L'individuo e la sua immagine
di Bregtje Piva

L’immagine dell’individuo, cioè il risultato dell’inquadramento che noi attuamo sia nei confronti di ogni nostro consimile, sia rispetto a noi stessi, determina non solo il modo di vedere se stesso e gli altri, ma anche i comportamenti con cui ci trattiamo a vicenda. L’uomo non potrebbe quindi altresì rappresentare un essere la cui principale motivazione è indirizzata a raccogliere affetto e simpatia ed a riuscire nel miglior modo possibile nei rapporti intraumani?
Una parte non trascurabile del nostro “essere uomini“ è collegata alle esperienze che abbiamo avuto con altri e verosimilmente anche con noi stessi. Anche l’immagine che altri hanno avuto e hanno di noi può influire sul nostro modo di pensare ed immaginare gli altri. Ed infine sono i nostri desideri, di come vorremmo vedere noi stessi e gli altri, a determinare la nostra maniera di “ritrarre“ gli individui.
Per la maggior parte di noi, la cosa più avvertita consiste probabilmente in ciò che spontaneamente sentiamo nel nostro intimo. Non sempre, infatti, avvertiamo una iniziale simpatia per l’altro, trovando comunque, il più delle volte, una soluzione almeno accettabile, se l’altro propende a comportarci delle difficoltà. Tanti collegano alla presenza di altri delle esperienze di sofferenza e si sentono angosciati. E risulta ancor più tormentoso dover affrontare eventuali propri sentimenti di invidia, di rabbia o addirittura di odio che spesso tornano a galla stando di fronte ad altre persone. Cattivi sentimenti possono generare turbamenti ed irritatazione: tutto ciò è da considerasi “normale“? Appartengono, tali sentimenti negativi, al mio proprio modo di essere: sono davvero ciò che sento? Oppure sono essi determinati dall’esterno e generati da quel che ho vissuto e subìto? In caso affermativo ci sarebbe da chiedersi se la definizione di un’immagine negativa di un individuo sia l’unica reazione possibile oppure se ci possano essere altri modi di fare, più positivi, per assimilare le proprie esperienze negative. Sono domande difficili e, per tanti, anche estremamente angoscianti.
Accettando l’ipotesi che l’immagine di una persona viene a crearsi sulla base di precedenti esperienze, allora appare ancor più rilevante l’effetto che questa immagine riesce a produrre. Infatti, l’immagine una volta creatasi, ci induce a concedere o meno fiducia all’altro, ad attenderci qualcosa o meno e a come reagire ai suoi comportamenti. Un maestro di scuola, ad esempio, fermamente e radicalmente convinto che l’uomo per natura tenda alla cattiveria, reagirà, e non solo in un singolo caso, in una ben precisa maniera di fronte all’errato comportamento di uno scolaro, e tale maniera caratterizzerà il suo intero modello educativo. L’esperienza ci insegna che il modo in cui spesso ci confrontiamo con i nostri simili non sempre corrisponde a ciò che in verità vorremmo o ci parebbe auspicabile. Anticipare fiducia all’altro può ispirare ad un atteggiamento fiducioso anche da parte sua. E se è vero che ad ognuno di noi è già successo di non essere stato ricompensato dall’altro con la stessa fiducia da noi invece concessagli, è anche vero che tali esperienze negative non debbono indurci a creare per principio delle immagini negative anticipate. Infatti, cosa accadrebbe se con un tale atteggiamento dovessimo poi incontrare colui che ad una nostra ipotetica fiducia anticipata risponderebbe con altrettanta fiducia? Ragionamenti che vanno a formare un circolo vizioso! Partiamo comunque dal presupposto che noi tutti, per antonomasia, siamo degli esseri “umani“, per quindi decidere quali oppurtunità concederci.
Innanzitutto si pone la questione inenerte alla nostra “natura“ e a come dovremmo vivere. Affrontarci o confrontarci? Lottare o concorrere? Siamo degli esseri predisposti alla cooperazione. È intrinseco ad ogni motivazione umana il ricevere e il dare riconoscenza, apprezzamento, simpatia, stima ed affetto. Ora si pone anche la domanda, se noi davvero sappiamo quali modi comportamentali siano adatti alla nostra natura, quali ci confortano e quali altri ci nuociono? Se si trattasse di problemi di alimentazione, la nostra risposta sarebbe senz’altro affermativa. Diversamente, trattandosi invece di definire delle esigenze psichiche, c’è da chiedersi quali sono gli atteggiamenti da assumere per ottimizzare i rapporti tra i singoli indivudui e come dovrebbe configurarsi la cornice di quel quadro sociale all’interno del quale questi rapporti riescano ad esprimersi nel miglior modo possibile?
Concediamoci per un attimo la libertà di vedere l’uomo come un essere orientato, nei suoi istinti più profondi, allo sviluppo ed il raggiungimento di rapporti “ben riusciti“. Ed è questa un’immagine dell’uomo che si discosta notevolmente da quella che ci era stata proposta nei decenni passati. Dato che gli esseri viventi dispongono di un considerevole potenziale di aggressività, in parte assai marcato, era facile essere indotti a credere che l’istinto più profondo della vita, anche della vita umana, sia la concorrenza e la lotta, e per molti questa ipotesi equivalse ad un chiarimento, definitivo e chiarito una volta per tutte, per quel che concerne la vera natura dell’uomo. Ed infatti, se ci guardiamo attorno sono proprio i modelli che si basano esclusivamente sulla lotta concorrenziale e sul successo riservato ai più battaglieri ad essere maggiormente propagandati.
Cos’è che sprona i nostri comportamenti e quali sono le mete, gli obiettivi ai quali aspiriamo? I nostri comportamenti e le nostre aspettative vengono comandati da un sistema motivazionale. Nulla riesce ad attivare meglio le nostre motivazione che non il desiderio di essere notati, accettati e considerati dagli altri, di vivere esperienze di affetto, e ancor di più, di amore.
La consapevolezza che la causa primaria di ogni nostra motivazione sia proprio l’essere accettati e apprezzati dagli altri è venuta a formarsi soltanto nel corso dell’ultimo decennio e rappresenta il risultato di una lunga serie di minuziose e spesso dispendiose indagini. È stato scoperto che i sistemi motivazionali si “spengono“ non appena appare inesistente la possibilità di ottenere un affetto sociale, mentre scattano “accendendosi“ in caso contrario, cioè quando si mettono in gioco affetto o amore. Indipendentemente dagli studi neurobiologici si sa già da un po’ di tempo, basandosi su osservazioni comportamentali e psicologiche, che l’isolamento sociale o l’emarginazione, se perdura per un lungo periodo, porta all’apatia ed al conseguente crollo di ogni tipo di motivazione. Per l’uomo questo sta a significare che l’essenza delle sue motivazioni è orientata a trovare e rendere apprezzamento, stima e affetto. È interessante osservare come già la semplice percezione di un tale obiettivo, ancora lontano da essere raggiunto, fa assumere ai centri emotivi una funzione da “sveglia“. La sola prospettiva di un contatto sociale viene registrato e porta ad una mobilitazione dei sistemi motivazionali che a sua volta genera un desiderio psichico ed una disponibilità corporea all’azione fisica. I sistemi motivazionali dell’uomo reagiscono con maggiore intensità nei casi in cui entra in scena l’amore, materno, filiale o sessuale che sia. Alcuni scienziati e ricercatori, tra cui il neurobiologo newyorchese Arthur Aron , hanno indagato sul ruolo dei sistemi motivazionali nell’innamoramento romantico. I soggetti, donne e uomini innamorati, venivano sottoposti ad esami di risonanza magnetica nucleare mentre guardavano delle foto dei loro partner, e quindi i segnali cerebrali così ottenuti venivano comparati con quelli rilevati mentre gli stessi soggetti guardavono delle immagini di altre persone estranee alle loro brame: il nucleo del sistema motivazionale scattò e reagì immediatamente di fronta alle immagini degli amanti. Esami del genere forniscono un’ulteriore conferma del fatto che la sola vista, la semplice “messa in prospettiva“ dell’oggetto del desiderio, fa da innesco al sistema motivazionale. Ma non deve essere per forza sempre e solamente amore. Ogni forma di riscontro tra individui e di socialità vissuta pare agevolare il sistema motivazionale. Ridere, ascoltare musica o muoversi insieme con altri comporta un rafforzamento degli atteggiamenti cooperativi tra gli individui, creando una sorta di legame sociale. Le persone che ci offrono la loro disponibilità di affetto, di stima o di amore vengono memorizzate, insieme ai buoni ricordi di un’esperienza vissuta in comune, dai centri emotivi del nostro cervello. Questo avviene automaticamente e senza un controllo cosciente da parte nostra.
Quindi, le persone con le quali abbiamo avuto delle esperienze postive, fungono da stimolo, una specie di impulso alla seduzione. Non appena appaiono realmente di fronte a noi o anche soltanto nella nostra immaginazione o come ricordo, attivano i nostri sistemi motivazionali, provocando il desiderio di ottenere ancora di più, ci sentiamo attratti da loro o almeno ci fa piacere la loro presenza e la loro compagnia. E in quanto predisposti a questi tipi di “legami“, ci scopriamo poi anche disponibili a fare di tutto per queste persone.
E così, passo dopo passo, il quadro diventa sempre più chiaro: “La droga migliore e più efficace per l’uomo è l’altro uomo“.
Per poter percepire meglio l’idea che la droga migliore per l’uomo sia l’altro uomo, riporto una lettera d’amore nella quale possiamo essere partecipi, parola per parola, a come l’amore nutra in sé la forza guaritrice. Guarire è sempre un atto d’amore.

L’essere umano è sempre un frutto di un atto d’amore. Vediamo ora come si sviluppa la personalità umana.
Lo sviluppo della personalità umana si esprime in configurazioni: il concepimento, lo sviluppo embrionale, le strutture dell’infanzia, dell’adolescenza ed infine quelle dell’essere adulto. Questi stadi configurativi dell’individuo vanno a formarsi tramite l’esperienza intima ed esteriore della nascita, la crescita, la diversità dei rapporti, le relazioni affettive, la procreazione, il lavoro, la gestione dei problemi e la morte. Lungo l’intero percorso di tale processo la configurazione individuale viene fortemente influenzata dalle sfide e dai disagi affrontati e subiti nel corso della vita. Amore e delusioni lasciano le loro precise tracce nella configurazione dell’individuo. Se intendiamo la vita come un processo, assistiamo ad un susseguirsi di figure in movimento, simile alla sequenza delle immagini di una pellicola. Se dovessimo fotografare la nostra vita e mostrarla immagine per immagine, scopriremmo di essere coinvolti in un susseguirsi di configurazioni emotive in continuo movimento. Il processo anatomico comprende una consapevolezza forte e profonda che genera immagini di intime emozioni. Le forme corporee esteriori ed organiche interiori si rivelano a noi come una mobilità cellulare atta ad organizzare e gestire psiche ed anima. E le emozioni destate da tali figure segnano il punto di partenza della nostra coscienza, del nostro pensare e percepire. Le emozioni rappresentano il collante che ci rende compatti e che comunque affondano le loro radici nella nostra anatomia. Le emozioni hanno quindi un’architettura somatica. Se parliamo di anatomia emotiva, è bene evitare dei concetti che propongono una „normalità“ o addirittura dei modelli ideali. Non esiste una struttura umana ideale. L’interesse principale dovrebbe piuttosto essere rivolto alla domanda come l’individuo possa usare se stesso nel miglior modo possibile per poter funzionare. Se è vero che a tutti gli esseri umani è propria la posizione eretta, è anche vero che ognuno di noi sviluppa una sua peculiarità configurativa e portamentale.
Le lesioni psichiche formali dimostrano come il portamento eretto del corpo viene alterato da violenze, sfide ed aggressioni. La configuarzione preesistente si trasforma sotto gli influssi della storia emotiva dell’individuo. L’interazione tra il nostro patrimonio ereditario genetico-emotivo, le aspettative sociali ed i riscontri lungo i percorsi personali si rispecchiano nella nostra autoconfigurazione. L’uomo è un organismo autoplasmante. Trasformiamo sostanze nutritive in energia e alla stessa maniera assumiamo nutrimenti emotivi fornitici dall’ambiente circostante per scambiare con altri individui ciò che di tali assunzioni siamo riusciti a creare. Organismo-configurazione significa essere in movimento. Espansione e contrazione formano la base della nostra percezione e consapevolezza: vuoto – pieno, lento – veloce, dilatato – retratto, assorbire – rigettare. Questi due movimenti essenziali dell’organismo vivente, l’espansione e la contrazione, ci permettono di reagire ad ogni sorta di stimolo. Il formarsi di “corazzature“ protettive rappresenta una necessaria reazione a stimoli che subiamo nel corso della vita. Tuttavia, se il corpo rimane immobile in uno di questi due stati, si verificherà una corazzatura a livello fisico. Tale modello di mobilità tra espanione e contrazione può subire, in presenza di angoscia, paura o shock, un’ulteriore esasperazione causata da reazioni iperattive o, viceversa, essere attutito da un’attività insufficiente. O ci autoeccitiamo fino alla follia, oppure, a parole ed emozioni, ci caliamo nell’apatia . In una perenne ciclicità ci rivolgiamo al mondo esterno per rifugiarci nuovamente in noi stessi. Questo percepire e pulsare che forma l’identità del nostro essere è esposto a continue modifiche che possono venir influenzate da malattia, sofferenza, stanchezza e da emozioni intime ed esterne. Il legame con il mondo esterno si spezza mettendo a rischio la capacità di mantenere immutata la posizione eretta della propria configurazione individuale.


[ 1 ]