La bioenergetica e la relazione terapeutica
di Walter Trentin

La Bioenergetica nasce negli anni cinquanta/sessanta sulla base delle intuizioni e sperimentazioni di Alexander Lowen, discepolo di Wilhelm Reich, a sua volta “figlio” di Sigmund Freud. Se Freud diede voce e valore al nostro mondo inconscio, Reich ne vide la sede nella nostra struttura muscolare, soprattutto per quanto riguarda la sfera emozionale; Lowen approfondì questa visione ed organizzò un sistema di intervento centrato sul corpo, per aiutare le persone ad andare oltre quegli schemi comportamentali ed emotivi divenuti disfunzionali per l'individuo. Il salto qualitativo effettuato da Reich e Lowen è dato dal tentativo di superare la dicotomia mente-corpo di cartesiana memoria. Trovo suggestivo ribaltare il “penso dunque sono” di Cartesio, nel “sono dunque penso”. Credo che se proviamo ad assaporare entrambe le enunciazioni, ad ascoltare l'effetto che producono su noi stessi, possiamo intuire il ribaltamento della prospettiva e magari anche percepire un senso di interezza. Non è più una funzione, il pensare, che dà realtà all'esistere, ma una percezione globale dell'esistere che fornisce sostegno alla funzione del pensare.

Tornando all'evoluzione della psicoterapia da Freud a Lowen, ed utilizzando come mappa di orientamento la teoria dei tre cervelli, potremmo vedere la psicoanalisi come una tecnica che si occupa prevalentemente della corteccia cerebrale; la terapia reichiana e la bioenergetica come un sistema che indaga ed agisce sulla parte limbica del cervello, sede, pare, delle emozioni. L'archiencefalo, la parte filogeneticamente più antica, legata agli istinti primari e profondi dell'individuo, potrebbe essere considerata come la sfera di azione elettiva dell'Anatomia esperienziale, una tecnica che promuove la sensibilità individuale per organi e tessuti. Tutto questo naturalmente, se vogliamo rimanere ancorati in una prospettiva “cervellocentrica”, cioè in un'ottica che considera il cervello come centro dell'identità personale, come motore esclusivo dell'essere e dell'agire, non come organo che riflette lo stato della persona ed elabora informazioni. Da un punto di vista relazionale, potremmo vedere lo sviluppo di queste tecniche come il passaggio da un minimo di relazione, lo psicoanalista che si tiene fuori della portata visiva del paziente, che evita accuratamente di “influenzarlo” con la sua presenza, ad un massimo, il terapeuta che usa il proprio sentire profondo, la consapevolezza dei propri organi, per favorire analogo processo nel paziente, con una relazione-comunicazione che sembra trascendere il limite dei cinque sensi. In mezzo si pone la bioenergetica che usa come sistema di riferimento relazionale il corpo con la sua struttura muscolare. Questo modello interpretativo dell'evoluzione di alcune tecniche vuole soltanto essere un esempio grossolano, un paragone di massima per farsi un'idea, magari un'intuizione. Non credo assolutamente che nella classica seduta psicoanalitica non possa esserci relazione con il paziente, come non credo che in quella di Bioenergetica o, ancora più, di Anatomia esperienziale, si raggiunga il massimo qualitativo-quantitativo della relazione. Ritengo che l'instaurarsi di una positiva relazione terapeutica sia trasversale alle tecniche che si utilizzano, siano esse psicoterapiche, naturali, mediche. Esse semmai favoriscono in modo diverso un buon rapporto, secondo dove collocano il focus di attenzione del terapeuta e del paziente; ma il vero determinante del rapporto rimane il terapeuta stesso, la sua capacità di essere umano.
La mia insistenza sull'importanza di una buona relazione fra terapeuta e paziente, qualunque sia la tecnica che si utilizza, nasce, oltre che dalla mia personale esperienza, da una ricerca condotta ancora negli anni settanta, che mise in evidenza il fatto che il successo o meno dei vari approcci psicoterapeutici non dipendeva affatto dalla teoria utilizzata, ma dalla qualità della relazione terapeuta-paziente. Ricordo spesso un articolo di un quotidiano, all'epoca dello scontro tra fautori e detrattori del “metodo” Di Bella e dell'impiego della somatostatina, in cui il cronista acutamente evidenziava il modo di relazionarsi di Di Bella con il paziente, la sua umanità, il suo interesse e curiosità, la sua capacità di ascolto. Ed il “sospetto” che forse più della somatostatina, fosse proprio questo modo di essere con il “malato” che rendeva efficace il farmaco, modo di essere perduto da gran parte della medicina ufficiale. Allora non risulta difficile comprendere ed accettare che le successive sperimentazioni ospedaliere abbiano confutato la validità di tale sostanza: che rendeva efficace la somatostatina era Di Bella, non la sostanza in sé da sola. Una considerazione del genere credo ci obblighi ad operare una distinzione tra quelle che volutamente ho continuato a chiamare tecniche e la terapia. Ritengo che spesso si faccia confusione fra le due cose, chiamando terapia una tecnica. Terapia, etimologicamente, significa servire, accompagnare; la tecnica è uno strumento. Se il compito di colui che si vuole chiamare terapeuta è accompagnare una persona in un viaggio di crescita e cambiamento, allora le tecniche possono adeguatamente essere considerate strumenti per questo viaggio. Un viaggio che può essere faticoso, che possiamo scegliere di fare da soli o con la compagnia di qualcuno (il terapeuta appunto) che può starci di fianco, a volte incoraggiarci, a volte aiutarci nei momenti più difficili, a volte semplicemente stare, senza nulla dire né fare, cosa questa spesso difficile e faticosa. Possiamo affrontare il viaggio a piedi, a cavallo, in auto, in aereo in nave ecc., possiamo scegliere il mezzo (la tecnica) più opportuno a seconda di quale è la nostra destinazione o desiderio, ma chi ci accompagna non è il mezzo che scegliamo o che ci viene proposto, è una persona.


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