Temperamenti umani e melanconia
di Giacinto Bazzoli

Una dottrina impostata dai filosofi della natura anteriori ad Ippocrate attribuisce la causa delle malattie ad alimenti corrotti che provocano la variazione dell’umidità e del calore del corpo cioè degli umori: sangue, flegma, bile gialla, bile nera o atrabile. Questi umori hanno origine da un organo del corpo, corrispondono ai 4 elementi e hanno una azione particolarmente rilevante in una particolare stagione dell’anno. Lo stato umorale, è la sintesi chimica e vitale di ogni individuo: rappresenta la sua energia vitale circolante con tutte le sue qualità e tutte le sue imperfezioni

Sulla base della prevalenza dell’azione di questi umori Ippocrate delinea 4 temperamenti la cui validità, pur disprezzata in determinati periodi storici, arriva fino ai nostri giorni con una attualità sorprendente.

La pratica della medicina ha seguito questa traccia, perfezionata da Galeno modificata di volta in volta fino al secolo 18°. Questa metodologia, lungi dall’essere abbandonata, è stata spesso arricchita di osservazioni più precise, sia sul piano psicologico che su quello dell’osservazione clinica. Tra il 1800 e il 1900 prima Rudolf Steiner, poi Paul Carton e più tardi Louis Corman, (per nominare i più importanti) hanno mostrato che queste “tendenze vitali” possono essere rilevate non solo dalle tendenze del corpo, ma anche dal modello del viso, da un esame approfondito delle mani e addirittura dalla forma della scrittura.

Ciascun uomo ha un suo speciale temperamento; tuttavia possiamo distinguere diversi gruppi di temperamenti, e principalmente quattro: il sanguigno, il collerico, il flemmatico e il melanconico. Sebbene nella sua applicazione al singolo individuo questa divisione non sia del tutto precisa, poiché nel singolo i temperamenti sono amalgamati nel modo più vario, tanto che si può parlare di una prevalenza di questo o quel temperamento in questo o quel tratto caratteristico di un uomo, tuttavia possiamo distinguere gli uomini secondo il loro temperamento in quattro gruppi.

L’uomo è il frutto di due componenti: la linea dell’ereditarietà, risale indietro dal singolo verso i suoi genitori e avi, e ci palesa le qualità che costui ha ereditato dal padre, dalla madre, dai nonni, dagli antenati precedenti e così via. L’uomo dunque è inserito nella linea ereditaria, ed è noto che porta in sé fin nel nucleo dell’esser suo qualità che dobbiamo ascrivere assolutamente all’ereditarietà.

Tuttavia la natura del discendente si può spiegare fino ad un certo punto con i caratteri ereditati dagli antenati; ciò che l’uomo eredita dai suoi padri ci consente di conoscere soltanto un lato dell’entità umana. Accanto a questi caratteri ereditati ogni uomo possiede un elemento che possiamo definire soltanto, come sua essenza particolare.

L’uomo è posto in una corrente che possiamo chiamare ereditaria, a ciò si deve aggiungere qualcosa di assolutamente diverso: il nucleo essenziale interiore dello spirito umano. Dunque ciò che l’uomo porta con sé dai mondi spirituali si unisce a quanto possono dargli padre, madre e antenati.

Fra l’elemento che rechiamo con noi e l’elemento che ci viene dato dalla famiglia e dalla razza esiste un quid intermedio fornito di qualità genericamente umane e insieme suscettibile di venir individualizzato. Questo quid, che si trova esattamente in mezzo tra la linea ereditaria e la linea della nostra individualità si esprime nella parola temperamento.

Il temperamento, esprime, quasi una fisionomia dell’individuo stesso.

In un individuo il temperamento modifica quei contrassegni speciali che si ereditano attraverso le generazioni. Il temperamento sta proprio nel mezzo, tra le doti che ci portiamo con noi, in quanto individui, e quelle che ci provengono dalla linea ereditaria. Nel congiungersi le due correnti si colorano reciprocamente. Come il colore giallo e l’azzurro formano il verde, il congiungersi delle due correnti nell’uomo formano il temperamento.


L’uomo possiede il tono fondamentale di un temperamento e contemporaneamente qualche sfumatura di altri temperamenti.

L’esteriorità è lo specchio dell’anima, dobbiamo imparare a comprendere l’uomo osservandolo dal di fuori.

Definizione del temperamento

Il temperamento è la tendenza mentale, innata o acquisita, a far dominare in sé uno o più dei quattro istinti fondamentali della vita umana. Il temperamento è dunque la vita interiore che si educa, si ingrandisce, progredisce, si completa al contatto con la vita esteriore, esercitandosi sui quattro piani di manovra dei quattro elementi primitivi della costituzione terrestre: il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua.

Agli antichi sono mancati i procedimenti moderni di analisi scientifica dell’anatomia, della fisiologia, dell’embriologia, della biologia, della geologia per apportare tutte le precisazioni desiderabili nelle loro descrizioni dei temperamenti. I ricercatori positivisti, partiti alla caccia dell’infinito dettaglio materiale, hanno perduto la nozione delle verità di ordine universale, perché essi sono troppo specializzati o perché sono vittime del materialismo scientifico.

L’origine dei temperamenti

Secondo Paul Carton ci sono quattro istinti dominanti.

Studiando l’uomo si scopre che è diretto da quattro istinti dominanti:

  • un istinto materiale, nutritivo e riproduttore o addominale che lo spinge a mangiare per costruire il corpo;

  • un istinto vitale o toracico che lo incita a respirare, a svilupparsi e ad estendersi;

  • un istinto psichico o cerebrale che lo fa pensare, riflettere, ragionare, cercare, comprendere;

  • un istinto motorio o unificatore che fa che si muova e decida secondo le sue attitudini, i suoi gusti, le sue possibilità intellettuali e fisiologiche.

Ci sono quattro apparati anatomici dominanti – Rispondendo a questi quattro istinti essenziali, nell’uomo si trovano quattro apparati anatomici fondamentali.

L’apparato digestivo comprende organi di assorbimento (stomaco, intestino), ghiandole addominali annesse, di trasformazione (fegato, pancreas e milza), di eliminazione (rene, vescica) e di riproduzione (organi genitali), il cui insieme costituisce un’officina soprattutto incaricata dei lavori di edificazione e di sostentamento materiali.

L’apparato respiratorio con il cuore, i vasi e i polmoni rappresenta l’officina toracica incaricata di assorbire la vita e l’ossigeno atmosferici e di distribuirli a tutti i tessuti del corpo.

Il sistema nervoso con l’asse cerebrospinale volontario (cervello, cervelletto, bulbo, midollo, reticoli e ramificazioni nervose) e il sistema gran simpatico automatico (gangli, plessi) risponde ad una officina cefalica che distribuisce la corrente nervosa che coordina, regolarizza, conserva, avverte, protegge, ripara l’intera economia, attraverso il gioco delle determinazioni volute, degli incitamenti riflessi, delle sollecitazioni istintive, dei richiami difensivi, degli sforzi immunizzanti e cicatrizzanti.

Il sistema osteomuscolare infine riunisce l’intera economica in un’entità individuale fornendole l’armatura dello scheletro che sostiene tutto l’edificio e i muscoli che le permettono di spostarsi; rappresenta un’officina motrice unificatrice.

Questi quattro apparati anatomici mettono l’uomo in rapporto con i quattro ambienti esterni: l’apparato digestivo riceve le sollecitazioni dall’ambiente alimentare; l’apparato respiratorio le prende dall’ambiente atmosferico; il sistema nervoso dall’ambiente mentale; il sistema osteomuscolare si esercita sull’ambiente fisico.


Ci sono quattro tipi nell’uomo – Ci sono dei soggetti pesanti con addome lungo e voluminoso, membra grosse, una figura piena, dalla mascella robusta. Essi hanno gesti lenti, lo spirito calmo e placido. Sono degli addominali dalla nutrizione lussureggiante, in una parola dei flemmatici. Ci sono soggetti forti e tarchiati, con il torace molto sviluppato, un viso largo e colorito, occhi blu, capelli biondi, gesti esuberanti, spirito bollente: sono dei sanguigni. Ci sono degli uomini la cui testa è allungata a forma di pera, con una grossa estremità superiore, con un piano cerebrale più largo degli altri. Il loro corpo è abbastanza gracile o magro, le membra sono nodose, il colorito grigio scuro, l’aria pensosa e ansiosa, sono dei melanconici. Infine, esistono dei soggetti dal viso rettangolare, sopracciglia diritte, sguardo ardente e dominante, pelle bruna, muscolatura soda e notevole, sono dei collerici.

Il melanconico si mostra sempre scontento, il sanguigno agita senza sosta le braccia, il collerico si muove continuamente, il flemmatico non si agita. Ciascuno possiede una dominanza di attività ben specifica, delle caratteristiche anatomiche spiccate, delle particolarità di carattere separate, attitudini molto differenti, capacità fisiologiche distinte, necessità di condotta alimentare e igienica dissimili.

Il melanconico

Paul Carton così presenta il temperamento melanconico: “Si riconoscono dal loro piano cranico che domina in larghezza il resto del volto. Quando questa preponderanza cerebrale è molto marcata hanno la testa a trottola, con una larga fronte e una mascella inferiore ristretta. Altri al contrario hanno il volto triangolare molto allungato e appiattito lateralmente come a lama di coltello. Se osserviamo la fronte spaziosa dell’uomo melanconico, ciò che colpisce è la formazione ossea nella parte inferiore, ove si nota un certo ispessimento”.

Le rughe appaiono contratte nel mezzo della fronte, perché le forze che dall’alto tirano giù verso il basso sono più sviluppate. Nella parte inferiore e al di sopra del naso la fronte è come rabbuiata, ciò che manifesta chiaramente l’essere assorto in sé del melanconico; nel contempo si può vedere una certa pesantezza dell’elemento di pensiero, che talvolta può arrivare fino alla mania di arzigogolare. La parte alta della fronte invece può essere ben modellata, con ossa fini.

Il melanconico si riconosce molto spesso già dagli occhi. Egli guarda con scarso interesse il mondo attorno a sè; i suoi occhi perciò non sono abituati a stare bene aperti; le palpebre sono per lo più calate come se l’individuo fosse troppo stanco per mantenerle sollevate.

Anche l’affaticamento abituale porta a socchiudere un po’ le palpebre; così pure quando l’attenzione è volta a sé e non più al mondo esterno lo sguardo spazia indifferentemente nel vuoto e le palpebre sono pesanti. Anche persone anziane con dolori fisici e psichici, la cui espressione tradisce malinconia o preoccupazione.

Nell’occhio del melanconico si nota soprattutto la mancanza di splendore raggiante. Dall’iride e dalla pupilla emana solo un luccichio opaco. Ciò dipende dal fatto che il melanconico compenetra più difficilmente di altri il suo corpo con l’anima e con l’Io personale e quindi non possiede la facile mobilità del suo essere spirituale. Ciò diviene visibile nella luce degli occhi. In senso generale si può dire: quanto più direttamente la corporeità viene compenetrata dalla propria individualità, tanto più l’occhio irraggia luce.

Per quanto riguarda il naso vanno distinte due forme diversamente articolate: il naso può presentare un dorso lungo e sottile con alette non fortemente prominenti (ritrazione latero-nasale). L’apertura nasale in questo caso è piuttosto stretta e allungata, non tondeggiante come nelle narici gonfie. Quando l’uomo si trova in posizione eretta, la punta del naso è orientata verso il basso, indica il suolo. Questa forma di naso è per lo più unita a guance piatte (modellato piatto), talvolta perfino infossate(modellato scavato). Tutto dimostra un carattere introverso e privo di brio.

Anche l’altra forma di naso che si trova in persone dal temperamento melanconico è lunga; ma solo nella parte superiore sottile, mentre la parte inferiore diviene tozza e carnosa. La punta del naso è ancora chiaramente orientata verso il basso. La metà inferiore delle guance è spesso ingrossata e ciò accresce l’impressione che tutto sia cadente.

La prima forma di naso è propria del melanconico più delicato. Egli è prevalentemente interessato a se stesso, ma nel contempo si preoccupa di non commettere errori verso l’esterno e fa spesso l’impressione di essere un uomo molto timido o una donna che si guarda intorno con ansietà.

Il secondo tipo è anch’egli in primo luogo attento a ciò che si svolge in lui; a questo atteggiamento di fondo unisce però una certa indolenza. Egli si lascia andare, senza essere un vero pigro; naturalmente viene giudicato un grande egoista.

Il labbro superiore assottigliato è spesso un po’ ritratto, come in uno che medita, profondamente assorto in sé; al contrario il labbro inferiore pende talvolta un po’ come nel sonno, cosicché gli angoli della bocca vengono tirati in giù. In alcuni particolari casi si ha l’impressione che l’individuo stia per piangere. Si può soprattutto notare che nell’uomo melanconico la parte boccale, mento compreso, diviene col tempo sempre più pesante.

I tipi melanconici sono coloro che ti sfiniscono raccontando i loro mali, però poco ascoltano quello che tu dici loro, né sinteressano di come tu stai. Se te lo chiedono, lo fanno per educazione, ma non ti danno nemmeno il tempo di rispondere, perché hanno già cambiato canale. Sono loro il centro dellattenzione, in questo senso sono un poco egoisti. Inoltre sono sentenziosi, scuri, uggiosi, con idee fisse e hobby particolari ed eccentrici.

Il melanconico può essere seguace di sette e predicatori, per cui se non sta attento si lascia coinvolgere in avventure con lesito incerto.

Ha paura di perdere peso, trattiene tutto per sé e quindi è soddisfatto del possesso anche spirituale. Questa paura di perdere sostanza lo rende stitico e soggetto ad infiammazioni gastrointestinali, non a caso è caratterizzato dallatonia dellapparato digerente, soffre di fegato, dipocondria, di pigrizia, in poche parole è lopposto del collerico. Ha la pressione bassa. Non entra in reale contatto con lambiente ma si serve dellambiente per dare uno scopo al suo io.

I melanconici sono nottambuli: durante la notte si trovano a loro agio e lavorano a lungo fino alle ore piccole. Amano le atmosfere notturne e spesso si vestono di nero o di scuro, quasi mai con colori brillanti e vistosi.

Ora esaminiamo le membra, l’andatura e l’intero portamento del corpo. Gli arti superiori sono particolarmente lunghi, ma di solito sottili, soprattutto le mani strette e sottili con lunghe dita affusolate, delicate, appena colorate. Il palmo è ricco di linee con tracciato finissimo e leggero. Il tessuto cutaneo è teso, con solchi fini e ravvicinati, la pelle è piuttosto tesa e dura. Piedi e gambe sono piuttosto goffi e non di rado vi è la tendenza alle cosiddette gambe ad X, come pure ai piedi piatti. Nell’insieme dell’atteggiamento manca un certo slancio. Il melanconico si distingue in particolar modo per il fatto che egli porta il capo in avanti, talvolta anche piegato di lato. Procede con le braccia ciondoloni, sollevando a fatica i piedi dal suolo. Così l’andatura appare spesso fiacca e strascicata.

Ha una scrittura piccola, irregolare, ineguale, talvolta disordinata. Evita tutto ciò che produce shock. Si dà allascetismo senza fatica, però a volte può essere mentitore, superstizioso, malizioso e incostante. È ipersensibile, sulla difensiva e ha difficoltà di adattamento mentre è concentrato sulla sua vita interiore. Ogni costruzione esterna lo irrita. Ha un sentimento interiore di fragilità e vulnerabilità. Utilizza tutta la sua energia per difendersi dalle aggressioni, così come egli le percepisce. Appare freddo distante e poco socievole. In pubblico addirittura si sente in imbarazzo. Nelle sale pubbliche, o a teatro si mette in fondo o ai margini della sala. Per mancanza di attività, non ha cura del suo aspetto fisico, a volte anche della pulizia della sua persona , comunque si sente inadeguatoo poco attraente; la coscienza di ciò aumenta il suo timore di apparire in pubblico. Fuori dal suo ambiente di elezione non si trova a suo agio, è intimidito non sa cosa fare del suo corpo delle sue mani, a causa di ciò commette molte azioni goffe in società. Così il curato di campagna di Bernanos, che fa parte di questi grandi timidi riferisce nel suo diario intimo: Quando ho terminato il mio pasto, il signor curato di Torcyè entrato. La sorpresa mi ha lasciato di sasso: mentre mi alzavo la mia mano sinistra ha sfiorato goffamente la bottiglia del vino, questa si è schiantata con un rumore spaventoso.

Seleziona le amicizie e le situazioni con diffidenza e prudenza esasperanti. Bisogna sempre lasciar gestire al melanconico la distanza che vuole mantenere nella relazione. Uno slancio da parte di una persona estranea, per quanto ben intenzionata può essere interpretato come uninvasione di campo o un attacco alla sua indipendenza. Al contrario, quando si trova con qualcuno che lo rispetta, può dimostrare la sua sensibilità, la delicatezza e laristocrazia del suo pensiero. È disfattista, maldestro nelle relazioni e in ciò che è manuale, al contrario è molto minuzioso, scrupoloso nelle sue ricerche o nei suoi hobby. Il melanconico inoltre è dotato di intuito, ha uno spirito investigativo notevole, predilige i racconti polizieschi o con trame intricate.

Da seduto, ma ancor più quando cammina, tiene le spalle cadenti in avanti, favorendo così l’atteggiamento curvo e piegato della schiena; ha il gesto irregolare, soprattutto quando si sente solo e inosservato.

Secondo Rudolf Steiner nel melanconico il corpo fisico, che è l’elemento più denso dell’entità umana, ha il predominio sugli altri elementi. L’uomo deve essere il padrone del proprio corpo, come di una macchina di cui voglia servirsi, ma ogni volta che il predominio gli viene tolto dal suo elemento più denso, si sente di non esserne più il signore, di non poterlo dominare. Il corpo fisico, infatti, dovrebbe essere per lui uno strumento da potersi dominare coi suoi elementi superiori, ma in questo caso il corpo fisico è divenuto il padrone e oppone resistenza agli altri involucri. Non essendo più capace di servirsi a fondo del proprio strumento, l’uomo si sente ostacolato negli altri suoi elementi costitutivi, ne consegue una disarmonia fra il corpo fisico e le parti superiori dell’uomo. Quando il fisico umano si indurisce ed eccede nella sua influenza, l’uomo non riesce più a mantenere mobile ciò che in lui dovrebbe essere tale. L’interiorità umana non riesce più a contrapporsi al sistema fisico, ostacolata com’è da dentro. L’uomo deve allora resistere con forza agli ostacoli che gli si oppongono e quelli che egli non può superare gli procurano dolore e sofferenza e gli impediscono di volgere serenamente lo sguardo al mondo circostante. Questo ripiegarsi su sé stesso lo rattrista dentro, dolore e crucci lo assalgono, l’umore si fa tetro. La vita produce continuamente impressioni penose: se vi si abbandona l’uomo diventa undepresso. Questo particolare stato d’animo deriva soltanto dal fatto che il corpo fisico oppone resistenza al benessere interiore del corpo eterico, alla mobilità del corpo astrale, alla ferma sicurezza dell’io. È melanconico l’uomo incapace di signoreggiare completamente lo strumento fisico che, opponendogli resistenza, non gli permette di servirsene. Perché l’uomo melanconico soffre tanto, soffre più di uno dotato di diverso temperamento? In realtà egli soffre soprattutto per la pesantezza delle sostanze solide di cui è costituito il suo corpo. Perché? Perché egli non riesce a compenetrare sufficientemente con la sua anima e con la sua individualità il corpo e non lo può quindi dominare. È come se questo corpo fosse troppo denso per lui; egli avverte tale disagio in ogni movimento, anche nei sottili moti del respiro e della circolazione del sangue e percepirlo gli causa dolore. Ovviamente tale dolore non è come quello che si prova battendo le nocche contro la parete; si tratta però di un dolore sottile ma continuo, un dolore animico di cui la base corporea non è cosciente. Senza saperlo l’uomo soffre per la pesantezza terrestre del suo corpo, lo sente in modo troppo intenso. In ogni uomo vive fin dall’infanzia l’aspirazione a superare tale pesantezza: da ciò nasce l’impulso ad assumere la posizione eretta. La voglia di arrampicarsi sulle montagne, l’antico anelito a volare, hanno la più profonda origine nello sforzo dell’uomo per combattere contro la pesantezza della sfera corporea. Il melanconico si sente esposto e abbandonato alla pesantezza. Egli la percepisce così fortemente per il fatto che le sue ossa sono troppo compatte, così come pure gli altri organi. Se tale sensazione aumenta ne deriva uno stato di irritazione e depressione. Questa tendenza alla depressione, quando si stabilizza, la possiamo vedere dagli occhi: lo sguardo diventa vuoto, spento, fissa un punto lontano, evanescente, come capita agli anziani da molto tempo in case di riposo o ai bambini costretti per lungo tempo in ospedale.

Secondo Paul Carton i melanconici “hanno un’esaltazione della sensibilità fisica ed intellettuale che li rende ipersensibili, impressionabili, suggestionabili, irregolari e mutevoli. Se non hanno grandi capacità di intelligenza si mostrano incapaci di sostenere sforzi, sono incostanti, astuti, stolti, bizzarri, paurosi, mendaci, paradossali, invidiosi, cattivi, increduli e superstiziosi. Però soprattutto tra i melanconici si riscontrano intellettuali, sapienti, matematici, filosofi, occultisti, artisti, musicisti ed inventori.

I melanconici sono predisposti alle nevralgie, alle nevrite, alla paralisi infantile, alla nevrastenia, alle fobie, all’isteria, alla depressione, alle turbe spasmodiche, all’enterite, alla dispepsia, all’orticaria, all’alternanza di bulimia e anoressia, alla stitichezza o alla diarrea, ai capricci dell’appetito e agli squilibri nutritivi bruschi”.

In generale sono piccoli mangiatori, difficili da nutrire, poco adattabili, irregolari in tutto. Amano gli alimenti gustosi e poco voluminosi. Devono continuare a fare merenda. Il loro eccitante favorito è la variazione (cambiamento di ambiente, di occupazione e di menù). Temono l’acqua fredda, gli shock morali o gli sconvolgimenti fisici. L’eccitante mentale è il sostegno della loro esistenza. La suggestione, il perseguimento di un ideale, la ricerca di una soluzione, l’attrattiva di una nuova occupazione più interessante sono i mezzi migliori per mantenere in essi la corrente vitale.

Essi si mantengono più attraverso i nervi che attraverso i muscoli. Temono l’abuso di stimolanti e la vita troppo agitata. Risentono dell’eccesso di eccitanti (alcol, tè, caffè, tabacco, spezie, condimenti, agitazioni mondane ecc…).

Bisogna dirigerli senza settarismo, con elasticità e una pazienza instancabile. Al bambino piccolo melanconico, bisogna spiegare le cose; con il ragionamento lo si convince, altrimenti si riterrà maltrattato e proverà risentimento verso l’educatore.

Sono affezionati al loro mondo interiore e sentono con disagio ma anche con un certo compiacimento la melanconia con tutte le sue forme preoccupanti come la depressione. Quindi bisogna convincerli anche se con difficoltà a superare i loro limiti. Quasi come contrappasso alla pesantezza del loro corpo, i melanconici si rifugiano nell’astrattezza mentale, nella metafisica, nella speculazione filosofica. La parte cerebrale infatti è la loro caratteristica fisica (spaziosità della fronte), sia animica. E quando non si abbandonano al loro temperamento, perdendosi nei meandri del pensiero contorto, riescono a dare risultati sorprendenti.

Ed ecco “L’Infinito” di G. Leopardi, un melanconico e un depresso costituzionale. La sua poesia, che tocca vette difficilmente raggiungibili, nasce da una sua proiezione mentale; cioè tutto avviene nel suo intimo: “io nel pensier mi fingo

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi ngo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

innito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare.”



Notate quanto sia diversa la poesia del flemmatico Pascoli che è stimolato dalla sua osservazione della natura viva e palpitante dopo il temporale, come nella poesia “La mia sera”:

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c'è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!” ………….

Louis Corman chiama i melanconici retratti atonici. La loro ritrazione è maggiore a causa della “flaccidità delle carni”. “Cercano di difendersi dall’ambiente in due modi, con una ipersensibilità di difesa, sia con la smisurata necessità di protezione. Sono degli ansiosi che si sottraggono al motivo che provoca ansia, rifugiandosi in un ambiente di estrema protezione”. Hanno un temperamento irritabile, inquieto, timido, spesso triste e pessimista. Bernanos ce lo descrive nel carattere del curato di campagna “…un individuo triste sconsolato, ogni giorno un po’ più giallo, con il naso lungo, la doppia piega profonda che si estende fino alla connessura delle labbra”. La loro vita intima si rifugia negli occhi, testimoni della loro spiritualità. Non sono capaci di sbarazzarsi dei problemi. Corman cita il personaggio di un romanziere francese Georges Dunamel: Louis Salaven che esclama: “Non ho nulla da raccontarvi di straordinario, tutte le vicende mi sono capitate interiormente”. L’autore francese così lo descrive: “Le spalle cadenti, il dorso curvo, le braccia un po’ troppo lunghe. Un viso ombroso, le guance scavate, la bocca sottile, i capelli castano chiaro”. Ecco come esprime lo stesso autore le difficoltà di rapporto con gli altri: “Io un misantropo! È assurdo! Amo le persone ma non è colpa mia se la maggior parte del tempo non riesco a sopportarle. Sogno la concordia, una vita armoniosa. Quando penso agli uomini li trovo così degno d’affetto che le lacrime mi vengono agli occhi. Vorrei dire loro delle parole amichevoli ma c’è in me qualcosa di suscettibile, d’irritabile dal momento in cui mi trovo di fronte a delle persone, non resisto più. Mi sento l’animo contratto, la pelle d’oca. Non vedo l’ora di ritrovare la mia solitudine, quell’amore per gli uomini che ho quando non sono vicini, quando non li ho sotto gli occhi”


Questa frase sbalordirà molto gli estroversi Salavin all’inizio della sua amicizia con Edouard, gli dice durante una passeggiata: “Lasciami andare per la mia strada ora! Sono felice ed ho bisogno di stare solo per meglio pensare a te”

La melanconia

La melanconia è stata ritratta dai pittori in modo singolare ma uniforme, ci riferiamo per semplicità a due opere importanti una recente di Edvard Munch, che vediamo nella riproduzione, e la celebre incisione di Albrecht Dürer chiamata Melancolia I. Dürer raffigura la melanconia come una figura angelica, con le ali con una veste lunga e un po’ trascurata, con la mano sul mento e il gomito appoggiato sul ginocchio mentre l’occhio guarda nel vuoto e non vede, perché è fissato dentro se stesso.Questa allegoria corrisponde alla descrizione di questo stato melanconico, corrispondente ad una filosofia della tristezza nella quale in parte si soffre e in parte ci si affeziona in modo masochistico a questo stato. “Melanconia ninfa gentile” la chiama in un’aria Vincenzo Bellini. Giacomo Leopardi così la descrive in maniera sorprendente: “I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai di che e quasi ti rassegni riposatamente ad una sventura e non sai quale”(Zibaldone, 27 giugno 1820)

La malinconia non è la nostalgia crepuscolare che Dante ha scolpito nelle celebri terzine del Purgatorio (Canto VIII): “È l’ora che volge il disio ai naviganti…”, ma è il deserto. Non è il desiderio di ritorno ma la sete di non ritorno, uno stato di dannazione tutto sommato subito. Per non addentrarci ulteriormente in questi meandri che rasentano il filosofico e il psicanalitico rimando gli appassionati allo studio di un grande maestro svizzero che ha dedicato tutta la sua arte alla malinconia: Jean Starobinski che ha pubblicato verso la fine dello scorso anno: “L’Encre de la melanconie”, Paris, pag.662, 26 euro.



Virginia Woolf



Virginia Woolf è una scrittrice che possiamo definire il prototipo del melanconico. La romanziera inglese, grande talento, ha una produzione letterario completamente pervasa da un sentimento depressivo. Fu colpita da crisi ansiose, che si manifestarono per tutta la vita e la portarono al suicidio. Dalle sue fotografie esprime una ritrazione del piano affettivo (quello centrale nel volto), che le dona un aspetto freddo e asciutto come se fosse prosciugata e mancasse di sentimenti. La sua vita sentimentale fu difficile e complessa e le creò molti problemi. Come i melanconici ama, ha bisogno di amore come tutti ma fa fatica ad esprimerlo e a viverlo.

Nei suoi ritratti, uno verso la trentina e uno prima della morte, si rileva la deviazione dell’occhio sinistro che nel secondo ritratto si accentua fortemente.

Questo fenomeno è conseguente all’indebolimento del nervo ottico dovuto alla depressione ed è la causa di questa deviazione chiamata “occhio storto” o “strabismo di Venere”ed è comune a molti casi, alcuni dei quali celebri come Franz Kafka, Marilin Monroo, Rita Haywort, Maria Kallas e S. Teresa di Lisieux.

In un giorno di settembre 1926, Virginia Woolf si svegliò alle tre del mattino. Sentì, vide un’onda dolorosa che si gonfiava e si ritraeva nelle regioni del cuore. L’onda si sollevava, la innalzava, e si rovesciava terribilmente sopra di lei. A un tratto, vide una pinna misteriosa fendere il mare deserto e vuoto. Virginia comprese che l’onda e la pinna erano il segno della sua mania depressiva. Affrontò il doppio orrore dell’onda e della pinna. Comprese che non poteva fuggire né evitare quei segni dolorosi. Doveva scendere in basso, sempre più in basso, cautamente, gradino dopo gradino, nel suo pozzo, nel suo abisso. Là niente la proteggeva contro gli “assalti della verità”. "Là, non posso leggere né scrivere. Ma esisto. Sono." Qualche anno più tardi, compose “Le onde”: forse il suo capolavoro, affrontando di nuovo le minacce della melanconia. Proprio mentre si accingeva a scrivere questo romanzo rivela nei suoi diari: “Sono tesa, accerchiata dal silenzio, non un silenzio fisico, è una specie di solitudine interiore, interessante se uno sapesse analizzarla…Questo libro mette in risalto i miei vizi congeniti”. Costi quel che costi, non c’è scelta. Per vivere l’individuo dovrà assecondare l’incontro predisposto, a nuotare contro corrente, non importa quanto fragile, insufficiente ed effimero sia il suo gesto.

Il romanzo termina con un’invettiva eroica di uno dei protagonisti, Bernard, che conclude il suo discorso: “Anche in me l’onda si leva…Quale nemico ora avvertiamo avanzare verso di noi? E’ la morte. La morte è il mio nemico. Contro di te mi slancio invitto e invincibile. Oh Morte! Le onde si ruppero a riva”. Così termina il romanzo.

Essa rivendica anche una vena umoristica che è connaturata al temperamento melanconico; Scrive un saggio in cui dice che è la risata a darci la giusta misura delle cose. Essa viene dal profondo ed è perfino superiore alla parola. “L’umorismo, afferma, abita sulle vette: solo le menti eccezionali possono salire sulle cime da dove tutti gli aspetti della vita si possono vedere come in un panorama”.

Charlie Chaplin e Roberto Benigni sono l’esempio di due melanconici con una vena comica eccelsa.

Infine voglio citare Un passo dello stesso saggio di Virginia Woolf con due aspetti caratteristici del melanconico: le lacrime, il nero, la morte, e il riso: “Noi andiamo ai funerali e al capezzale dei malati molto più volentieri che ai matrimoni o alle cerimonie festose, e non siamo capaci di spazzare via dalla nostra mente la convinzione che c’è qualche cosa di virtuoso nelle lacrime e che il nero è il colore che più ci si addice. Non c’è niente, in verità tanto difficile quanto ridere e far ridere, ma non esiste qualità che valga di più. È una lama che recide ciò che è superfluo riproporziona e restituisce giusta misura e sincerità alle nostre azioni e alla parola scritta e parlata”





Rimedi

Nel corso dell’esposizione abbiamo accennato ai pericoli e alle precauzioni e abbiamo sottolineato che il melanconico non deve abbandonarsi alle tendenze deteriori del proprio temperamento, ma con dolcezza deve reagire facendo leva sui molti lati positivi. Rudolf Steiner dice: “Il temperamento melanconico non deve passare accanto ai dolori e alle pene della vita, trascurandoli, deve anzi ricercarli, deve partecipare alla sofferenza, affinché la propria tendenza al dolore subisca un salutare deviamento.

I climi irritanti (mare, la vita nelle grandi città) accrescono il loro nervosismo. Evitiamo tutto ciò che produce shock su di loro: l’idroterapia fredda troppo brutale, le emozioni violente, le iniezioni, il freddo intenso. La loro dieta deve essere piuttosto varia, sufficientemente gustosa e distribuita in diversi pasti. Si adattano lentamente ai cambiamenti di dieta e di esistenza.

Sono abbastanza difficili da rendere vegetariani e ad abituare ad elementi crudi che però si devono prescrivere con dosi ridotte procedendo per periodi ritmati.

E’ comunque naturale porsi la domanda su cosa si può fare per aiutare l’uomo melanconico a superare la sofferenza che prova. Anzitutto sono indicati i rimedi che portano luce e leggerezza nella corporeità

L’esercizio fisico fa loro gran bene, ma deve essere poco spinto, molto vario, intervallato frequentemente dal riposo. Hanno interesse ad intervallare lavoro cerebrale e quello manuale. La cura solare deve essere loro prescritta breve e prudente. L’idroterapia dolce e piuttosto tiepida e talvolta anche calda.

Bisogna loro evitare il soggiorno nelle grandi città.

Dal punto di vista mentale si ha presa su di loro attraverso la suggestione positiva e il ragionamento.

Bisogna renderli fiduciosi, credenti, ottimisti, insegnare loro a dirigere il pensiero verso il lato buono degli avvenimenti, a scegliere ambienti e reazioni tranquillizzanti, ragionevoli, positivi e equilibranti. Come abbiamo visto temono l’acqua fredda, per cui nelle cure idroterapiche, va usata con moderazione . Si possono consigliare: il bagno di vapore, i bagni caldi o il caldo e freddo e il clistere, poi con gradualità si possono prescrivere le frizioni fredde, che sono importanti per tutti, ma il melanconico é difficile che le esegua se non è opportunamente preparato.

A livello di minerali consigliamo il fosforo, portatore di luce. Il momento più propizio per la sua somministrazione è al mattino, perché in queste ore il melanconico si sente particolarmente triste e infelice.

Il fosforo regola il metabolismo del calcio e del magnesio che giocano un ruolo essenziale nella crescita e nei processi di ossificazione, il fosforo assicura inoltre l’integrità della membrana cellulare. Una carenza può causare stanchezza fisica e nervosa, una atonia muscolare che può condurre anche all’arresto respiratorio, una anemia o insensibilità crescente alle infezioni. In caso di insufficienza di fosforo, le ossa diventano porose, i muscoli deboli e doloranti. La carenza di fosforo può manifestarsi con lesioni che possono approdare a demineralizzazione scheletrica. Nei bambini tale carenza può alterare la fissazione del calcio: si osserva allora il rachitismo, un ritardo di crescita ed un incremento delle carie dentarie. Ricordiamo inoltre che l’inadeguata presenza nel corpo umano di fosforo può essere causata da un uso eccessivo di zucchero bianco e farina raffinata in quanto il metabolismo di questi alimenti richiede molto fosforo. Ecco un elenco di alimenti ricchi in fosforo: mandorle, fagioli secchi, crusca di grano, noci brasiliane, pane di farina di grano integrale, anacardi, formaggio a pasta dura, formaggio a pasta molle, formaggio svizzero, pollo, granturco dolce, uova, piselli secchi cotti, piselli freschi, Riso integrale, soia, germe di grano, pesce, salmone, cervello e cuore di manzo, fegato di manzo, pollo.

Un altro rimedio può essere quel metallo che è strettamente legato all’Essere della Terra e nel contempo stimola l’essere umano alla sua giusta attività: il ferro. La sua assunzione è necessaria soprattutto se si vuole incrementare la formazione del sangue e mantenere il calore nell’organismo. Il melanconico che si consuma nel dolore indurisce e raffredda il corpo con pensieri fissi e arzigogolati; la corrente di calore stimolata dal ferro è molto adatta a sciogliere di nuovo questa durezza e questo irrigidimento. Il ferro assicura l’ossigenazione dei tessuti, una carenza di esso altera la capacità di resistenza fisica allo sforzo, e specialmente il funzionamento di organi esigenti in fatto di ossigeno: il cuore e il cervello. I cibi ad alto contenuto di ferro sono il fegato e le frattaglie in genere, il prezzemolo, la lattuga e le altre verdure a foglie verdi e infine il germe di grano. Il ferro ha una struttura chimica quasi identica a quella della clorofilla, risulta quindi evidente come sia importante assumere molti alimenti ricchi di clorofilla e quindi le verdure a foglie verdi.

Per quanto concerne la dieta, al melanconico va raccomandato un cibo che stimoli gli organi ad attività intensa. Particolarmente adatta è a questo scopo la dieta vegetariana. Fra i tipi di cereali la più efficace è quella di avena che stimola il ricambio e agisce, fino ad un certo grado, contro la frequente tendenza alla stitichezza. Possiamo raccomandarla nell’infanzia e nell’ adolescenza, ma anche a partire dalla seconda metà della vita, proprio quando le forze cominciano a indebolirsi, come nel temperamento del melanconico a qualsiasi età. L’avena contiene le proteine più pregiate fra i cereali fornendo importanti forze vitali. Negli stati di debolezza che spesso si manifestano con l’avanzamento dell’età, l’avena può agire in modo stimolante e cioè dare impulso al senso di iniziativa. L’avena è resistente al freddo e all’umidità, anche per queste caratteristiche è congeniale per il temperamento melanconico, in quanto va ad agire proprio sulle caratteristiche di tale individuo. Inoltre l’avena è molto ricca di fosforo, e contiene una modesta percentuale di ferro, minerale, molto salutare per il melanconico. È il cereale più eccitante per l’organismo, e come tale utilissimo per astenici, depressi, ipotesi.

Al melanconico è correlato l’elemento terrestre, il salino, l’amaro. Dovremo perciò dargli radici, cioè offrirgli ciò che è adatto a lui. Le radici hanno inoltre il vantaggio di sostenere le forze del capo, il pensiero, quella qualità in cui il melanconico si trova particolarmente a suo agio. Per radici si intendono soprattutto carote, barbabietole rosse, scorzonera, rafano. Sceglieremo però le radici solo come avvio e saremo poi contenuti con queste e anche con i cavoli. Cercheremo piuttosto di raddolcire l’esistenza del melanconico. Sarà allora adatta la carota, che ha assunto il dolce nell’ambito della radice. Col suo aiuto inganneremo al tempo stesso il melanconico, dandogli dolcezza celeste nella veste delle radici terrestri amare che gli sono congeniali. La carota riunisce tutta la sua intensità nella radice. Qui essa fiorisce e raggiunge alquanto la caratteristica di frutto; si formano degli oli eterici. La radice viene compenetrata di forze aromatiche. Essa esprime anche la sua parentela con la luce attraverso un colore splendente giallo – rosso. Questa sfumatura di colore viene data dalla carotina, da una sostanza che deve il suo nome alla radice delle carote, che viene indicata al tempo stesso come sostanza luminosa, Vi si trovano anche molti sali. Per il suo carattere di radice ad alto contenuto di sali, la carota rafforza i processi della sfera del capo: nel cervello, nei nervi, nei sensi. La carotina viene trasformata nel fegato in vitamina A. Questa formazione di sostanza luminosa confluisce verso gli occhi e serve per percepire il mondo luminoso esterno.

Per liberare il melanconico dalle pesanti forze terrestri, è di aiuto un tè di fiori, dolcificato col miele. Sceglieremo anche tutto ciò che riscalda come frutti, ottimi oli, biscotti speziati con finocchio o anice.

Tra le labiate troviamo anche delle erbe che riscaldano: il basilico, il timo, la maggiorana, la salvia per nominarne solo alcune. Le erbe aromatiche ci danno inoltre un elemento della luce che è molto salutare per il melanconico. Dovremmo comunque scegliere le piante molto più secondo la loro qualità di luce perché bisogna illuminare il campo oscuro delle sostanze cui questi individui sono ancorati. Gli uomini dei tempi più antichi consideravano le erbe aromatiche come qualcosa di straordinariamente prezioso. Ciò che nel mondo minerale erano l’oro, l’argento e le pietre preziose, nel campo delle piante erano le spezie. In particolare la maggiorana ha un’azione riscaldante sui processi del ricambio e rende più facilmente digeribili i cibi contenenti grassi, perché attraverso il sapore speziato l’attività delle ghiandole digestive viene stimolata. Le sue forze di luce risollevano la pesantezza di alcuni alimenti, in modo che possano essere assunti più facilmente dall’organismo. La salvia è utilizzata nella medicina popolare come rimedio contro la senilità. Il termine latino salvia significa che mantiene la salute. La salvia non dispensa soltanto energie vitali e agisce contro tutte le malattie degenerative della vecchiaia, ma rafforza anche il cervello e la memoria.

Anche il contenuto di silicio nell’alimentazione è significativo. Il silicio, che nella sua forma più pura lo conosciamo come cristallo di rocca, è un portatore di luce. E con questo siamo indirizzati sul cereale che si contraddistingue per la sua dinamica sul silicio. Luce e calore si manifestano soprattutto nell’orzo, nel miglio e nell’avena della quale abbiamo già parlato. La forza di ergersi e il modo in cui l’uomo si muove e afferra le cose del mondo sono espressione dell’Io umano. Per questo l’organizzazione dell’Io trova il suo portatore fisico nel silicio. Il tessuto connettivo, che attraversa tutto l’organismo e in cui è intessuto il silicio, non ha solo funzioni di sostegno, ma adempie il compito nell’uomo di tenerlo eretto nel giusto modo e di farlo muovere in modo adatto al suo essere individuale. I processi silicei hanno bisogno di una stimolazione da parte del nutrimento. Per questo scopo i cereali hanno indubbiamente una grande importanza, soprattutto l’orzo, che è un’immagine della dinamica del silicio già dalle sue lunghe ariste. L’orzo stimola le funzioni neurosensoriali e aiuta la capacità di concentrazione. Ciò si deve al processo del silicio che si esprime nelle lunghe reste della pianta, come pure nella vigorosa mineralizzazione del chicco. I processi del silicio agiscono fortemente sul tessuto connettivo e, attraverso questo, sulle forze formative. Pertanto l’orzo è consigliato anche in caso di debolezza del tessuto connettivo che si ripercuote sul portamento degenerativo dei dischi vertebrali. I processi metabolici nei nervi e nei muscoli sono legati al processo dello zucchero, che nell’orzo è particolarmente intenso, come mostra la formazione del malto. Inoltre abbiamo un alto contenuto di vitamina B1 senza la quale lo zucchero non può essere demolito nei muscoli e nei nervi. Il miglio invece ha la proprietà, specifica per quanto riguarda l’individuo melanconico, di stimolare i processi di calore nell’organismo. Inoltre per il suo alto contenuto in silicio ha le medesime qualità dell’orzo.

Un altro cereale adatto al melanconico è il mais, che è il simile. Però tramite il mais il melanconico può essere indirizzato ancor più nella pesantezza. Quindi cerchiamo di trasformarlo, a questo scopo spezieremo molto il mais. In questa pianta il temperamento principale è il melanconico, legato all’elemento terra. Nel chicco di mais ha luogo un forte processo dello zucchero, infatti si può estrarre il destrosio. Il chicco di mais non contiene glutine. L’analisi del chicco del mais ha messo in evidenza un alto contenuto in carotina, si può vedere anche dal suo colore giallo – oro che ci da una nota di allegria.






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