Stress in gravidanza
di Elena Fontana

Secondo la definizione data da Alexander Lowen, in fisica lo stress denota l’azione di una forza che sottopone un corpo o un oggetto a tensione o deformazione. Harold G. Wolfe definisce altresì lo stress come “l’interazione fra l’ambiente esterno e l’organismo”. La tensione è l’effetto sull’organismo. Egli inoltre annota che l’entità della malattia e la capacità dell’organismo di far fronte alla tensione, determina se potrà esserci un ristabilimento dell’omeostasi o invece una rottura con distruzione e morte. Ogni persona reagisce ed affronta lo stress in modo differente. D’altra parte non può esistere la vita senza lo stress medesimo. Selye arriva ad affermare che lo stress senza angoscia in se non risulta dannoso. Ciò che richiede una situazione stressante è un dispendio energetico. Persino le funzioni vitali richiedono un dispendio energetico maggiorato. Il corpo però può far fronte a queste richieste perché è in grado di produrre energia tramite i processi metabolici. L’angoscia nasce quando una richiesta esterna abbisogna di un fabbisogno energetico superiore alla riserva organica. In questo caso una situazione diventa angosciante, così come ogni situazione esterna che interferisce sulla produzione energetica del corpo, ad esempio una seria interferenza con la respirazione. Selye ha formulato la Sindrome d’Adattamento Generale (GAS). Egli dimostra in modo sperimentale che esponendo un organismo ad uno stress eccessivo, lo stesso sviluppa iperattività della corteccia surrenale, una contrazione del timo e dei nodi linfatici e lo sviluppo di ulcere gastriche. Definì tale risposta come “iniziale reazione di allarme”. Se lo stress continua la reazione di allarme scompare perché l’organismo ha sviluppato una resistenza allo stress (fase di resistenza). Se però la situazione rimane immutata a lungo, la resistenza dell’organismo crolla (fase di esaurimento). Anche lo stress emotivo pone al corpo una richiesta che implica dispendio energetico. I cambiamenti dello stile di vita possono essere molto stressanti, cosi come la gravidanza può essere fonte di stress, in misura ovviamente maggiore se non desiderata da uno o da entrambi i partners. Le ricerche di D. Stott rilevarono che è determinante la durata dello stress, visto che tale durata aumenta l’influenza diretta sul bambino. Stress anche molto intensi ma di breve durata non sortirono nei suoi esperimenti effetti negativi, né sul piano fisico, né su quello emotivo. Allo stesso modo ansie prolungate ma che non influivano sulla sicurezza emozionale della donna, finivano per influire in minima parte sul nascituro, mentre avevano effetto sul bambino stress personali di lunga durata. Spesso tale stato di stress era causato da tensioni prolungate verso il marito o verso parenti acquisiti. Ben 10 delle 14 donne esaminate e sottoposte a tale tipo di stress ebbero figli con problemi fisici o emotivi. Nella ricerca Stott non prende però in considerazione i sentimenti delle madri nei confronti del nascituro. Probabilmente l’amore materno funziona come un vero e proprio filtro e in qualche caso neutralizza l’effetto delle tensioni esterne. La cosa certamente più importante è il sentimento che la madre nutre per il figlio, così come l’atteggiamento materno è il fattore più importante nella formazione della personalità del bambino. Monica Lukesh giunge a tali conclusioni dopo aver osservato 2000 donne attraverso tutta la loro gravidanza ed il parto: i figli accettati ed amati dalle loro madri erano molto più sani sia emotivamente che psichicamente di quelli rifiutate. G. Rottmann dell’università di Salisburgo è giunto alla medesima conclusione. Nei suoi studi era rilevata la disponibilità reale della madre alla gravidanza conscia ed inconscia. I figli di madri che dimostravano un atteggiamento ambivalente, ebbero alla nascita problemi sia sul piano comportamentale che su quello fisico (in particolare a livello gastrointestinale). Questo dimostrerebbe che i figli in qualche modo rilevavano tale ambivalenza. Anche un comportamento caratterizzato da un rapporto conflittuale verso il compagno aumenta in modo sensibile la possibilità di partorire un figlio con turbe psicologiche o fisiche, rispetto ad una donna che vive un rapporto di amore sereno e tranquillo. La grande intermediaria è in ogni caso la madre che con il suo amore può proteggere il feto.

Il contato intrauterino (la nostra prima culla: l’utero)
La prima esperienza che il bambino ha del mondo è l’utero, la sua qualità, se accogliente od ostile, può arrivare a determinare la fiducia o la chiusura del bambino verso il mondo esterno dopo la nascita. I mediatori del dialogo madre-figlio sono i legami neuro-ormonali. Non appena il cervello percepisce un pensiero, immediatamente lo rielabora come emozione (nell’ipotalamo). A sua volta l’ipotalamo trasmette al corpo degli input perché metta in atto una serie di risposte.
Questo avviene tramite il sistema endocrino ed il sistema nervoso autonomo che l’ipotalamo controlla. Ad esempio la paura fa sì che l’ipotalamo ordini al sistema nervoso autonomo di far battere forte il cuore, dilatare le pupille, far sudare le palme delle mani ed infine innalzare la pressione (azioni determinate dal sistema nervoso simpatico) mentre nello stesso tempo aumenta la secrezione dei neuro ormoni da parte del sistemaendocrino. Questi ultimi, riversati nel sangue alterano i processi chimici della madre ed anche del feto. A lungo andare questo può predisporre il bambino ad essere più ansioso così come ad alterarne l’ipotalamo e il sistema endocrino ed infine il sistema nervoso autonomo che li coordina. Pertanto un bambino con un il sistema nervoso autonomo sovraccarico tende ad essere teso, irrequieto, agitato, iperattivo. Tali bambini manifestano questa predisposizione con un eccessivo movimento durante la gestazione. D’altro canto l’ansia e la collera a piccole dosi sviluppano la formazione delle connessioni intellettive. Ad esempio una posizione della madre può infastidire il bambino che comunica con calci il suo disagio.
Le modalità di comunicazione intrauterina madre-figlio sono fondamentalmente tre:
- la comunicazione comportamentale
- la comunicazione simpatetica
- la comunicazione fisiologica
Per quanto riguarda la comunicazione comportamentale un esempio da parte del bambino, è costituito dal suo tirar calci per dimostrare il suo disappunto.
Da parte della madre tale tipo di comunicazione si manifesta nel suo modo di muoversi e spostarsi nella giornata. Per quanto attiene alla comunicazione simpatetica, si manifesta nell’amore e nell’affetto che la madre prova verso il nascituro, così come ogni emozione provata dalla madre sembra avere una dimensione simpatetica. Altresì per quanto riguarda la comunicazione fisiologica, secondo studi recenti, anche il feto garantisce il successo della gravidanza, partecipando attivamente alla formazione di ormoni (ad esempio estrogeni, progesterone) tramite la placenta, organo in parte di origine fetale. Il feto fà scattare inoltre molti dei cambiamenti fisici a cui deve sottoporsi il corpo della madre, per poterlo crescere e nutrire mentre è nell’utero. D’altra parte i sentimenti di ansia e stress della madre provocano un rilascio ormonale, l’epinefrina (adrenalina) da parte della midollare del surrene. Questo stadio d’allarme, risultato dell’aumentata secrezione di corticosteroidi, scompaiono durante lo stadio di resistenza. Il tutto può essere riassunto dallo schema sott’indicato. D’altra parte Lester W. Sontag alla fine del 1944 dopo uno studio effettuato su bambini nati in periodo di guerra osservò come certe ansie materne influivano sullo sviluppo della personalità del feto. Egli osservò in particolare che gli stress che aumentano la produzione di neurormoni nella madre, aumentano allo stesso tempo la suscettibilità biologica del bambino all’angoscia.


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