La psicosomatica nel percorso gestazionale
di Gino Soldera

La psicosomatica non va intesa non come una nuova disciplina, ma come un approccio globale all’uomo e ai suoi problemi. Di questo sentiamo particolarmente la necessità nella nostra società essendo la realtà umana  spesso distorta e deviata sia dall’influenza dei molti miti, come quello del benessere economico, che l’uomo ha assunto per dare un senso alla sua esistenza, e sia  dai molti fantasmi che si porta dietro dal passato e dai quali non è ancora riuscita a liberarsi, pensiamo alla fame, alla guerra, all’odio e alla malattia.

 

L’unità dell’essere umano

Per meglio conoscere come la psicosomatica affronta il percorso gestazionale che riguarda la vita della madre e del bambino dobbiamo considerare alcune questioni e principi fondamentali.                             Il primo e più importante di questi, che è stato alla base della nascita e dello sviluppo del pensiero  psicosomatico, è proprio quello che riguarda l’essere umano nella sua globalità, che lo vede composto  dall’insieme unitario e indivisibile della mente e del corpo (Galeazzi &. Scarpellini, 1996). Secondo questa concezione tutti gli eventi della vita  vengono intesi come situazioni fenomenologiche indivisibili, in cui corpo e mente (soma e psiche) rappresentano punti di mutua influenza e di interdipendenza nell’ambito di un particolare ambiente socioculturale (Fedor-Freybergh, 1997) . Se osserviamo bene forse non esiste un particolare momento della vita dell’uomo, come quello del percorso gestazionale, nel quale sia possibile scindere l’aspetto ereditario da quello ambientale, l’aspetto fisico da quello psichico, l’aspetto individuale da quello sociale. In passato questo momento era poco conosciuto e il nascituro era considerato un essere disorganizzato e insensibile, dotato di un corpo e non di una mente, impermeabile all’influenza esercitata dall’ambiente: ambiente da intendersi, soprattutto in questa situazione, non tanto dal punto di vista fisico quanto da quello relazionale, con le sue valenze affettive, emotive, mentali e culturali (Caprara, 1998).

A partire dagli Anni ‘30, sulla scia dello sviluppo della psicologia, la medicina ha cominciato a interrogarsi sui limiti della concezione organicista, volta a considerare l’uomo solo nella sua realtà oggettiva centrata sul funzionamento del corpo e dei suoi organi , e poco attenta all’aspetto soggettivo e al vissuto interiore, intellettivo ed emozionale dell’individuo, che come sappiamo è presente in ogni esperienza umana. Negare nell’uomo gli affetti, le emozioni e i sentimenti, significa letteralmente privarlo della carica energetica che muove e anima la sua esistenza. Quello che noi viviamo e sperimentiamo interiormente con la nostra mente e con le nostre emozioni viene contemporaneamente vissuto nel corpo fisico, nei suoi apparati e organi, in un completo coinvolgimento di tutto il sistema cellulare e biologico (Verny, 1998), tanto che possiamo considerare i processi fisico, biochimico, immunologico, endocrinologico e psicologico come un insieme integrato (Bottacioli, 1998). Si è scoperto così che le condizioni di vita e di stress hanno una parte importante nella genesi dei disturbi funzionali: oggi in costante e continuo aumento nella nostra società. I diversi studi eseguiti in questi ultimi cinquant’anni a partite da Lestag Sontag (1994), uno studioso che affrontò le conseguenze dello stress nelle madri sole in attesa con il marito in guerra, hanno messo in evidenza come le esperienze negative vissute dalla madre durante la gravidanza agiscono nel suo metabolismo e lasciano delle precise tracce nel corpo del bambino.

Ne è un chiaro esempio la ricerca condotta qualche anno fa dalla psichiatra Federica Mormando (1994) all’Ospedale S. Carlo di Milano dove, su un campione di 250 bambini, era stato accertato che il 92 % dei casi dei bambini rifiutati dalla madre in modo marcato e persistente nel primo periodo della gravidanza, alla nascita avevano dei particolari segni sulla pelle della loro mano sinistra, detti dermatoglifi, dovuti probabilmente all’azione incisiva dei neurormoni dello stress che, non filtrati dalla placenta, hanno potuto lasciare delle precise tracce.

La cosa non è indifferente per la vita dell’essere umano se si pensa allo stretto collegamento che esiste fra la pelle e il sistema nervoso, derivando  entrambi  dallo stesso foglietto embrionale ectodermico; inoltre, sappiamo che esiste una relazione molto stretta tra il sistema nervoso centrale e la mente individuale che fonda il suo funzionamento sullo sviluppo delle abilità neuropsicologiche come l’attenzione, la memoria, la percezione, la motricità e il linguaggio.

Attualmente negli Stati Uniti, per quanto riguarda la ricerca,  si da molta importanza alla fase prenatale nella genesi dei disturbi di comportamento grave, anche perché è rilevata una particolare influenza dei traumi prenatali nella formazione dell’ippocampo, una delle strutture encefaliche che continuano a svilupparsi con l’età.  Un grosso dolore può essere registrato da questa struttura come un pesante fardello, tanto che può degenerare o atrofizzarsi, mentre la memoria diventa lacunosa. Si è scoperto mediante l’autopsia che le cellule dell’ipocampo degli psicotici si trovano in una condizione di totale disordine (Janov, 2002). Attualmente sta crescendo la convinzione che il periodo della vita intrauterina possa essere il periodo più importante della vita dell’individuo: periodo nel quale vengono poste le basi della salute fisica e  psichica futura, tanto da ritenere che molti comportamenti antisociali e disturbi psichici come la schizofrenia, l’autismo, i deficit di attenzione e iperattività, abbiano un’origine prenatale (Odent, 2008). Non va dimenticato che durante la vita prenatale si sviluppa il temperamento, ovvero la struttuta biopsichica fondante la vita dell’individuo, il terreno sul quale si realizzerà in seguito lo sviluppo del carattere e della personalità (Soldera & Mussato, 2008).

Ciò conferma quanto da tempo sui pensava in ambito clinico (Lowen, 1990) e quanto ritenuto dalla saggezza popolare e cioè che il vissuto della madre in gestazione fosse anche in qualche modo il vissuto del figlio; per questo durante la gravidanza veniva fatto il possibile per preservare la madre da certi traumi emotivi a difesa della sua salute e di quella del figlio (Ellis, 1981).

 

L’unicità di ogni individuo

Il secondo principio riguarda l’unicità di ogni individuo. E questa unicità ha inizio dal momento del concepimento, momento nel quale l’essere umano comincia a prendere forma come un essere unico, originale e irripetibile, con un suo progetto di vita che ogni essere porta con sé dal momento in cui viene concepito e che comprende: le caratteristiche personali che influiscono sul modo di essere e di fare nella vita; le potenzialità latenti, con le sue tendenze, predisposizioni difficoltà e capacità, che potranno essere sviluppate nel corso dell’esistenza; un messaggio per i genitori, la famiglia, la società e per l’intera umanità perché prosegua nel suo cammino di crescita (Soldera, 2004). La vita di un essere umano va considerata dal momento del concepimento e non dalla nascita. Anzi, quando il bambino nasce porta con sé nove mesi di esperienza capaci di condizionare il suo futuro; per sensibilizzare sull’importanza di questo periodo è stato ideato uno spot pubblicitario dove si vede un bambino appena nato mentre comunica: «Ho già tanto da raccontare». 

Dall’inizio della sua esistenza lo sviluppo dell’essere umano procede secondo dei precisi programmi, ritmi e scadenze biologiche personali. I primi studi ecografici sul comportamento fetale, effettuati da Milani Comparetti e da Tajani e Ianniruberto, avevano messo in evidenza l’esistenza di specifiche caratteristiche individuali del feto, poi confermate dalle ricerche della Negri e della Piontelli attraverso l’osservazione diretta nell’ambiente uterino sia del singolo bambino che di coppie di gemelli. Ciò che è emerso in modo chiaro da queste indagini è che a partire dalla 13ma S.d.G. il nascituro comincia a manifestare dei tratti comportamentali propri, diversi da qualsiasi altro essere, e che questi continuano ad essere presenti nel corso della gravidanza e dopo la nascita. Bambini che erano continuamente protesi a leccare la placenta, il cordone ombelicale o ingurgitare il liquido amniotico dimostravano successivamente, nel corso della prima infanzia, una particolare propensione verso il cibo, tanto da diventare dei bambini obesi. Altri ancora, che si dimostravano dolci e affettuosi oppure provocatori e litigiosi, continuavano a manifestare in seguito questa loro particolare modalità comportamentale (Piontelli, 1992).

A partire dal concepimento  convivono nella madre due diversi organismi, il proprio e quello del figlio, in grado di influenzarsi reciprocamente. Ora sappiamo che il bambino svolge un ruolo importante nell’evento del parto (Smith, 1999). Durante la gestazione la presenza del bambino con la sua personalità è così forte tanto da poter incidere sulle abitudini e sui comportamenti della madre. Ho conosciuto delle madri che, dopo una  prima attenta osservazione del loro vissuto, già a partire dai primi due mesi di gravidanza erano in grado di tratteggiare un profilo di quelle che potevano essere le caratteristiche del figlio e che poi, alla luce dei fatti, si sono dimostrate reali (Soldera, 2000). 

Questo ci fa capire che il bambino è protagonista della sua esistenza, in quanto la vita è esclusivamente sua e gli altri non possono sostituirsi a lui, ma solo cercare di conoscerlo e di capirlo e orientare in qualche modo il suo processo di formazione e di crescita.

Il compito dei genitori in questa fase è di riuscire a percepire e a capire il figlio, per cercare di rispondere ai suoi bisogni e alle sue necessità, che sono soprattutto di relazione, di comunicazione e di esperienza. Infatti, il primo vero legame, la prima vera relazione genitore-bambino non si costituisce alla nascita, ma a partire dal periodo della gestazione. 

Una serie di studi evidenziano come durante la gestazione entrambi i genitori si preparano all’incontro con il figlio riservandogli “uno spazio nella mente” (Winnicott, 1987): uno spazio affettivo che costituisce il primo livello di sviluppo del legame di attaccamento che trova il suo apogeo nel momento del parto.  Negli anni 70 cominciarono le prime ricerche qualitative sulle rappresentazioni e fantasie che la donna in gravidanza sviluppa verso il feto. In uno dei primi studi Lumley (1972) indagava il formarsi dell’immagine mentale del feto lungo il corso della gravidanza intervistando trenta primipare. Emersero due aspetti: il primo fu che con il progredire della gravidanza il feto viene pensato progressivamente sempre più come persona, il secondo che le madri stabiliscono precocemente un legame di attaccamento con il feto.

Se il genitore non è consapevole delle necessità e dei bisogni del figlio può essere portato a negare i tentativi che fa, come ogni bambino, di attirare su di sé l’attenzione dei genitori; ciò crea una relazione di reciproca indisponibilità e di stress alla quale il figlio può rispondere con una reazione di attacco o di fuga, con atteggiamenti iper o ipo-reattivi e con  stati di agitazione, di ansia, di tensione e di  irrequietezza,  che comunque vengono avvertiti dalla madre, anche se poche volte riesce a darsene una spiegazione convincente (Ottaviano S. & Ottaviano P., 1966). Alla lunga questo può avere delle conseguenze nel bambino, tali da favorire alla nascita l’insorge di diversi disturbi collegati alla sfera alimentare o del ritmo veglia-sonno, all’apparato gastroenterico, o altro come evidenziato  dallo studioso tedesco Ludwig Janus (1997) nella sua opera “Come nasce l’anima”. Ciò sembra  confermare la convinzione che i disturbi psicosomatici siano soprattutto disturbi della comunicazione, di un qualcosa che si vuol comunicare e che non si riesce a trasmettere.


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