La moda dell'epidurale
di Gino Soldera con la collaborazione di Susanna Mussato


“Così come “dare alla luce” può essere per la donna, liberata dalla paura, una esperienza esaltante, non paragonabile a nulla, la nascita può essere per il bambino, la più straordinaria, la più forte, la più profonda delle avventure. Il suo grido, allora, non è che l’appassionata protesta che un piacere così intenso finisca bruscamente.”             
Frédéric Leboyer, Shantala, 1976

Un amico mi diceva, per giustificare l’uso di metodi correttivi decisi in educazione: “Quando ci vuole ci vuole”. La stessa affermazione noi la potremmo fare nel caso della epidurale o nel caso del taglio cesareo. Questo per dire che ci sono delle situazioni nelle quali l’epidurale non solo è necessaria, ma doverosa. Essa trova indicazione in situazioni ostetriche specifiche, come nel travaglio prematuro, post-maturo e prolungato, nei parti gemellari, ed in altre situazioni cliniche in cui sia necessario il rilasciamento dei muscoli pelvici per favorire la discesa del feto e le manovre di estrazione. Esistono poi situazioni cliniche in cui l’analgesia epidurale può essere richiesta dal ginecologo: quando sia necessario ridurre lo stress della madre affetta da malattie cardiovascolari, epatiche, renali, respiratorie, metaboliche (diabete), e da forte miopia (con rischio di distacco di retina). Nelle altre situazioni dove si vuole combattere ad ogni costo il dolore o semplicemente partorire in altro modo perché di moda o al passo con i tempi o è stata fatta un’indebita pressione in questo senso idealizzando l’epidurale come “il parto senza dolore” o come “la nascita soave” del bambino, mascherando o minimizzando gli effetti collaterali, come accade con la pubblicità, dove si è spinti a fare un acquisto di un bene di cui non si ha né la necessità né il bisogno, e questo accada perché viene esaltata la mente analogica, con delle parole o immagini ideali, e oscurata quella critica e razionale. Nel nostro caso il libero accesso all’epidurale, come viene continuamente richiesto e proposto, diventa discutibile, in quanto l’atto medico viene scambiato come un bene di consumo o un nuovo servizio offerto alla clientela, allo stesso modo di quando si sceglie di prendere dei farmaci basandosi semplicemente sulla convinzione che questi possono fare bene, senza avere la certezza di un reale necessità. Quindi la scelta dell’epidurale non necessaria e non prescritta diventa compromettente con la propria vita di madre e con quella del proprio figlio. Va riferito che un atto medico diventa necessario e quindi appropriato solo quando permette di affrontare una situazione a rischio o a risolvere una patologia, un problema o una situazione di disagio. Se non esistono queste condizioni è molto probabile che l’atto medico venga esercitato in modo improprio e per questo può diventare non solo costoso e inutile, ma addirittura dannoso per la madre e per il figlio e di conseguenza per l’intero sistema famigliare. Con la scelta dell’epidurale la madre si trova a dover delegare ad altri parte della propria esperienza procreativa e questo le nega la possibilità di incontrare fino in fondo se stessa, il proprio corpo, le proprie energie e le proprie potenzialità. Sicuramente l’analgesia ridurrà nella donna i dolori del travaglio (l’epidurale è considerata la forma più efficace per ridurre il dolore disponibile), ma anche il piacere dell’espulsione, e questo a causa della sospensione locale della percezione del proprio corpo essendo stati intorpiditi i nervi che controllano i muscoli pelvici e delle gambe. Non tutti sono consapevoli della sfida che oggi la donna è chiamata ad affrontare nella propria vita nel diventare madre. Da quando la donna è uscita dalla ristretta dimensione del femminile che la vedeva legata alla natura e ai suoi cicli e con essa alla famiglia e ai figli, alla vita delle emozioni, degli affetti e delle relazioni per aprirsi a nuove possibilità ed entrare nella dimensione della vita esteriore del maschile caratterizzato dalla concretezza e dalla razionalità. Si è trovata nella necessità di affrontare la sfida dell’integrazione fra la sua natura femminile e la nuova dimensione maschile che andava scoprendo nella sua vita, fra la natura di cui è espressione e la cultura con le sue conoscenze e regole, più precisamente, e questo è il nostro caso, tra i processi cerebrali primitivi che guidano i nostri atti fisiologici più naturali come il parto e i processi cerebrali superiori della neocorteccia, che esercitano un controllo sul nostro comportamento. I primi sono originati dalle strutture arcaiche del cervello, quali l’ipotalamo, la ghiandola pituitaria ecc. che favoriscono durante il travaglio l’azione dell’ossitocina, delle endorfine, della prolattina, dell’ormone adenocorticotropo, delle catecolamine, mentre i secondi soprassiedono al controllo che, se esercitato, inibisce e interferisce nelle attività spontanee, compreso il complesso processo del parto. Dire che l’epidurale serve per eliminare il dolore del parto è quanto di più ipocrita ci si può aspettare, oltre che falso ed illusorio, in quanto nella vita della donna non esiste niente di più fisiologico del sano dolore connaturato con l’esperienza del parto. Il dolore del parto è differente dagli altri, perché ha un significato e un compito precisi. E’ una guida che segnala alla donna che cosa sta avvenendo, avverte che il momento è arrivato e le diverse sensazioni corporee le comunicano in quale fase si trova il travaglio. E’ un segnale che si è messo in moto un processo fisiologico che porterà la mamma ad abbracciare il suo piccolo.
In realtà l’analgesia serve ad una donna confusa in crisi di identità, come lo sono molte donne “rampanti e in carriera” nell’età moderna. Le donne della nostra civiltà vivono la gravidanza come un luogo oscuro e temuto, si affidano sempre alla tecnologia e alla medicina e sempre meno alle proprie sensazioni con il rischio di trasformare il periodo dell’attesa ad un disturbo e non più ad un fatto naturale. Il loro sapere sulla gravidanza è un sapere superficiale che utilizza un lessico medico esteriore, che regna nei loro discorsi e dà una rappresentazione incompleta della fisiologia femminile con il rischio di perpetuare ideali ed interpretazioni sbagliate sulla sua stessa natura. In quest’ottica la ricerca del metodo antalgico da parte delle donne rappresenta il tentativo di dare una risposta razionale a qualcosa che invece è profondamente viscerale. Così facendo esse si pongono “dall’altra parte”, quella esterna e della razionalità, del lobo sinistro, attivando la neocorteccia, per tenere sotto controllo la propria natura, il proprio corpo che si è cominciato a negare in nome di una immagine idealizzata, togliendosi la possibilità di sperimentarlo fino in fondo, di conoscerlo per come funziona e di amarlo per quello che è e per ciò che ci offre e dà. Il parto naturale, sorretto dalla donna con le proprie forze, e con i propri ormoni, non disturbato da intromissioni e sostituzioni, le dà la forza e la consapevolezza di essere forte e capace, sensazioni che sono un aiuto anche dopo la nascita nel momento di accudire, crescere e contenere il proprio bambino nonché quando si trova ad affrontare qualche difficoltà. Ciò che bisognerebbe ricordare in questi casi alla donna impegnata nell’esperienza del parto è che non sempre la via ritenuta più breve conduce lontano, anzi…
Le ricerche effettuate sul vissuto del dolore del parto sono molto esplicite al proposito; ciò che incide su di esso in modo preponderante non sono i fattori della componente valutativo/sensoriale, cognitivo/affettivo, ma la sua gestibilità/ingestibilità finalizzata ad avere la padronanza del controllo cognitivo e comportamentale dell’esperienza del travaglio e da qui la necessità di vivere l’esperienza del parto come esperienza tutelata per poter essere se stessa e libera di esprimere apertamente le proprie sensazioni, ed emozioni e il proprio dolore.
L’epidurale, se non necessaria, toglie alla donna la possibilità di cogliere l’impulso evolutivo presente nel processo procreativo, che ha nel parto un momento fondamentale del suo sviluppo, o meglio di passare da donna a madre attraverso l’esperienza dilatante ed espulsiva del proprio corpo, il vissuto doloroso e piacevole insito nel proprio sentire e le immagini catastrofiche straordinarie che le attraversano la mente. Negare tutto questo significa allontanarsi da se stessi, fuggire dalla propria vita, accrescere il senso dell’alienazione e aumentare il proprio vuoto interiore, privando di senso e significato la propria vita.
Il vero problema per la donna, come si affermava precedentemente, non è solo il dolore del parto, ma la paura di perdere il controllo della nave e che questa poi vada alla deriva, la paura del peggio, del trauma o della catastrofe: come se tutto si potesse controllare e determinare con la propria limitata volontà. Statisticamente il trauma da parto è una realtà e si presenta nell’1-2% dei casi e questo in genere senza che si riesca ad individuarli e dare una adeguata risposta. Spesso la donna traumatizzata che fa presente la sua condizione di malessere non viene accolta e capita dagli operatori sanitari, ma colpevolizzata, perché nonostante tutto non si sa accontentare di ciò che ha e sta male, quando, al contrario, dovrebbe sprizzare di salute.


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