l’uso delle acque termali e minerali, ne specificarono il valore terapeutico e ne tentarono anche una classificazione.
Così fece, per esempio Plinio distinguendo in solfuree, bituminose, alluminose, saline e ferruginose. Tentò anche un’analisi (a seconda della tinta che assumono col colore o a seconda delle macchie che lasciano su gli oggetti di rame), nonché una relazione tra proprietà terapeutiche e caratteri da loro mostrati.
Parlando, in particolare, di queste o quelle acque, le riconosce utili per varie affezioni, quali le oculari e talune specie di febbri.
Importanza particolare acquisivano, per il pubblico, quelle terme che avevano fama di combattere la sterilità delle donne, principali fra queste le terme di Sinuessa.
Anche Vitruvio tenta una classificazione delle acque minerali, riferendo a ciascuna di esse la specifica virtù terapeutica: le solforose contro gli umori viziosi, quali ricostituenti; le alluminose quali rinfrescanti; le nitrose fredde, quali purgative.
Anche Celso, sebbene più vagamente, parla di acque minerali, insistendo invece più particolarmente su l’uso dei bagni di acqua comune, per scopo terapeutico.
Galeno se ne occuperà meno, togliendo dagli autori precedenti le osservazioni già fatte ed aggiungendone di sue, originali.
Tutto ciò, ben s’intende, oltre all’azione terapeutica del bagno in sé stesso, secondo quelle idee ispirate dalla scuola metodica e che tenevano presente lo stato fisico della materia.
Non erano sconosciute le inalazioni e i fanghi. Per questi ultimi, tra le molte testimonianze, cito quella di Plinio: Utuntur et coeno fontium ipsorum utiliter (usano il fango delle stesse fonti con efficacia terapeutica). Per le inalazioni abbiamo ancora un’altra testimonianza dello stesso autore: Vapore quoque ipso aliquae prosunt (alcune sorgenti sono utili alla salute con il loro vapore).
Spesso le acque minerali, quando non formano naturalmente delle raccolte ove potersi immergere, venivano radunate in piscine dove era anche possibile nuotare.
Quando si poteva, venivano convogliate fino a Roma affinché le cure termali potessero essere effettuate a domicilio, come fu fatto per Nerone nella cui Domus Aurea esistevano bagni alimentati da acque marine e dalle celebri acque albule (Svetonio, Vita di Nerone).
Interessanti le indicazioni per eseguire il bagno: oltre a quello che abbiamo desunte da Antillo (immergersi in acque tranquille), quelle di Ippocrate, ripetute dagli Autori posteriori, quelle di Celso, sono da ricordare le regole indicate, seguite e ripetute da parecchi autori della scuola metodica.
La cura dei bagni deve avere inizio con una immersione di mezz’ora, aumentando il tempo fino a raggiungere le due ore, in una settimana.
Il periodo di cura totale deve essere di 4 settimane. Nella seconda si conserverà la durata di due ore, nella terza e quarta si scenderà invece gradualmente fino a ritornare alla durata di mezz’ora.
Il bagno generale è consigliato nei casi di malattie generali del corpo: in caso di malattie parziali si possono praticare applicazioni limitate. Il bagno deve essere preso avanti il pasto.
L’epoca migliore per le cure idropiniche e crenoterapiche è quella della primavera e dell’autunno, perché l’estate potrebbe essere pericolosa, data la località paludosa dove di solito sorgono le sorgenti.
A parte le cure crenoterapiche che si impongono, direi quasi naturalmente, per il beneficio prodotto da alcune acque minerali in occasione di determinate affezioni, l’idroterapia vera e propria, in senso più ristretto, ebbe inizio in Roma con il sorgere della scuola metodica che, d’ispirazione epicurea, ebbe i fondamenti nella dottrina di Asclepiade di Bitinia e la fondazione da Temisone di Laodicea.
L’idroterapia sostenuta dai principi della scuola metodica, e quindi non più pratica empirica, divenne una delle basi fondamentali della terapia di quell’epoca e la celebre cura che Antonio Musa praticò in occasione della malattia di Augusto, ne è l’esempio più famoso.
Tutti gli autori romani, o viventi in epoca romana, fecero ampia menzione di questo nuovo mezzo di terapia nei loro scritti e sempre, ad ogni modo, più di quanto non avessero fatto i precedenti scrittori.
Fu con l’instaurazione della scuola metodica, che l’uso dei bagni, caldi e freddi, assunse un vero e proprio carattere di idroterapia, poiché, a giustificare la prescrizione, era valido appoggio un dottrinario medico.
Il bagnarsi soltanto in acqua fredda costituiva per i veri Romani, anche in epoca avanzata, un segno di buoni costumi e di austerità, di vita.
L’idroterapia attuata col bagno romano, con l’avvicendarsi di caldo e di freddo, aveva la funzione di una specie di allenamento per la sostanza stessa, dilatata nel calidarium, ristretta nel frigidarium, sostenendo quasi la funzione di causa patogena artificialmente prodotta.
Come preludio al bagno si richiamava calore alla superficie del corpo eccitando la traspirazione con esercizi fisici, bagni di sole massaggio preliminare:
quindi si entrava nel calidarium a prendere il bagno di acqua caldissima, o per doccia, o per immersione. Il bagno di sudore si prendeva nel laconicum.
Il tepidarium accoglieva in un secondo tempo il bagnante, per abituarlo alla terza fase. Spesso però, questo secondo passaggio era omesso. Il terzo tempo si compiva nel frigidarium: il bagnante accaldato e in sudore, si gettava rapidamente nella vasca piena di acqua fredda, raffreddata, in più, da neve conservata in apposite grotte.
Chiudevano il bagno un massaggio prolungato, la unzione con unguenti, o oli, spesso profumati, ed eseguita sovente da personale dotato di particolari conoscenze mediche.


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