PARACELSO Un rivoluzionario dell’arte sanitaria
di Giacinto Bazzoli

Dal seno della presente generazione la signoria di tutte le arti è stata conferita a me,

Teofrasto Paracelo,principe della filosofia e della medicina.

Sono diverso e questo non deve turbarvi.”

Così si presentava Paracelso a contemporanei, all’alba dell’era moderna.

Iniziò la sua carriera universitaria con una provocazione: l’insegnava,parlando tedesco,la lingua del popolo e della sua terra di cui andava orgoglioso. Ricordiamo che la lingua della scienza era il latino, quindi era una profanazione utilizzare la lingua volgare.

Nacque il 10 novembre 1493 presso l’abbazia di Einsiedeln, in Svizzera, in un ambiente di povertà rustica e di fierezza popolare tipico dei cantoni elvetici che si battevano allora per la propria indipendenza. Fu colpito nel corso della vita da disgrazie e malattie, in base alle quali, alcuni vollero spiegare la sua instabilità, la sua ombrosa iattanza, la sua irritabilità.

Alla nascita fu registrato come Filippo Aureolo Teofrasto Bombast von Hohenheim, ma volle chiamarsi, alla latina  Paracelso (parziale latinizzazione del luogo di nascita, Hohenheim, ma anche allusione a Celso, uno dei medici più famosi dell’antichità, con l’aggiunta del prefisso greco para a denotare la vicinanza di pensiero).

Privato giovanissimo dell’affetto e delle cure della madre, fu iniziato dal padre alla medicina pratica: “Per dieci anni non ho letto che un solo libro, quello della natura”, scrisse più tardi; e altrove: “Il medico deve essere anzitutto un uomo buono e veridico”.

Ancora  adolescente, Teofrasto iniziò a vagabondare. Educato dal padre, esperto in questioni minerarie, lo troviamo dapprima nella regione mineraria della Carinzia, dove insegna chimica (alchimia) nelle scuole delle miniere. Qui intuisce la patologia professionale dei minatori. A Villach comincia a dedicarsi all’occultismo, cui è stato iniziato dal priore benedettino di Würzburg, Tritemio. In seguito viaggia praticando la medicina per tutta l’Austria, la Germania e l’Italia; a Ferrara studia presso Nicolò Leoniceno e si laurea in medicina.

Prosegue instancabile i suoi itinerari (“Un medico deve viaggiare,” soleva dire. “Si apprende assai più peregrinando che rimanendo accanto al camino”): passa da Salerno a Lisbona, a Montpellier, a Parigi, a Strasburgo, studiando le malattie più diffuse fra il popolo, fondando un nuovo sistema terapeutico sulla base delle sue cognizioni e osservazioni cliniche, guadagnandosi l’amicizia di medici e malati, ma anche sollevando grandi dispute. Nel 1527, l’appoggio di Erasmo da Rotterdam e dell’editore Frobenius, da lui guarito, gli valgono il posto di medico municipale e la cattedra di medicina all’università di Basilea. Ma la tracotanza di cui dà prova nella lezione inaugurale, il rogo dei due più famosi trattati di medicina classica, l’ostilità dei farmacisti, che egli vuol sottoporre a controllo, lo costringono a lasciare la città. Si rifugia dapprima a Colmar, poi riprende le sue peregrinazioni di città in città; troviamo tracce del suo passaggio a Colonia, Norimberga, Augusta, Venezia, nelle miniere del Cumberland, a Oxford, a Stoccolma, a Lipsia, a Vienna, in Ungheria e persino in Russia.

 Nel 1541 fu chiamato a Salisburgo dal principe-vescovo di quella città. Abbiamo un disegno famoso di Hirschvogel del 1540, dove Paracelso è ritratto terribilmente serio e chiuso nella sua amarezza. Sono gli ultimi anni della sua vita ed egli è stanco e depresso, non sta bene di salute: le rughe solcano le guance e gli occhi sono infossati, è schiacciato, oltre che dalla malattia, dall’amarezza, dalla solitudine e dalla delusione. Soleva ripetere sconsolato: “Non ho saputo piacere ad alcuno, salvo a coloro che ho guarito.”

Si ferma a Salisburgo e ormai attende la morte come sollievo che gli porti la pace. Negli ultimi tre giorni soggiorna all’albergo del “Cavallo bianco.” Chiama il notaio per redigere il testamento: “Debole di corpo, ma puro di cuore,” dicono le prime parole. Lascia libri ed attrezzature ad un medico di Salisburgo. Lascia i suoi soldi “ai suoi eredi: i poveri e i miserabili, che non hanno né danaro né risorse.” Il 24 settembre del 1541 muore e viene sepolto in una tomba semplice nel cimitero della chiesa di San Sebastiano. Intorno alla sua tomba furono recitati i salmi 1°,7° e 13° come previsto dal suo testamento. Inoltre chiese che ad ogni povero che stazionava di fronte alla chiesa fosse donata una moneta.

Questo personaggio straordinario ha diviso gli uomini di scienza,sia ai suoi tempi che oggi. Pochissimi lo hanno compreso.

Strane voci circolavano intorno a Paracelso e i suoi discepoli. Molti lo denigrarono per invidia o per bassi interessi di bottega.

Molte generazioni passarono prima che altri dotti personaggi come Oswald Spengler, Friedich Gundolf, Wolfang Goethe,Carl Gustav Jung e Rudolf Steiner, riproponessero Paracelo come uomo faustiano, con intenzione tutta diversa e in una chiave irrimediabilmente modificata dal sopravvenuto “Faust”di Wolfang Goethe.

Tra gli estimatori eccelle Rudolf Steiner che lo cita numerose volte nelle sue opere; memorabile è la sua conferenza di Berlino del 26 Aprile del 1906.

Carl Gustav Jung, il grande psicoanalista, ci dà un ritratto intellettuale, articolato e persuasivo di Paracelso, suo compatriota svizzero. Jung afferma “le parole che scorrevano dalla penna di Paracelso, non provenivano tanto dalla sua profonda riflessione, quanto da uno spirito dei tempi in cui Paracelo viveva…Paracelso fu il prototipo di Faust…Egli aveva la stessa pietà interiore di Angelo Silesius e la sua stessa semplicità commovente…nel suo rapporto con Dio.”

Rudolf Steiner afferma che “Paracelso aveva accolto in sé lo spirito dell’antica medicina intuitiva”. Uno sguardo penetrante come il suo, continua Steiner,  l’essere intelligente che gli era proprio e che comprendeva la grande relazione con il cosmo, gli conferivano quell’intensa coscienza di sé che ha qualcosa di incantevole nel modo in cui egli si presentava contro coloro che esercitavano nel modo usuale la scienza di allora. L’arte medica di quei tempi era assai simile a quella odierna, con la differenza che oggi non abbiamo in campo medico un Paracelso. Seguendo la medicina di oggi e vedendo come un medicinale viene scoperto, dichiarato nocivo ed eliminato dopo soli 5 anni, vedendo che molte persone vengono visitate, ma che è del tutto scomparso l’occhio per le relazioni degli uomini con la natura, ci accorgeremo che tutto ciò ricorda abbastanza chiaramente i tempi di Paracelso. La maggioranza invero non intuisce neppure come mai ci si trovi di nuovo a vivere in tempi del genere né quanto incredibilmente grande sia il potere della fede nell’autorità in questo campo.

Il mio escursus cercherà di dare un’immagine fedele del grande medico del rinascimento. Per questo cercherò di riportare il più possibile il suo pensiero,citando esplicitamente i suoi scritti.

Egli turbò medici e preti, autorità e principi del rinascimento,Cattolici e Luterani,farmacisti e mercanti.

Vediamo il perché. Abbiamo detto che era fiero delle origini della sua gente: “Non posso vantarmi di retorica o sottigliezze. Parlo la lingua della mia nascita e del mio Paese;dato che vengo da Einsideln, sono di nazionalità svizzera e nessuno deve rimproverarmi il linguaggio rozzo. I miei scritti non devono esser giudicati dalla lingua ma dall’arte e dall’esperienza che offro al mondo intero,che spero al mondo intero saranno utili.”Il suo motto scritto sempre in arcaico tedesco svizzero da lui parlato recita:”Non sia schiavo altrui chi può essere signore di se stesso.”

Non c’è dubbio che Paracelso rappresenti un incubo per il positivismo. Infatti benché sia stato uno sperimentatore a cui la chimica deve moltissimo,la sua opera non rifugge dalla magia,dall’astrologia, dall’alchimia, e dalle credenze religiose. Ricordiamo che Newton riteneva l’alchimia una scienza e che Galileo credeva all’astrologia. Se si vuol scoprire l’origine della scienza non è bene partire dalla prospettiva attuale.

Come diceva Rudolf Steiner “Per comprendere Paracelso è necessario considerare il carattere fondamentale della sua azione come medico e come filosofo, lo si deve ritenere un teosofo proprio perché univa in sé queste due caratteristiche dell’anima.

La sua personalità era del tutto unitaria. Con sguardo geniale egli cercava di comprendere la costruzione dell’edificio del mondo. Il suo sguardo sorprendente si volgeva verso l’alto, ai misteri del cosmo,e sprofondava nella struttura della terra ed in particolare dell’uomo. Questo sguardo geniale penetrava inoltre nei misteri della vita spirituale. Intanto egli era teosofo, in quanto cercava di abbracciare contemporaneamente l’essenza delle conoscenze astronomiche e quelle dell’antropologia,ossia l’antropologia in relazione allo studio di tutti gli esseri viventi. Nulla vi era in quest’ uomo di soltanto teorico, ma tutto era direttamente connesso all’utilizzazione pratica che ne avrebbe fatto; egli voleva quindi rivolgere tutte le sue conoscenze alla salute fisica e spirituale dell’uomo,alla sua guarigione.

Riconosceva Dio e gli Astri, l’uomo, gli animali, le piante e i minerali. Ecco quanto rende tanto grandemente e potentemente unitari la sua azione, il suo pensiero e la sua ricerca e ce lo mostra come un uomo fatto tutto di un pezzo.”

 
La rivolta contro Galeno
 

Si usciva dal Medio Evo caratterizzato dal dogmatismo e dal culto di Galeno, i cui insegnamenti in medicina erano complicati e ripetuti pedissequamente. Paracelso era determinato a mettere in discussione quanto era stato ritenuto valido fino allora, per scoprire nuove ragioni, anziché accettare passivamente la tradizione tramandata da secoli. Vediamo con Rudolf Steiner il perché: “L’azione dell’autorità del medico romano Galeno si faceva sentire ovunque. Egli costruisce certamente la sua medicina su questi vecchi principi fondamentali, almeno esteriormente, e leggendo Galeno in modo superficiale si potrebbe pensare: Cosa vuole dunque Paracelso combattendo contro Galeno e prendendo le difese della medicina più antica?  Non si tratta forse della stessa cosa?” Potrebbe quasi sembrare che sia così, eppure non lo è.

Quanto in Galeno è divenuto medicina è soltanto l’aspetto materiale esteriore, è la materializzazione di una concezione originariamente spirituale. Così già gli allievi di Galeno intendevano in senso materiale ed esteriore quanto in precedenza veniva ancora inteso in modo intuitivo, ed invece di comprendere con lo sguardo intuitivo, indagavano soltanto la materia, speculavano ed inventavano teorie. Lo sguardo morale era andato perduto.

Paracelso si rivolge appunto contro il metodo, contro la perdita dello sguardo intuitivo. Egli voleva tornare indietro, voleva trovare nella conoscenza della grande natura i mezzi per guarire l’uomo. Per questa ragione egli era tanto contrario alla medicina ufficiale e dominante del suo tempo. Voleva prendere come fondamento non quanto sta scritto nei libri, voleva piuttosto aprire proprio il libro fondamentale, il grande libro della natura. Tutto ciò che era via via comparso come medicina derivava in tutto e per tutto da una speculazione deduttiva, da indagini che nulla più sapevano dell’originario sguardo spirituale. Non si riusciva più a scorgere la relazione tra un medicinale e la malattia, poiché non si vedeva più quanto stava dietro al corpo, dal momento che si osservava ogni cosa in modo materiale. Perciò Paracelso aveva detto: “Deve nuovamente risplendere la luce della natura”. Questo lo portò ad un aspro conflitto con la medicina del suo tempo.

A Basilea Paracelso mise a nudo il suo carattere irruente e spigoloso, di cui era ben consapevole ma che non cercava di contrastare soprattutto quando difendeva una causa giusta che gli stava a cuore. Si  scontrò contro canonici, dignitari, principi, medici e farmacisti dei quali aveva scarsa stima.

Fu così che durante il periodo d’insegnamento a Basilea annunciò a dottori e farmacisti e ai loro ordini che avrebbe rivelato un grande segreto della medicina. L’aula si riempì di medici e dignitari, tronfi nei loro ricchi paludamenti e con le gorgiere inamidate, ansiosi di schernire questo medico famoso e questo professore che osava parlare la lingua del popolo nelle sue lezioni.

Paracelso preparò sui tavoli delle belle ceramiche con i loro coperchi. Di fronte all’aula stracolma di medici e studenti all’improvviso scoprì i contenitori che erano pieni di merda umana fumante (per dirla alla francese). Naturalmente medici e dignitari degli ordini si precipitarono fuori furenti in mezzo agli studenti che si sbellicavano dalle risa; mentre Paracelso li accusava: “ se non volete ascoltare i misteri della fermentazione putrefattiva siete indegni del nome di medici.”

Era convinto,come molti umanisti,che l’umanità avesse posseduto un tempo grandi conoscenze, ma che poi fosse stata corrotta durante il Medio Evo.

Fu detto il Lutero della medicina. Prima ancora di Lutero bruciò  in pubblico una bolla papale e con essa gli scritti di Galeno e di Avicenna. Fu un gesto esemplare,terribile di fronte agli studenti dell’università nella piazza principale di Basilea,  un affronto a tutti i ben pensanti. Egli diceva: “siete voi che dovete seguire me, non io che devo seguire voi. Devono seguirmi Avicenna, Galeno, Rasis, Momtagnana, Mesue, ecc., loro devono seguirmi e non io loro. Voi di Parigi, Colonia, Vienna e delle località che si trovano sul Danubio e sul Reno, voi isole in mezzo al mare, tu Italia, Dalmazia, Sarmazia, tu Atene, tu greco, tu arabo e tu israelita; siete voi che dovete seguirmi, non io voi. Io sarò un monarca e mio sarà il regno, io guido la monarchia e cingo i vostri lombi”. E ancora:“Un medico deve essere un uomo di scienza; ossia deve osare fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata Intuizione e che non può essere acquistata seguendo ciecamente i passi di un altro; deve essere capace di vedere la sua propria via. Vi sono filosofi naturali e vi sono filosofi artificiali. I primi hanno una conoscenza loro propria, i secondi hanno preso in prestito la conoscenza dai loro libri. Se volete essere un medico, dovete essere capace di formarvi un vostro proprio pensiero e non applicare semplicemente i pensieri degli altri. Quello che gli altri insegnano può servire ad aiutarvi nella vostra ricerca della conoscenza, ma dovreste essere capaci  di pensare da soli  senza aggrapparvi  alle gonne di una qualsiasi autorità per quanto dal nome altisonante. La sapienza dei nostri sofisti e medicastri non consiste in una conoscenza della natura, ma nella conoscenza di ciò che Aristotele, Galeno, Avicenna e altre autorità riconosciute hanno immaginato che la natura sia; conoscono solo il cadavere dell’uomo, ma non la sua immagine viva quale è presentata dalla natura; sono divenuti falsi e innaturali, e quindi la loro arte è fondata sulle loro fantasie e sulle loro speculazioni che essi credono essere scienza. Il vero medico è un prodotto della natura, non un prodotto della speculazione e dell’immaginazione. Se non riuscite a vedere una cosa, sarà inutile cercare di immaginare quello che può sembrare; la percezione vi permette di vedere , ma la speculazione è cieca. La sapienza non è data dalla natura, né l’uomo la eredita da essa; è messa in lui dal genitore eterno, e sviluppa e incrementa la pratica in lui”.

“Per il potere della sapienza l’uomo è reso capace di riconoscere l’unità del Tutto, e di capire che il microcosmo dell’ uomo è la controparte del macrocosmo della natura. Non vi è nulla nel cielo né sulla terra che non si possa trovare nell’uomo, e non vi è nulla nell’uomo se non ciò che esiste nel macrocosmo della natura. I due sono la stessa cosa e non differiscono in altro che nella loro forma”.

In qualità di medico municipale di Basilea cercò di riformare le farmacie che considerava: “sporchi bugigattoli da cui uscivano luridi intrugli”. Andava dicendo che la farmacia migliore e più genuina si trovava nella natura. In questo modo gli speziali della città si sollevarono e lo minacciarono di morte, mentre lui accusò medici e farmacisti “di essere una ciurma bastarda di asini riconosciuti.”

L’etica del medico

Nell’Archidoxa, nel Paragranum e nell’Opus Paramirum Paracelso insiste sul fatto che la dottrina non era sufficiente per il medico,egli deve  possedere le seguenti qualità:

-          Non si considererà in grado di curare tutti i casi.

-          Studierà quotidianamente ed imparerà dall’esperienza altrui.

-          Curerà ogni caso con sicura competenza e non lo abbandonerà o vi rinuncerà.

-          Sarà sempre morigerato, serio, casto vivrà rettamente e non si vanterà.

-          Considererà le necessità del malato piuttosto che le proprie: la sua arte piuttosto che il suo compenso.

-          Adotterà tutte le precauzioni che l’esperienza e la conoscenza suggeriscono per non essere attaccato dalla malattia.

-          Non terrà una casa di cattiva fama, non sarà un carnefice, né un apostata, né apparterrà sotto qualsiasi forma a chi esercita funzioni sacerdotali.

In altre opere Paracelso ampliò questi principi a volte con umiltà e umanità e a volte con pignoleria. Secondo lui un dottore avrebbe dovuto  possedere  un cuore gentile e uno spirito allegro e non  avrebbe dovuto disprezzare nessuno; dovreva provare maggiore interesse nell’essere utile al suo paziente più che a se stesso. Doveva conoscere le erbe e tutti i rimedi che ricostruiscono i tessuti conoscendo cosa proibire al paziente e cosa permettergli. “Non doveva essere sposato ad una bigotta, né essere un monaco fuggito dal monastero, né praticare la masturbazione”.

Egli riteneva che le facoltà di medicina spesso  danneggiassero gli studenti, al punto da renderli quasi irrecuperabili per la medicina naturale. Infine esortava i medici: “ Viaggiate ed esplorate ogni cosa e prendete senza disprezzo tutto ciò in cui vi imbattete, e non vergognatevi di farlo con la scusa che siete un dottore o un maestro. Il medico, non apprende tutto ciò che ha il dovere di conoscere a fondo, solo studiando presso le università; di tanto in tanto è bene che consulti anche le vecchie donne esperte, le zingare, i maghi, i viaggiatori e i contadini di ogni specie e imparare da loro, poiché costoro possiedono più conoscenza di queste cose di tutte le università. Le arti non sono tutte confinate all’interno di un singolo paese: sono distribuite in tutto il mondo.”

“Esistono due tipi di medici quelli che lavorano per passione e quelli che lavorano per profitto. Sono entrambi conosciuti per il loro operato: il medico vero e giusto è noto per la sua dedizione e il suo costante amore per il prossimo; il cattivo medico è noto per le sue trasgressioni contro il comandamento, perché raccoglie senza aver seminato ed è come un lupo famelico: raccoglie il proprio profitto, senza tener conto del comandamento dell’amore"

 
La ricerca scientifica
 

Nel campo della medicina pratica, le sue straordinarie capacità di osservazione e di intuizione si manifestano soprattutto nelle opere che egli dedica alla patologia. Le più notevoli riguardano le malattie che allora si chiamavano “tartariche”: gotta, reumatismi.

Presentendo senza dubbio la parte preponderante dell’acqua nella composizione dell’organismo, egli ne dà questa definizione, all’epoca sibillina: “L’uomo è un vapore condensato”.

Convinto dell’importanza dell’ “alchimia” in campo patologico, egli ne esalta il ruolo nel trattamento delle malattie. Secondo lui l’uomo è un composto chimico; le malattie sono causate da un’alterazione di questo composto: occorrono dunque medicamenti chimici per combattere le malattie medicamenti che egli perfezionò attraverso l’alchimia per togliere la loro tossicità attraverso le diluizioni.

Conferma l’efficacia del mercurio contro la sifilide e inaugura il trattamento mediante zolfo e antimonio. Segnala chiaramente le proprietà anestetiche dell’ “acqua bianca” ottenuta facendo agire acido solforico sull’alcool. A questo liquido volatile, il tedesco Froben darà nel 1734 il nome di etere. Paracelso scrive: “questo prodotto .... ha un sapore gradevole. I polli lo bevono volentieri e cadono allora in un sonno profondo da cui si risvegliano dopo un certo tempo senza aver subìto alcun danno .... Il suo impiego è raccomandato per il trattamento delle malattie dolorose”.

Alla somministrazione tradizionale delle piante sotto forma di tisane, decotti o elettuari, Paracelso propone di sostituire quella degli estratti o “tinture”.

Come dicevamo il cinquecento è stato identificato come un secolo di riforme religiose e scientifiche. Ricordiamo oltre a Lutero, Copernico che rivoluzionò l’astronomia e Vesaglio che fece altrettanto per l’anatomia. Ma fu Paracelso più che Copernico e Vesaglio a sfidare le certezze erronee e opprimenti del tardo Medioevo.

Daniel Specklin, autorevole cronista del XVI secolo, considerava il 1517 un anno di particolare importanza nella storia culturale europea, in quanto era segnato dagli sforzi congiunti di Lutero, Paracelso e Dǜrer.

Paracelso fu detto il Lutero della medicina, così come Keplero definì se stesso il Lutero dell’astrologia. Il paragone tra Lutero, Paracelso e Dǜrer acquista anche maggiore importanza, a ragione del loro tentativo di unire interessi specialistici a preoccupazioni di più ampia portata culturale.

Sia nel campo della fisiopatologia sia in quello della farmacologia, Paracelso intravede chiaramente l’importanza delle ricerche di laboratorio: “Al di fuori della chimica”, afferma con decisione, “brancolerete nelle tenebre”. Sempre preoccupato della virtus, ossia del valore morale dello scienziato, egli traccia con ammirevole prescienza il ritratto ideale del biologo, quale lo concepiamo ai nostri giorni: “I medici spagirici” (i biochimici) “non sono pigri come gli altri; essi non si abbigliano con sontuosi velluti, sete o broccati; non hanno le dita cariche di anelli, né le mani coperte da guanti bianchi. Attendono con pazienza nel laboratorio. Indossano pantaloni di cuoio e un grembiule di cuoio per asciugarsi le mani. Parlano poco e non vantano i loro medicamenti, sapendo bene che è dall’opera che si riconosce l’artefice”.

“La natura, non l’uomo, è il vero medico. L’uomo ha perduto la vera luce della ragione e dell’intelletto animale, con le sue speculazioni e le sue teorie, ne ha usurpato il posto. Cercate di essere capaci di seguire nuovamente la natura ed essa sarà il vostro maestro. Imparate a conoscere il magazzino della natura e le celle in cui sono disposte le sue virtù. Le vie della natura sono semplici e non richiedono alcuna ricetta complicata”.

Il grado in cui Paracelso eccitò le ire dei suoi nemici è di per se stesso un’indicazione del successo che egli ebbe nel sabotare il tentativo di far trionfare l’autorità di Galeno nel campo della medicina. Dunque, la prima grande battaglia della rivoluzione scientifica fu combattuta tra Paracelso e Galeno, piuttosto che tra Copernico e Tolomeo.

 
La concezione dell’uomo

Ciò che distingue Paracelso è lo sguardo unitario nel mondo spirituale. L’uomo non è dunque per lui il soggetto in cui si immergono i sensi nel corso di una visita medica, ma l’uomo si trova secondo lui in relazione con tutta la natura. Egli dice: “Osservate ad esempio una mela, poi osservatene il seme; non potete capire come il seme cresce se non tenete in considerazione la mela intera. Il seme succhia la sua forza dal mondo circostante, ossia dalla mela, e lo stesso avviene con l’uomo ed il mondo intero”. Chi indaga solo sul seme e non sulla mela non può capire il seme. Per cui non esistono per lui né medicina né scienze naturali che non siano allo stesso tempo astronomia e conoscenza del divino. L’uomo è da vedere in queste relazioni e per questo l’essere dell’uomo si suddivide per lui in tre elementi.

Abbiamo innanzitutto l’uomo fisico, costituito dagli stessi componenti fisici, dalle stesse sostanze e forze che si trovano anche altrove nella natura. Chi percorre dunque la natura e studia i minerali, le piante e gli animali, costui studia in realtà, secondo Paracelso, quanto costituisce l’uomo fisico.

Egli vede l’uomo fisico, che chiama “uomo elementare”, come una specie di estratto, di essenza tratta dai singoli metalli, piante ed animali dell’intera natura fisica circostante. Questo costituisce per lui la parte inferiore, che si può paragonare alla parte esterna della mela, ma che non si può comprendere se non si comprende tutta la mela. Allo stesso modo non si comprende l’uomo elementare se non si conoscono la terra, le sue sostanze e le sue forze, poichè esso trae tutta la sua forza dalla terra. Una forza costruisce poi in questo uomo fisico elementare una sostanzialità più sottile, che Paracelso chiama l’Archeus. Egli distingue dunque dal corpo elementare un corpo più sottile, costruttore del corpo fisico e costruttore altresì della terra. Partendo dunque da quanto è esteriormente e sensibilmente percepibile egli vede in profondità, partendo dal corpo fisico vede il corpo vitale, ossia partendo dal fisico-esteriore egli vede la forza che vi sta alla base. Si tratta di quella “Vis Medicatrix Naturae” di cui parlava Ippocrate e che Paracelso invece chiama Mumia. Questo è secondo Paracelso il primo elemento dell’essere umano.

Egli considera anche il secondo elemento in rapporto al seme della mela, seppure in modo diverso. Rispetto a questo secondo elemento il seme della mela rappresenta tutto il mondo degli astri; come il corpo elementare trae le sue forze ed i suoi succhi dalla terra e da ciò che ne fa parte, così il secondo uomo deriva le sue forze da quanto vive nelle stelle, dalle leggi degli astri. Per questo egli chiama il secondo corpo (l’anima) “corpo astrale”, o corpo che appartiene al mondo degli astri.

Il terzo elemento è quello che egli chiama “spirito”. Lo spirito si comporta, come il seme della mela nei confronti di una mela ancora più grandiosa, ossia dell’intero mondo spirituale, come la scintilla divina che è nell’uomo si comporta nei confronti dell’intera somma di forze divine nel mondo. Paracelso distingue dunque nel mondo tre aspetti: il divino-spirituale, l’astrale e l’elementare-terreno.

Nell’uomo si ha un estratto delle tre cose: lo spirito umano è un estratto del divino-spirituale, il corpo astrale è un estratto di quello stellare ed il corpo fisico è un estratto dell’elementare-terreno. Come è necessario per la comprensione del corpo umano studiare l’aspetto materiale, le piante, gli animali e così via, così per capire l’uomo il medico deve studiare e capire quanto si svolge nel mondo degli astri. Poiché Paracelso sostiene che si comprende una malattia soltanto risalendo alle sue origini, egli ricerca la ragione dell’insorgere della malattia negli istinti e nelle passioni. Egli vede la malattia come la conseguenza di uno sbaglio dell’anima e la riconduce infine, nel suo senso più elevato, a qualità morali, pur non ricollegando queste direttamente alle stelle; egli sa infatti che non è necessario che l’effetto si produca tanto rapidamente. Egli vede dunque nel fisico un’espressione dello spirituale. Noi siamo angeli dice Paracelso, angeli che dormono ancora il greve sonno della carne. Chi vuole indagare la ragione di una malattia, deve studiare il fondamento delle simpatie e delle antipatie dell’anima; questo si può fare soltanto studiando le stelle con cui si trova in relazione, le sue stelle.

Cercate quindi di immaginare in che modo egli si avvicinava all’ammalato; con sguardo intuitivo la sua anima scorre lungo l’arto malato per passare a quanto vive interiormente nell’anima dell’uomo; da qui passa poi agli influssi astrali delle stelle ed a quelli elementari della terra. In ogni singolo caso egli ha presente queste cose: si tratta di vera medicina spirituale.

È molto bello il modo in cui egli esprime, come egli si rappresenta il mondo,  cerca di chiarirlo confrontandolo con l’immagine che egli stesso se ne è fatto: “Questo è qualcosa di grande su cui dovreste riflettere. Nulla vi è nel cielo o sulla terra che non si trovi anche nell’uomo, e anche Dio, che sta in cielo e sulla terra, si trova nell’uomo”. Egli vede un minerale, un animale, una pianta come singole lettere e l’uomo come parola composta dall’insieme di queste lettere.

Volendo dunque leggere l’uomo, si devono ricercare le singole lettere nel grande libro della natura. Questo è ciò che egli consente di avere sempre presente il mondo intero di fronte ad ogni caso particolare che egli deve trattare in quanto medico. Dietro a tutto questo agisce la forza geniale e morale, da cui sgorga tutto ciò che è in lui.

Quella, che in lui si ribella, contro il modo tradizionale di curare e di trovare misture varie per ogni possibile cosa, è in fondo quasi un’indignazione morale. Egli dice: “Io non sono qui per arricchire i farmacisti, sono qui per guarire gli uomini”.

 
La magia
 

Sgombriamo il campo dalla confusione che si fa, purtroppo anche a livello scientifico, tra magia e stregoneria. Sono due cose del tutto diverse e fra loro vi è la stessa differenza che passa fra la luce e le tenebre, fra bianco e nero. La stregoneria, come afferma Adalberto Pazzini (studioso di storia dell’arte sanitaria, autore di una monografia su Paracelso) è una pratica empia in quanto include direttamente l’attività dello spirito del male. Lo stregone “agisce come intermediario del demonio o dello spirito del male”. La magia invece è un primo tentativo di scienza, di gestione in proprio della natura senza intermediari religiosi.

Racconta Paracelso: “Tra i numerosi abati che si prodigarono per me c’era quello di Sponheim.” Da ciò si ritiene che indicasse uno dei maggiori maghi dell’epoca il così detto Tritemio. Questi fu un giovane prodigio: divenne abate nel monastero benedettino di Sponheim all’età di soli 22 anni, appena un anno dopo essere entrato nell’ordine e ancor prima di pronunciare i voti. Rinnovò la comunità e la trasformò in un rinomato centro di cultura. Spiegherà per esempio come “posso esprimere il mio pensiero ad un altro mentre mangio, sto seduto o cammino, senza parole, segni o cenni”, e questi pensieri possono essere inviati “per mezzo del fuoco a distanza di centinaia di chilometri o anche di più”. Fu accusato di stregoneria, ma negò con forza le accuse di negromanzia condannando pubblicamente la magia nera e i sortilegi e dichiarando che la vera magia naturale usava solo le forze nascoste della natura.

La chiesa non approvava la magia. I maghi erano dei concorrenti che scoraggiavano la pietà e la penitenza e privavano anche la chiesa degli oboli che il clero poteva far pagare per i suoi servigi. Incapace di eliminare il ricorso popolare ai maghi, la chiesa si comportava in modo pragmatico, condannando la stregoneria come opera del demonio, con tutte le conseguenze che ciò comportava cioè di poter finire sul rogo. Allo stesso tempo era abbastanza pronta a lasciare che il suo gregge credesse ai miracoli. In fondo una benedizione , gli esorcismi le indulgenze erano percepiti dal popolo affini ad un incantesimo rituale, e vi si ricorreva per proteggere navi, armature, case,  perfino il bestiame, e per assicurare un buon raccolto. L’acqua santa era considerato un potente amuleto dotato del potere di allontanare i vapori pestilenziali e per tenere alla larga le malattie.

La conseguenza fu che, con imbarazzo della chiesa, molti cominciarono a considerare le manifestazioni della devozione cristiana come semplici formule magiche. Ricordiamo che la messa era in latino ed era del tutto incomprensibile per il popolo. La Bibbia era proibita al popolo. Gli oggetti religiosi erano desiderati semplicemente come strumenti dai poteri occulti, così erano considerate le reliquie dei santi.

La magia dice Paracelso è una forma di sapienza dell’uomo che è superiore alle stelle e alle costellazioni. Colui che pratica la magia diventa padrone del cielo e della terra, per mezzo della sua libera volontà è chiamato “Magnus” (grande). “La magia non è stregoneria ma suprema sapienza”(De Peste). Secondo Paracelso: “Gesù, i profeti e gli apostoli avevano poteri magici… erano capaci di guarire i malati imponendo loro le mani  e di compiere molte altre cose meravigliose, ma naturali… Dov’è il prete oggi che sappia operare come lui? Cristo ha detto che i suoi veri seguaci avrebbero fatto le stesse cose e cose ancora più grandi, ma chi tenta di fare questo oggi lo chiamano stregone e figlio del diavolo e vogliono bruciarlo sul rogo”.(De Inventione Artium)

Il primo requisito per lo studio della magia è la conoscenza della natura. La visione di Paracelso è la risposta alla diffidenza medioevale nei confronti della natura. Paracelso naviga nel nuovo mondo della rinascita scientifica, come suo solito con un linguaggio nuovo e immaginifico. Ecco un piccolo esempio: “Il Misterium Magnum è animato dal soffio della forza vitale che trasforma le realtà dormienti in realtà operanti. Questo Misterium Magnum, però non è cristallizzato, ma è un processo dinamico, dialettico: da una parte c’è l’Iliastrer  eternamente orientato alla creazione e il Cagaster  principio di corruzione della materia.” Iliaster e Cagaster sono due termini coniati da Paracelso; il primo è composto da yle, cioè materia e aster, cioè stella, e indica spirito vitale, forza della natura. Cagaster deriva dal greco, kakos (cattivo) e aster e indica la forza della corruzione.

In definitiva per concludere il cerchio: quello che è vivo dovrà morire ma le cose morte rinasceranno. La putrefazione è una metamorfosi che consuma la materia e che crea nuovi corpi. “La natura è maestra universale.” Tutto ciò che non possiamo apprendere dall’apparenza esterna della natura possiamo apprenderlo dal suo spirito. I due sono uno. “Il potere della chiaroveggenza e della precognizione è attivo nei sogni. Artisti e studiosi hanno spesso ricevuto istruzioni nei loro sogni circa le cose che desideravano conoscere”. E ancora: “L’uomo è ciò che pensa. Se pensa fuoco è fuoco, se pensa guerra provocherà la guerra, tutto dipende dal fatto che l’intera immaginazione diventa un  intero sole, ossia dal fatto che immagina interamente quello che vuole”. (De virtute immaginativa). “L’esercizio della vera magia non richiede alcuna cerimonia né alcun incantesimo… Il vero potere magico consiste nella vera fede fondata sulla conoscenza spirituale”. (Morbus Invisibilis)  “Una forte volontà né domina una più debole; di conseguenza la prima condizione per produrre effetti magici è lo sviluppo della volontà”. (Paramirum)

 
Astronomia e Astrologia
 

L’astronomia si occupa dell’aspetto fisico dei pianeti e delle stelle, l’astrologia si occupa invece dell’influenze psichiche che le loro anime esercitano tra loro e sul microcosmo dell’uomo. L’astrologia è un’arte che non può essere capita senza conoscenza spirituale o da coloro che non possono avvertire l’influenza delle stelle.

Paracelso era convinto che l’uomo e il cosmo fossero termini analoghi e strettamente congiunti. Era impensabile studiare il microcosmo uomo senza valutare a fondo la posizione che questi occupava nel macrocosmo fisico e spirituale. Ciò che Paracelso chiamava “astronomia” occupava un posto centrale nelle trattazioni del suo sistema medico; ciò trova espressione nel titolo della sua maggiore opera della maturità, Astronomia Magna oder die Ganze Philosophia Sagus der Grossen un Kleinen Welt (1537 - 1538).

La filosofia naturale e la matematica venivano insegnate come discipline ancillari della medicina; l’astrologia era una componente ordinaria degli studi medici; l’alchimia occupava una piccola nicchia nello studio della farmacologia. Al tempo di Paracelso, le scuole mediche europee producevano una grande quantità di trattati astrologici: i principali esponenti della cosmologia e dell’astronomia rinascimentali avevano studiato medicina, e le due professioni erano compatibili e parzialmente intercambiabili.

Paracelso condivideva dunque ordini di priorità tradizionali, ma la sua concezione della filosofia, dell’astronomia e dell’alchimia si differenziava fortemente dall’insegnamento arabo e scolastico; egli si propose di rifiutare quanto veniva solitamente insegnato quale base della teoria medica. Il suo metodo mostrava debolezze per quel che concerne gli aspetti tecnici dell’astronomia, ma egli fu in grado di indicare, molto meglio dei suoi colleghi astronomi, tutti gli aspetti del sistema e di spiegare così le interazioni tra la sfera umana, la terrestre e la celeste. Questo desiderio di coerenza rimase una preoccupazione di fondo per le generazioni future di scienziati. Anche per Newton era importante che la sua teoria gravitazionale non contraddicesse le informazioni relative al funzionamento del microcosmo terrestre e umano, e le idee elaborate in questi campi di interesse influenzarono il suo pensiero metafisico. Al pari di Paracelso, Newton considerava inaccettabile adottare principi fisici che contraddicessero quanto si conosceva in chimica e in fisiologia. Se si tengono presenti gli ampi orizzonti delle speculazioni paracelsiane, non sorprende constatare che la loro influenza si estese a campi ben diversi dalla medicina e che Paracelso esercitò un’attrazione continua nei confronti dei riformatori.

Paracelso è stato poco compreso da chi non lo conosce profondamente, infatti è ancor oggi accusato di aver sostenuto proprio quelle superstizioni che le sue opere intendevano distruggere. Lungi dal difendere le pratiche superstiziose degli astrologi egli dice: Ci sono due Entia (cause) attivi nell’uomo, e precisamente l’Ens seminis”,questo equivale a dire che le qualità che la costituzione fisica dell’uomo ha ereditato dai suoi genitori e Ens virtutis, cioè le inclinazioni i talenti che egli ha sviluppato in un precedente stato di esistenza.

Sull’influsso degli astri così si esprime: “ma i pianeti e le stelle non costruiscono il suo corpo né dotano l’uomo di virtù o di vizi o di qualsiasi altra qualità. Il corso di Saturno non allunga né accorcia la vita di alcuno, e sebbene Nerone e Marte avessero lo stesso tipo di temperamento, Nerone però, non era il figlio di Marte, né Elena la figlia di Venere. Se non vi fosse mai stata la luna nel cielo, vi sarebbero tuttavia persone che partecipano alla sua natura. Le stelle non ci costringono in niente, non ci fanno inclinare a nulla; esse sono libere per sé stesse e noi siamo liberi per noi stessi. Si dice che un saggio domini le stelle; ma questo non significa che domini le influenze che provengono dalle stelle nel cielo, bensì che domina i poteri che esistono nella sua propria costituzione”.

L’Alchimia

Come abbiamo già affermato, il positivismo così detto scientifico, se vuole scoprire l’origine della scienza non deve, come fa, partire dalla prospettiva attuale. Ritenere come fa, la magia e l’astrologia dabbenaggini non porta da nessuna parte. Nel secolo XVI queste credenze erano gli unici punti di riferimento dell’epoca.  Scienza non è il tentativo di liberarci da queste idee, ma la capacità di capirle e di dare loro un senso.

 Carl Gustav Jung, nel suo scritto “Paracelso come fenomeno spirituale” afferma: “Fin dalle sue origini l’alchimia conteneva elementi di segretezza, o addirittura era una dottrina segreta. Con il trionfo del cristianesimo sotto Costantino le vecchie idee pagane non svanirono, ma sopravissero nella strana terminologia arcana dell’alchimia filosofica. In essa la figura principale era quella di Hermes o Mercurius, nel suo duplice significato di argento vivo e di anima del mondo, con le sue figure compagne di Sole (= oro) e Luna (= argento). L’operazione alchemica consisteva essenzialmente nella scomposizione della prima materia, il cosiddetto caos, nel principio attivo, l’anima, nel principio passivo, il corpo i quali venivano riuniti in forma personificata nella coniuctio o “matrimonio chimico”. In altre parole la coniuctio era interpretata allegoricamente nello Hierosgamos, la coabitazione rituale di Sole e Luna. Da tale unione scaturiva il figlius sapientiae o figlius philosophorum, il Mercurio trasformato, concepito ermafrodita come simbolo della sua completa perfezione”.

Per Paracelso tutta la natura è una forma di alchimia. Egli è convinto che esista un disegno cosmico in base al quale l’uomo è lo specchio dell’universo: “Il cielo è l’uomo e l’uomo è il cielo”. “Nella filosofia naturale cielo e terra, aria e acqua sono un uomo, e l’uomo è un mondo con cielo e terra aria e acqua…Dobbiamo quindi comprendere che quando somministriamo una medicina somministriamo il mondo intero”.

 

Oggi è normale trovare piacevoli le metafore poetiche del rinascimento, per esempio quella in cui Leonardo da Vinci definisce l’acqua geologica il sangue della Terra. Ma per lui e i suoi contemporanei non si trattava di metafora: la corrispondenza macrocosmo e microcosmo era da prendersi alla lettera. Leonardo diceva: “ L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione è bene collocata in però che, sì come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliantes. Se l’omo à in sé ossa, sostenitore e armadura della carne, il mondo à i sassi sostenitori della terra; se l’omo à in sé il lago del sangue, dove cresce  e discresce il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale anche lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue derivan vene che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite vene d’acqua.”

Secondo Paracelso Dio creò l’uomo a propria immagine, ma creò anche il mondo ad immagine dell’uomo. “Chi pone i venti e i mari, il sole e la luna eccetera nei cieli li pone anche nell’essere umano… Che cos’è infatti il mondo intero se non un segno che è di Dio ed è stato creato da lui?”

Il medico dovrebbe essere un alchimista, cioè dovrebbe capire la “Chimica della vita.” La Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo ingerito ed estrae come da un alambicco quelle sostanze di cui gli organi hanno bisogno. Il più alto aspetto dell’alchimia è la generazione spirituale dell’uomo dagli elementi del suo corpo fisico. Infatti il vero segreto della “Pietra filosofale” consiste nel sapere sviluppare dal corpo fisico le essenze stesse dell’uomo spirituale. L’uomo è radicato nella terra con i suoi elementi materiali, penetra con la sua anima nelle forze elementari della natura che sono mortali, ma la sua più alta natura si eleva nella pura atmosfera del cielo.

Come afferma Jung: “L’opus alchymicum nonostante i suoi aspetti chimici era sempre considerato una specie di rito alla maniera dell’opus divinum… Ben prima di figlius o lapis philosophorum (la pietra filosofale) era stata considerata un’allegoria del Cristo. Molti aspetti dell’opera di Paracelso, che rimarrebbero altrimenti incomprensibili, devono essere letti alla luce di tale tradizione.”

La chimica decompone e ricompone le sostanze materiali in date proporzioni, le può verificare ma lascia intatte le proporzioni e i primitivi elementi. L’alchimia invece eleva i corpi semplici ai più alti stati di esistenza. Per fare questo non è sufficiente un buon meccanico ma c’è bisogno di un artista. Il chimico esercita un lavoro manuale secondo certe regole: è come un operaio che taglia la pietra e la squadra con cura; l’alchimista è lo scultore che crea un capolavoro come il Mosè di Michelangelo. L’imbianchino che dà il colore ad un muro è il chimico; il pittore che dipinge un quadro è l’alchimista, perché mette nella sua opera il suo spirito e la sua creatività. Il chimico può depurare le sostanze fisiche dai suoi elementi estranei eliminando le impurità. Con l’alchimia eleviamo al più alto e puro e stato di esistenza gli elementi. Tritemio, uno dei maggiori teologi ed astrologi che abbiamo già presentato precedentemente come maestro di Paracelso afferma: “l’arte della divina magia consiste nella capacità di percepire l’essenza delle cose nella luce della Natura e di usare i poteri dello spirito per produrre cose materiali dell’universo invisibile; in tali operazioni  il disopra (macrocosmo) e il disotto (microcosmo) devono essere messi insieme e fatti agire armoniosamente. Lo spirito della Natura è un’unità che crea e forma ogni cosa e, agendo attraverso la strumentalità dell’uomo può produrre cose meravigliose. Questi processi avvengono secondo la legge. Imparerete la legge secondo cui queste cose vengono compiute, se imparerete a conoscere voi stessi. Vi conoscerete per il potere dello spirito che è in voi e lo farete mischiando il vostro spirito con l’essenza che proviene da voi stessi. Se volete riuscire in questo lavoro dovete sapere come separare spirito e vita nella Natura e  inoltre come separare l’anima astrale che è in voi e renderla tangibile: allora la sostanza dell’anima apparirà visibile e tangibile, resa oggettiva dal potere dello spirito. Cristo parla del sale, e il sale è di triplice natura. L’oro è di triplice natura, vi è un oro etereo, un oro fluido e un oro materiale. E’ lo stesso oro, ma in tre diversi stati; e l’oro in uno stato può essere trasformato in oro in un altro. Ma questi misteri non devono essere divulgati perché gli scettici e i beffeggiatori non sapranno capirli e per gli avidi sarebbe una tentazione”

La trinità divina si rispecchia secondo lui nella trinità dei principi, zolfo, mercurio e sale, in cui, mercé la creazione si determina la materia originaria, e a cui si riducono anche i quattro elementi tradizionali, solido, liquido, gassoso e il “fuoco radiante”. L’energia vitale permane nella natura sotto forma di una forza universale che Paracelso chiama Archeus e che determina anche la vita fisiologica di ciascun organismo. Il compito della medicina consiste  nel favorire l’azione dell’Archeus. Per gli alchimisti, in tutte le cose esistono tre principi: zolfo, mercurio, sale. Si cerca di estrarre, con una distillazione attraverso vari passaggi al fuoco, i tre principi sotto forma di un vapore condensabile (mercurio), di un olio più pesante (zolfo), di un residuo fisso (sale). Da tutti i metalli si possono ricavare i mercuri, gli zolfi, i sali, che a causa delle loro modalità di estrazione, posseggono delle qualità similari di tipo fisico-chimico. Poiché una distillazione non è mai totale, attraverso operazioni sempre più delicate si potevano ancora estrarre i nuovi sali, zolfi e mercuri dai tre principi diluiti. Approfondendo la speculazione alchemica sul mondo della materia, Paracelo voleva fissare gli stati fondamentali, l’aspetto intimo di questo mondo. La riduzione delle qualità a tre prelude già alla formulazione dei principi ritenuti caratteristici. E quando Paracelo parla dello zolfo, del sale e del mercurio (che esistono nel sistema quaternario degli elementi), egli si riferisce alle tre possibilità della materia: combustione (zolfo), solubilità (sale) e plasticità (mercurio). E’ ovvia l’avvertenza che queste sostanze sono intese come principi e quindi come aspetti invisibili della materia che nulla hanno a che fare con lo zolfo, con il sale e con il mercurio che troviamo in natura. Il carattere plastico del mercurio con le sue qualità contraddittorie (al tempo stesso pesante e volatile) indusse Paracelo a considerarlo come il padre di tutti i metalli. (“Tutti i metalli furono mercurio”). Ecco che nella sua speculazione riaffiorano i motivi genuini dell’alchimia, orientati verso la possibilità concreta della trasformazione dei minerali. In conclusione, le tre sostanze esprimono l’aspetto dinamico degli elementi o – con più precisione – le tre modalità essenziali che definiscono la loro vita. E non soltanto la vita del mondo minerale, ma la vita in generale perché in Paracelso sono frequenti i richiami all’analogia tra mercurio-spirito, tra zolfo-anima e tra sale-corpo. E’ certo che ci troviamo anche qui di fronte al simbolismo della tradizione alchemica , ma l’elaborazione concettuale di Paracelso è originale.

 
Paracelso omeopata

Paracelso fu veramente il primo degli omeopati. Emerit, senza dubbio uno dei suoi biografi più dotti, ci ha lasciato in proposito una preziosa testimonianza: “Se”, egli dice, “diamo alla parola “precursore” il significato di anello nella catena d’oro della tradizione, anello singolo ma indispensabile alla continuità della catena, Paracelso fu certamente il precursore dell’omeopatia; ma se questa parola dovesse assumere qualche connotazione peggiorativa (come se l’anteriorità nel tempo implicasse un’insufficienza o una mancanza di generalità o di profondità nelle opinioni dell’autore in questione), allora, senz’altro, potremo continuare a considerare Paracelso precursore, ma avendo cura di precisare che all’anello d’oro può seguire un anello d’argento, per noi più accessibile, che troviamo subito dopo il primo.”

Quindi possiamo dire a tutti gli effetti che Paracelso è stato un omeopata a 360 gradi. Non solo egli applicò con acutezza il metodo “similia similibus”, ma parlò di dosi infinitesimali, ad esempio la ventiquattresima parte della goccia.

Paracelso è stato un omeopata completo, che riuniva in sé le triplici doti del teorico, del clinico, del terapeuta. Dal punto di vista teorico, egli apprezzava i rapporti esistenti fra gli elementi del creato, le loro qualità estrinseche e intrinseche, generali e particolari. Dal punto di vista clinico, sulla base di osservazioni e di sintomi isolati, cercava di individuare la personalità del malato prima di curarlo. Dal punto di vista terapeutico, per la scelta dei materiali, si basava sulla similitudine e, per la loro preparazione, sull’azione solvente.

Per completare il quadro della patologia di Paracelso è necessario esaminare le sue premesse che contrastano con quelle enunciate da Galeno che credeva di poter localizzare ogni malattia in una determinata lesione organica. Il ragionamento si basa sulla premessa che gli umori derivano dalla malattie e non viceversa: si tratta quindi di un effetto e non della causa che deve preoccupare il vero medico. Naturalmente queste cause prime vanno ricercate nei “semi” e l’esempio dimostrativo di Paracelso è lineare e persuasivo. Ad esempio in un infermo travagliato dal flusso di ventre, le feci gialle indicano la presenza della bile e il seguace di Galeno concluderebbe attribuendo alla bile la causa del male. Ma è piuttosto il “seme” (l’agente patogeno) che è passato nella bile. La teoria di Paracelso nella terapia stabilisce il principio “similia similibus” che rievoca l’insegnamento ippocratico e che contrasta con il procedimento instaurato da Galeno che applica il principio “contraria contrariis”. Egli ritiene che sono gli elementi quelli che definiscono la malattia e non gli umori. Nel libro ottavo del Labirinto egli proclama che è giunto il momento di abbandonare la teoria degli umori,così come la propone Galeno.

 

“Il medico dovrebbe sapere che vi sono tre sostanze invisibili che, con la loro coagulazione formano il corpo fisico dell’uomo e che sono simbolizzate come zolfo, mercurio e sale. Lo zolfo rappresenta le aure e gli eteri, il mercurio i fluidi, e il sale le parti materiali del corpo; e in ogni organo queste tre sostanze sono combinate in varie proporzioni diverse fra loro. Queste tre sostanze sono contenute in tutte le cose, e il potere digestivo è il gran solvente di queste sostanze, delle quali ogni parte del corpo assimila quanto gli occorre. La rugiada cade dall’aria invisibile, i coralli nascono dall’acqua, i semi traggono il loro nutrimento dal suolo; la terra è il grande stomaco in cui ogni cosa è dissolta, digerita e trasformata, e ogni essere trae il suo nutrimento dalla terra; e ogni essere vivente è uno stomaco che serve da tomba per le altre forme e dal quale nuove forme vengono all’esistenza (Paramirum).”

 
Le segnature
 

Paracelso è un convinto assertore della teoria delle segnature che, all’epoca, costituiva uno dei punti forti dell’edificio scientifico.

Paracelso dichiara: “Tutte le forme naturali portano la loro segnatura che indica la loro vera natura. I minerali, i vegetali, e gli animali rimangono fedeli alla loro natura e le loro forme indicano il loro carattere. L’uomo, che è diventato innaturale, è l’unico essere il cui  carattere talvolta smentisce la sua forma, perché, mentre il suo carattere può essere mutato, la sua forma ha mantenuto la forma originale.” (De Philosophia)

Le erbe, le piante, i minerali portano impressi certi segni rilevatori che l’uomo sapiente deve saper riconoscere. Questi indizi che gli animali, ed un tempo gli uomini, riconoscevano istintivamente rivelano di per sé stessi un legame tra l’erba e l’uomo, tra la malattia ed il suo rimedio naturale. Paracelso afferma che è appunto l’intuizione quella che aiuta il medico a scoprire le caratteristiche, le segnature negli oggetti del macrocosmo. La sua prosa si fa quasi solenne quando scrive dell’Archeus signator e della sua opera. Egli scopre dovunque prodigi. Egli tratta delle ramificazione delle corna dei cervi e degli anelli delle corna delle mucche, dei segni sulle zampe e sul becco degli uccelli ecc. per sottolineare l’importanza di questi indizi che permettono di stabilire l’età degli animali ed altre deduzioni concrete. Ma il testo più interessante è quello che si riferisce alla segnatura delle piante, degli animali e del regno minerale. Si prenda ad esempio la celidonia (Chelidonium maius). La pianta è velenosa ma il colore giallo dei suoi fiori ed il succo che emana il gambo richiamano il giallo della bile fresca e questo è sufficiente a Paracelso per collegare la celidonia al fegato. Infatti in dosi omeopatiche è un rimedio epatico. La stessa cosa si può dire della polmonaria (polmonaria officinalis) la cui foglia richiama la forma dei polmoni e quindi viene raccomandata nelle malattie dell’apparato respiratorio. Numerose sono anche le osservazioni sulle segnature degli animali: ricordiamo soltanto quella nella lucertola la cui pelle è macchiata come si trattasse di un’affezione cutanea. È evidente, argomenta Paracelso, che quella pelle può servire come rimedio contro le dermatosi e perfino contro i tumori maligni. Dei minerali ricordiamo l’oro, il più nobile dei metalli, che ha una evidente correlazione con il cuore che è il più nobile degli organi: sarà dunque prezioso nelle affezioni cardiache.

Quindi le proprietà e le virtù di quanto esiste in natura si possono individuare dal loro aspetto. Per il terapeuta questi segni sono indizi del loro valore: le piante a forma di cuore possono essere usate per preparare i rimedi per il cuore; le orchidee possono curare le malattie dei testicoli. “Proprio come un immagine scolpita reca il marchio del suo costruttore o intagliatore così anche ogni opera di Dio reca la sua firma che attesta che Egli ne sia l’artefice… La radice Satyrion (orchidea) non è forse formata come le parti intime dell’uomo? Di conseguenza essa promette la capacità di reintegrare la virilità e il desiderio sessuale dell’uomo.”

La teoria delle segnature ha implicazioni anche in fisiognomica: “La forma di un uomo è plasmata in armonia con le caratteristiche del suo cuore.” La natura quindi imprime i segni del carattere nel corpo di una persona in particolare sul viso e sulle mani, rendendo possibili le arti della fisiognomica e della chirologia.

D’altro canto, egli non si limitò alla semplice decifrazione delle qualità concordanti delle sostanze e degli umori. Ad ogni male corrispondeva la sua cura specifica, determinata dalla concordanza astrale, e Paracelso, come gli omeopati, chiamava già con lo stesso nome la malattia e la sua cura. Dapprima egli studiò le malattie dei metalli, dei minerali, delle piante, da lui definite con i termini di “dissoluzione”, “secchezza”, “lebbra” e altri ancora. Poi cercò di rintracciare queste malattie nell’uomo e, allorquando riusciva a riconoscere un ritmo, tentava di trasporre da un regno all’altro le modalità di cura. Teneva conto anche delle malattie della mente e degli incantesimi, dei sortilegi particolari e generali; e infine delle malattie divine, che sono punizioni inflitte a individui o a intere collettività.

 
La medicina
 

La medicina di Paracelso è la logica conseguenza di ciò che abbiamo raccontato fino ad ora, descrivendo il suo punto di vista sull’uomo, sulla magia, sull’astrologia e sull’alchimia.

L’origine delle malattie è nell’uomo e non fuori di esso, ma le influenze esterne agiscono sull’intimo e fanno sviluppare la malattia. La maggioranza delle malattie è creata dalla non osservanza delle leggi della natura, “in conseguenza di ciò gli organi perdono la loro forza e la loro vitalità. Così lo stomaco può essere sovraccarico di cibo e irritato da bevande stimolanti che lo costringono a compiere più della sua naturale e legittima quantità di lavoro; i reni possono essere irritati da bevande stimolanti e velenose così da ammalarsi, infiammarsi o ingrossarsi per il loro eccesso di lavoro; lo stesso si può dire del fegato; i poteri sessuali possono esaurirsi prematuramente per gli eccessi, e la salute delle donne può essere distrutta dalla frequenza innaturale con cui vengono compiuti gli atti naturali. Gli animali vivono la loro natura solo all’uomo ragionevole è permesso ragionare contro i suoi istinti, trascurare di ascoltare gli ammonimenti della sua natura, e fare cattivo uso dell’organismo che gli è stato affidato dal potere creativo di Dio. In molti casi di vitalità perduta gli organi indeboliti possono riprendere la loro forza dopo un periodo di riposo e di cessazione dell’abuso. La Natura è una madre paziente che spesso perdona le colpe commesse contro di lei, sebbene non possa dimenticarle.”

Naturalmente il primo strumento a disposizione dell’uomo per conservare la salute è la prevenzione.

Egli approfondì con particolare precisione la fisiologia della funzione digestiva dell’uomo. Tale concezione si riallaccia a quella più generale dell’ordine che regna nel cosmo. Paracelso parte dal presupposto che esiste uno Spiritus, o Liquor Vitae che più precisamente chiama Archaeus. Come abbiamo già visto nella presentazione della concezione dell’uomo secondo Paracelso, l’Archaeus si può definire un sottile fluido eterico che condiziona la formazione e lo sviluppo dell’organismo e più in generale il ritmo delle funzioni vitali. Trattando della digestione nel “Paramirum” parla di una Archaeus preposto all’assimilazione degli alimenti (Digestio Archei), perché questi devono venire elaborati e purificati per poter assolvere al compito della nutrizione.

“Ogni essere vivente richiede quel particolare genere di cibo che è adatto alla sua specie e al suo organismo individuale; la Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo assunto. Nell’alambicco dell’organismo animale estrae quelle sostanze di cui i vari organi hanno bisogno. Le classi inferiori degli animali sono alchimisti migliori dell’uomo, perché possono estrarre l’essenza della vita da cose che egli è costretto a respingere. L’uomo estrae dal cibo le essenze più raffiniate, ma un maiale, ad esempio, può estrarre nutrimento da sostanze che sarebbero veleno nell’organismo umano, ma non vi è animale conosciuto che mangerebbe gli escrementi di un maiale. Gli animali si rifiutano di mangiare o bere cose che sono dannose per loro, e scelgono per istinto naturale le cose di cui hanno bisogno; solo all’uomo, dotato di ragion,e è dato di disobbedire ai suoi naturali istinti e mangiare o bere cose che sono dannose per lui, ma che possono soddisfare un gusto artificialmente acquisito. L’uomo è molto più soggetto alle malattie che non gli animali in stato di libertà, perché questi vivono in armonia con le leggi della loro natura; mentre l’uomo agisce continuamente contro le leggi della propria natura, specialmente nel mangiare e nel bere. Finché il suo corpo è forte, può espellere o superare le dannose influenze continuamente causate dalla sua intemperanza, dalla sua ghiottoneria e dai suoi gusti morbosi; ma un tale continuo sforzo di resistenza implica una seria perdita di vitalità e verrà un tempo in cui la malattia ne sarà il risultato, perché l’organismo richiede un periodo di riposo e un rinnovo di forze per espellere gli elementi tossici accumulati. Se il medico tenta di ostacolare questa espulsione di elementi tossici, compie un delitto contro la Natura e può causare la morte del paziente. Se, in questi casi, indebolisce le forze del paziente estraendo sangue, può diventare un omicida. I reumatismi e la gotte, l’idropisia e molte altre malattie sono spesso causati da queste accumulazioni di elementi impuri e superflui, e la Natura non può riprendersi finché questi elementi non sono espulsi e non è ristabilito il potere vitale degli organi. Quando l’organismo è indebolito e la sua vitalità è in declino, possono svilupparsi germi di altre malattie attraverso dannose influenze astrali, perché il suo potere di resistenza è fiaccato e così una malattia può svilupparsi da un’altra” (De Ente Veneni).

Il medico dovrebbe conoscere le leggi della natura, ma soprattutto la costituzione dell’uomo per potere essere efficace nel suo intervento. “La sua conoscenza si rafforzerà con la fede, e la sua fede gli darà potere, così che egli sarà come un apostolo, curando malati, ciechi e zoppi.”

La medicina di Paracelso poggia dunque su quattro pilastri:

1.       la filosofia, ovvero la conoscenza della natura fisica,

2.       l’astronomia, ossia la conoscenza dei poteri della mente,

3.       l’alchimia o conoscenza dei poteri spirituali dell’uomo,

4.       la personale virtù del medico, ossia la sua integrità morale.

“La conoscenza della Natura è il fondamento della scienza medica ed è insegnata dalle quattro grandi sezioni della scienza: filosofia, astronomia, alchimia e scienza fisica. Queste quattro scienze si estendono per un vasto campo e richiedono molto studio. Un comune proverbio dice: la via è breve, l’arte è lunga. Fin dall’inizio del mondo gli uomini hanno cercato l’arte di distruggere le malattie, e non l’hanno ancora trovata; ma al paziente sembra che l’arte medica sia molto breve e la conquista della scienza molto lenta, mentre la malattia è rapida e non aspetta che il medico abbia trovato la sua arte. Se un medico è in possesso della vera conoscenza, la sua arte opererà in breve sulla malattia, e la vita  del paziente sarà relativamente lunga. L’arte è breve perché richiede poco tempo per essere applicata se veramente la possediamo, ma l’errore è lungo, e molti muoiono prima di avere trovato l’arte.” (Commentaria in Aphorismas Hippocratis)

“Un medico deve essere un filosofo (cioè un uomo di scienza, n.d.r.); ossia deve osare, fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata intuizione e che non può essere acquistata  seguendo i passi di un altro; deve essere capace di seguire la sua propria via.”(De Modo Pharmacandi)

Paracelso continua a enumerare le caratteristiche che deve possedere colui che vuole effettivamente curare le malattie. “Curare le malattie è un’arte che non può essere acquistata solo leggendo libri ma deve essere appresa con l’esperienza. Né imperatori, né papi, né collegi, né università possono creare un medico. Essi possono conferire privilegi e far sì che una persona che non è un medico appaia tale; ma non possono fare in modo che sia quello che non è; possono dare la licenza di uccidere, ma non possono renderlo capace di curare i malati… la teoria dovrebbe precedere la pratica ma, se consiste in pure supposizioni e assunzioni e non è confermata dal lavoro pratico la teoria è inutile.” (Paragranum)

Nel Paramirum o libro delle cause. Paracelso riassume in cinque classi le cause di tutte le malattie. Come sempre questa distinzione, che pure è chiara, stringe Paracelso in paratoie piuttosto anguste, egli tende sempre a debordare da ogni categoria e spiega: “Abbiamo diviso le cause di tutte le malattie in cinque classi che sono le seguenti: Ens Astrale, Ens Venenale, Ens Naturale, Ens Spirituale e Ens Deale. Ma l’ultimo è la causa fondamentale di tutto ciò che esiste. Come vi sono cinque cause delle malattie, parimenti vi sono cinque diversi metodi per trattarle.”

Passiamo quindi all’elencazione delle cinque classi affidandoci come sempre, dove è possibile, alle parole dirette di Paracelso.

  1. Ens Astrale cioè malattie causate da cause astrali “Il mondo è il macrocosmo e l’uomo è il microcosmo, e gli elementi di tutto ciò che esiste nel primo esistono nel secondo. Tutte le influenze che derivano dal sole, dai pianeti e dalle stelle, agiscono dunque invisibilmente sull’uomo… Se nella nostra atmosfera non esistono germi di malattia, l’influenza astrale che viene dall’esterno non provocherà danni. Se nella sfera della nostra anima esistono elementi malefici, essi attraggono queste influenze astrali così da sviluppare malattie.

Un medico dovrebbe conoscere la fisiologia e l’anatomia del cielo come quelle dell’uomo per    capire le cause e le cure astrali.” “Quello che è attivo nelle medicine sono gli elementi astrali che agiscono sull’uomo astrale; le medicine sono prodotte per influenza astrale, e questo costituisce un’enorme differenza a seconda che una medicina sia pervasa da un’influenza o da un’altra.” (De Caducis)

 
 
  1. Ens Venenale cioè malattie causate da sostanze velenose e impurità. “Impurità ed elementi dannosi possono entrare   per varie vie nell’organismo umano. Possono essere assunte con il cibo o con le bevande, possono essere inalate con l’aria o assorbite dalla pelle. Vi sono sostanze velenose visibili e invisibili, e alcune che non sono dannose se entrano isolate nell’organismo ma che possono diventarlo se vengono in contatto con altre sostanze… ogni cosa contiene virtù nascoste che possono essere utili per alcuni esseri e malefiche per altri.”(De Ens Veneni) Quanto detto precedentemente in merito all’alimentazione e sul potere digestivo come solvente nell’ambito del processo alchemico conferma quanto stiamo elencando.
  2. Ens Naturale ossia malattie provenienti da cause psicologiche. Come sappiamo dalla medicina psicosomatica, una malattia corporea può derivare spesso da uno stato morboso della mente. Così non possono essere curati in maniera sintomatica, ma occorre risalire all’origine. La medicina allopatica spesso dimentica che occorre applicare quei rimedi che corrispondono allo stato mentale del paziente. Troppo facile per certa medicina uccidere una mosca con il cannone come diceva Luigi Costacurta, bisogna poi valutare il grave danno causato da simile cura. “Non è un medico colui che può vedere solo quello che è visibile da qualsiasi zotico. Il giardiniere esperto, guardando il seme, può dire quale genere di pianta nascerà da esso; egualmente il medico dovrebbe essere capace di percepire come le malattie hanno origine e in quale modo si svilupperanno… Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti dove non trova altro che gli effetti già avvenuti e non arriverà mai ad una fine; perché anche se uccidesse mille persone per studiare questi effetti, rimarrebbe sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie studiando l’uomo universale.” (Paragranum) “Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti delle malattie sono come persone che s’immaginano di poter mandar via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve. Questa gente ha perso la luce della ragione e ha perso se stessa in oziose divagazioni con gran detrimento del benessere dell’umanità.” (De Astronomia) “Chi conosce la Natura, l’amerà e otterrà il potere di impiegare le sue forze. Nessuno può divenire artista o inventore se non ne ha la capacità naturale; nessuno può essere un buon medico se non è nato per esserlo. L’arte d’ inventare è una specie di Magia, che non può essere insegnata ma che deve essere acquisita.” (Labyrinthus Medicorum) “Anche l’ignorante sa che l’uomo ha un cuore e dei polmoni, un cervello, un fegato e uno stomaco. Ma egli crede che ognuno di questi organi sia separato e indipendente, che essi non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altro e perfino i nostri più dotti medici non si accorgono del fatto che questi organi sono solo i rappresentanti materiali e corporei di energie invisibili che pervadono l’intero sistema e circolano in esso. Così per esempio il vero fegato è una forza che circola in tutte le parti del corpo e ha la sua guida in quell’organo che chiamiamo fegato. Tutte le membra del corpo sono potenzialmente contenute nel centro del fluido vitale, che ha la sua sede nel cervello mentre l’attività che lo sospinge proviene dal cuore.” (De Viribus Membrorum)
  3. Ens Spirituale ovvero malattie che hanno origine da cause spirituali.

“L’Ens Spirituale appartiene allo spirito.” Questa categoria di malattie è causata dalle passioni e dai pensieri disordinati. Sappiamo che certe emozioni possono produrre infarti , ictus, aborti        ed altre patologie improvvise. Certe forme di spavento o sentimento di rancore, possono indurre a grandi cambiamenti fisiologici con conseguenti patologie a carico del fegato, dei reni e della colonna vertebrale. Il dolore può uccidere mentre la speranza e un consapevole controllo della propria emotività oppure, sentimenti di gratificazione possono curare gravi anomalie.

“L’Ens spirituale è la Volontà. Il potere della vera volontà spirituale è conosciuto assai poco perché ben pochi lo posseggono.”Anche i pensieri fanno ammalare.

“Se una persona è cupa e depressa non dovrebbe essere lasciata sola ma dovrebbe avere qualcuno che la consoli e le spieghi che deve liberarsi dai suoi tetri pensieri.” “L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni anormali e causare malattie; ma una persona che non ha cattivi desideri non avrà cattiva immaginazione e nessuna malattia scaturirà dal suo pensiero.”

Paracelso afferma che l’odio e la volontà di vendetta producono un’immaginazione malefica che può influire su un’altra persona procurando una malattia o incidenti.

“Una persona che ha cattivi desideri avrà una cattiva immaginazione e le forze create nella sfera della sua mente possono essere proiettate dalla potente volontà nella sfera mentale di un altro. I pensieri non sono  vuoti nulla, ma sono formati dalla sostanza che forma l’elemento dell’anima, così come un pezzo di ghiaccio è formato dalla sostanza dell’acqua. La volontà è il potere che può concentrare l’immagine formata nella mente così come il potere del freddo può far si che un corpo d’acqua si congeli in solido ghiaccio; e come un ghiacciolo può essere trasportato da un luogo in un altro, così un cattivo pensiero a cui un’intensa volontà ha dato forma può essere scagliato contro la sfera mentale di un altro ed entrare nella sua anima se questa non è sufficientemente protetta.” (Philosophia Occulta)

  1. Ens Deale ovvero malattie che hanno origine da causa divina.

Questa parte è piuttosto complicata e forse più difficile da accettare per noi del  XXI secolo.  Paracelso nel suo linguaggio, pur essendo poco luterano, parla di “predestinazione.” Per dirla, in altre parole si tratta di una causa derivante dal Karma di ogni individuo. Tuttavia, lascia trasparire un cauto ottimismo e dice: “Se è nella predestinazione del paziente, che debba restare nel suo purgatorio, il medico non lo aiuterà ad uscirne; ma se è venuto il tempo della sua redenzione, il paziente troverà il medico adatto attraverso cui la volontà di Dio gli manderà la guarigione. Il medico può curare il malato usando rimedi, ma è Dio che fa il medico e i rimedi. Dio non compie miracoli senza l’uomo, egli agisce attraverso la strumentalità dell’uomo, e risana il malato attraverso la strumentalità del medico. Di conseguenza il medico deve possedere la fede così da essere uno strumento perfetto mediante il quale la volontà di Dio può essere compiuta.” (De Ente Dei)

Anche in questa causa, comunque Paracelso lascia un margine di speranza, senza cadere nel determinismo più bieco e conclude: “Ogni malattia corporea sarà curata alla sua giusta ora.”

Se cinque sono le cause di malattie cinque sono anche i modi per curarle. Le riassumo in maniera sintetica, perché sono sufficientemente note ai nostri lettori

1.       Naturales: è la cura dell’allopatia che interviene con i “contraria contrariis”, cioè i contrari si curano con i contrari come avviene nell’idroterapia: al caldo si oppone il freddo.

2.       Specifici: sono i rimedi che usa l’omeopatia: “similia similibus curentur” (il simile si cura con il simile) ad esempio l’insonnia si cura con la coffea cioè il caffè.

3.       Caracterales: cura delle malattie impiegando il potere della volontà: ipnotismo, magnetismo, cure mentali.

4.       Spirituales: cioè la cura delle malattie con l’impiego delle forze spirituali come ad esempio la magia.

5.       Fideles: ovvero curare con il potere della fede come Gesù e gli apostoli.

Naturalmente Paracelso utilizzò questi metodi nelle sue terapie così famose che lo portarono alla celebrità nonostante gli eccessi verbali di cui si è parlato all’inizio della nostra trattazione, che scandalizzarono solo i tradizionalisti.

Chi vuole essere medico alla maniera di Paracelso deve effettuare una severa attività scientifica di verifiche e controverifiche, oltre ad avere la consapevolezza di sé raggiunta attraverso un assiduo lavoro su se stessi. Sentiamo come sempre il suo pensiero: “Coloro che cercano di curare il malato per mezzo di ciò che hanno appreso nei libri e senza usare il proprio giudizio sono le vergini folli menzionate nella Bibbia che sciuparono l’olio delle loro lampade e cercarono di prendere a prestito la luce da altri. Coloro la cui mente è aperta a ricevere la verità, che sono caritatevoli con tutti, che amano la loro arte per se stessa e cercano di fare la volontà di Dio, appartengono alla mia scuola e sono i miei discepoli essi saranno ammaestrati dalla luce della sapienza, e Dio compirà i suoi miracoli attraverso di loro,come suoi strumenti.” (De Virtute Medici)

La medicina di Paracelso fu spesso incomprensibile per i medici e i farmacisti della sua epoca. Egli li apostrofava come ignoranti, superficiali o addirittura disonesti. Anche i rappresentanti della medicina di oggi, che bollono l’omeopatia come pratica antiscientifica basata, sulla creduloneria dei poveri pazienti non capiranno mai la medicina di Paracelso, che tra il resto dell’omeopatia è il precursore.

La straordinaria capacità terapeutica di Paracelso dipende certamente dalle sue conoscenze enciclopediche, ma la sua vera abilità, il segreto di cui tanta letteratura ha vaneggiato, il suo “Laudanum”miracoloso dipendevano dal suo metodo. Egli curava le cause interne da cui dipendono gli effetti esterni. Egli sapeva trattare le quintessenze degli elementi per sostenere con la loro vitalità gli organi corporei in difficoltà. Si tenga presente il ragionamento per comprendere l’alchimia medica. Come l’Archaeus trasforma la materia per mantenere la vita, così il medico dovrà perfezionare le erbe e i minerali per combattere efficacemente le malattie. C’è dunque in noi un vero proprio medico interno che veglia sui ritmi organici ma che non riesce sempre nelle sue funzioni. Il medico interno può diventare improvvisamente “stanco” e allora s’impone l’intervento del medico esterno: “ubi natura desinit, spagiricus incipit”(dove la natura viene meno incomincia l’opera del medico alchemico).

Per ottenere questi risultati occorre avere capacità d’indagine sulle cause delle malattie,  conoscenza e potere spirituale  ottenuti da una disciplina e da una pratica spirituale di anni. Queste facoltà splendevano nella sua persona.

Gli Arcana di Paracelso non si apprendono dai libri e neanche da formule e ricette nascoste. Gli opportunisti che l’hanno seguito, per carpirgli i segreti, sono rimasti con un pugno di mosche. Il successo dipendeva da uno stato di grazia, che si raggiunge con sacrificio, costanza e disinteresse, perché siamo nella dimensione di una scienza spirituale: Questo era il segreto di questo uomo straordinario, compreso da pochi ma che ha saputo guarire una moltitudine di persone ritenute ormai spacciate. Significativa è la conclusione di Rudolf Steiner: “Soltanto una ricerca spirituale approfondita potrà comprendere quanto si trova negli scritti di Paracelso; quando Paracelso verrà compreso a fondo, egli non apparirà più come uno spirito interessante da un punto di vista storico ma piuttosto come uno spirito da considerare da un punto di vista più elevato, dal quale molto vi è ancora da imparare, per lo meno perciò che riguarda il metodo.”

Ecco i rimedi di Paracelso in ordine di grandezza secondo le sue parole: “il primo Arcanum è il Mercurius vivus; il secondo è la prima materia; il terzo è il Lapis Philosophorum, il quarto è la Tinctura. Questi rimedi sono piuttosto di carattere angelico che umano.” (Archidoxes)

L’Arcanum è un rimedio incorporeo, indistruttibile, supremo al di là di ogni corporeità, è la virtù di una cosa nella sua più alta potenza, è un rimedio di ordine spirituale. La quintessenza non è altro che lo spirito vitale insito nelle erbe, nei minerali, è la virtù che esprime il potere segreto degli oggetti e il medico dovrà faticare molto prima di scoprire la quintessenza adatta alla cura delle singole malattie. Nelle Archidoxes Paracelso tratterà a lungo delle quintessenze che comprendono vari gradi: Arcani immortali, Magisteri-estratti, Specifici-combinazioni, Elisir-preservativi. Essi ottengono guarigioni miracolose proprie per la loro estrema purezza che solleva il medico interno stanco.

Per quanto riguarda la preparazione delle medicine, sforzo costante di Paracelso è sempre  stato quello di cercare di eliminare il più possibile dal medicamento ciò che è nocivo per l’uomo, per estrarne l’essenza, permettere la sua liberazione, trovare il mezzo che la trasporti senza alterarne la qualità. Paracelso era famoso per saper estrarre la quintessenza. Quando distilla, cooba, sublima, fa circolare, manda in putrefazione, depura i suoi preparati, egli cerca di separare il puro dall’impuro, il sottile dallo spesso, come già aveva insegnato Ermete. Ripetutamente nei suoi lavori ribadisce che la quantità non è nulla, basta che ci sia la qualità.

Paracelso prescrisse rimedi energici con grande abilità. Aveva l’assoluta padronanza della tecnica  del dosaggio e l’esperienza del medico umile e coraggioso. Egli proclamava la grande verità: la dose è tutto.

Interessante sarebbe riportare le varie testimonianze di guarigioni miracolose come quella dell’editore Froben. Lo spazio non ce lo consente. Cito solo un passo da una lettera di Erasmo da Rotterdam a Paracelso che ci dà un’idea della sua capacità di diagnosi: “ Sono stupito di constatare quanto mi conosciate fino al midollo, per quanto mi abbiate visto una sola volta.”

 
Il teologo 

E’ certo che Paracelso si dichiarava sempre dottore in medicina e in teologia. Di fatto parla con competenza di teologia nelle sue opere scientifiche, ma sappiamo che diversi scritti su questo argomento non sono stati ancora pubblicati e quelli pubblicati sono di difficile accesso. Si conosce l’esistenza di 40 monografie teologiche, 16 commentari biblici, 20 sermoni, 20 opere sull’Eucarestia, 7 sulla Vergine Maria.

Nonostante l’iniziale simpatia per Lutero, Paracelso non divenne protestante. Egli rivendica la sua totale indipendenza in fatto di religione. Come in medicina, anche in teologia, rifiuta tutte le scuole, tutte le dottrine all’infuori della Bibbia. E scriveva: “Dio ci chiede il cuore, e non cerimonie, perché con queste la fede in lui perisce… Se si cerca Dio si deve andare oltre, perché nella Chiesa non lo si trova… La fede in Dio e nel suo unico figlio Gesù Cristo per noi è sufficiente; i digiuni, le messe, le veglie et similia su di noi non hanno effetto alcuno.”Egli deplorava i riti insensati e superstiziosi con uno zelo superiore a Lutero. Per lui le funzioni ecclesiastiche sono una perdita di tempo peccaminosa.

Sulla teologia di Paracelso si potrebbe scrivere una relazione voluminosa. Per le nostre finalità accontentiamoci di questi pochi appunti. Ricordiamo comunque per concludere che Paracelso tenne un’equidistanza tra la chiesa romana corrotta e Lutero, che considerava troppo cupo, con scarsa fiducia nella ragione; era troppo per uno spirito rinascimentale libero come Paracelso. Per liquidare la questione con una battuta Paracelso diceva che il Papa e Lutero erano come due puttane che discutevano di castità e litigavano per la stessa camicia.

Gnomi e ninfe

Non posso concludere senza il riferimento ad una curiosità che riguarda la credenza di Paracelso negli Homuncoli e negli spiriti elementari (gnomi, ninfe, silfidi, salamandre). La generazione degli homuncoli dice il nostro autore che è stata tenuta segreta per molto tempo e intorno ad essa i filosofi antichi avevano avvolto un velo di silenzio, al punto tale che si era dubitato della loro esistenza. Questi esseri sono creazioni di esperti spagirici che danno vita agli homuncoli che sono a disposizione degli uomini per i loro fini positivi e negativi. I testi non sono chiari. Ritengo che questi esseri possono essere considerati alla stregua degli spiriti elementari: gnomi, ninfe ecc. L’opera sulle ninfe è costituito di un prologo e sei trattati. Nessuno deve meravigliarsi che esistano creature simili, dice Paracelso. Queste cose non appaiono comuni, “ ma molto rare e le vediamo soltanto perché condividiamo una scienza delle cose, che dunque sono, ma è come ci apparissero in sogno” (Della rinascita). Essi costituiscono un regno intermedio dell’uomo spirituale. Essi sono affini al mondo della natura e al mondo animale. Dispongono di un corpo non di “rozza carne”ma di materia sottile. In questo modo possono passare attraverso i muri, le rocce, le pietre e vivere nel fuoco, nell’aria, e nell’acqua. Con la morte si estinguono completamente senza lasciare traccia.

Rudolf Steiner ritiene che questi esseri della sfera eterica li possiamo incontrare anche ai nostri giorni se apparteniamo alla categoria degli spiriti sensibili. Comunque li abbiamo incontrati nella nostra infanzia visto che la civiltà attuale li ha confinati nel mondo fiabesco dei bambini.

Le opere

La sua opera scritta comprende numerosi libri e opuscoli apparsi, in parte, dopo la sua morte. Ma Più che le concezioni teoriche di Paracelso sono le sue ammirevoli intuizioni di grande terapeuta a dargli il posto d’onore che gli spetta nella storia della medicina.

Non abbiamo lo spazio  sufficiente per fare un elenco ragionato delle opere di Paracelso, solo l’elencazione avrebbe bisogno di diverse pagine.

Il primo editore che raccolse le sue opere fu Johannes Huser nel 1562. Karl Sudhoff raccolse quattrocento anni dopo gli iscritti di Paracelso e li pubblicò in ordine cronologico. Ne risultò un testo critico di 7.500 pagine. Nel 1929 fu pubblicato anche un primo stralcio delle opere teologiche. Il secondo stralcio è iniziato nel 1955 e a quanto mi risulta non è ancora stato concluso.

Bibliografia

Antonio Miotto, Paracelso il medico stregone, Ed. Fratelli Melita, 1988

Eva Stahl , Paracelso, medico filosofo, mago, Ed. E.C.I.G. 1995

Franz Hartman, Il mondo magico di Paracelso, Ed. Mediterranee, 1982

Primin Meier, Paracelso medico e profeta. Ed. Salerno, 2000

Philip Ball, Paracelso l’ultimo alchimista, Ed.Rizzoli, 2008

Carl Gustav Jung, Paracelso come fenomeno naturale, Ed. Bollati Boringhieri, 1988

Adalberto Pazzini, Paracelso e l’umanesimo italiano, Ed. Università di Roma, 1941

Rudolf Steiner, Paracelso, Ed. Arcobaleno, 1985

razione la signoria di tutte le arti è stata conferita a me,

Teofrasto Paracelo,principe della filosofia e della medicina.

Sono diverso e questo non deve turbarvi.”

Così si presentava Paracelso a contemporanei, all’alba dell’era moderna.

Iniziò la sua carriera universitaria con una provocazione: l’insegnava,parlando tedesco,la lingua del popolo e della sua terra di cui andava orgoglioso. Ricordiamo che la lingua della scienza era il latino, quindi era una profanazione utilizzare la lingua volgare.

Nacque il 10 novembre 1493 presso l’abbazia di Einsiedeln, in Svizzera, in un ambiente di povertà rustica e di fierezza popolare tipico dei cantoni elvetici che si battevano allora per la propria indipendenza. Fu colpito nel corso della vita da disgrazie e malattie, in base alle quali, alcuni vollero spiegare la sua instabilità, la sua ombrosa iattanza, la sua irritabilità.

Alla nascita fu registrato come Filippo Aureolo Teofrasto Bombast von Hohenheim, ma volle chiamarsi, alla latina  Paracelso (parziale latinizzazione del luogo di nascita, Hohenheim, ma anche allusione a Celso, uno dei medici più famosi dell’antichità, con l’aggiunta del prefisso greco para a denotare la vicinanza di pensiero).

Privato giovanissimo dell’affetto e delle cure della madre, fu iniziato dal padre alla medicina pratica: “Per dieci anni non ho letto che un solo libro, quello della natura”, scrisse più tardi; e altrove: “Il medico deve essere anzitutto un uomo buono e veridico”.

Ancora  adolescente, Teofrasto iniziò a vagabondare. Educato dal padre, esperto in questioni minerarie, lo troviamo dapprima nella regione mineraria della Carinzia, dove insegna chimica (alchimia) nelle scuole delle miniere. Qui intuisce la patologia professionale dei minatori. A Villach comincia a dedicarsi all’occultismo, cui è stato iniziato dal priore benedettino di Würzburg, Tritemio. In seguito viaggia praticando la medicina per tutta l’Austria, la Germania e l’Italia; a Ferrara studia presso Nicolò Leoniceno e si laurea in medicina.

Prosegue instancabile i suoi itinerari (“Un medico deve viaggiare,” soleva dire. “Si apprende assai più peregrinando che rimanendo accanto al camino”): passa da Salerno a Lisbona, a Montpellier, a Parigi, a Strasburgo, studiando le malattie più diffuse fra il popolo, fondando un nuovo sistema terapeutico sulla base delle sue cognizioni e osservazioni cliniche, guadagnandosi l’amicizia di medici e malati, ma anche sollevando grandi dispute. Nel 1527, l’appoggio di Erasmo da Rotterdam e dell’editore Frobenius, da lui guarito, gli valgono il posto di medico municipale e la cattedra di medicina all’università di Basilea. Ma la tracotanza di cui dà prova nella lezione inaugurale, il rogo dei due più famosi trattati di medicina classica, l’ostilità dei farmacisti, che egli vuol sottoporre a controllo, lo costringono a lasciare la città. Si rifugia dapprima a Colmar, poi riprende le sue peregrinazioni di città in città; troviamo tracce del suo passaggio a Colonia, Norimberga, Augusta, Venezia, nelle miniere del Cumberland, a Oxford, a Stoccolma, a Lipsia, a Vienna, in Ungheria e persino in Russia.

 Nel 1541 fu chiamato a Salisburgo dal principe-vescovo di quella città. Abbiamo un disegno famoso di Hirschvogel del 1540, dove Paracelso è ritratto terribilmente serio e chiuso nella sua amarezza. Sono gli ultimi anni della sua vita ed egli è stanco e depresso, non sta bene di salute: le rughe solcano le guance e gli occhi sono infossati, è schiacciato, oltre che dalla malattia, dall’amarezza, dalla solitudine e dalla delusione. Soleva ripetere sconsolato: “Non ho saputo piacere ad alcuno, salvo a coloro che ho guarito.”

Si ferma a Salisburgo e ormai attende la morte come sollievo che gli porti la pace. Negli ultimi tre giorni soggiorna all’albergo del “Cavallo bianco.” Chiama il notaio per redigere il testamento: “Debole di corpo, ma puro di cuore,” dicono le prime parole. Lascia libri ed attrezzature ad un medico di Salisburgo. Lascia i suoi soldi “ai suoi eredi: i poveri e i miserabili, che non hanno né danaro né risorse.” Il 24 settembre del 1541 muore e viene sepolto in una tomba semplice nel cimitero della chiesa di San Sebastiano. Intorno alla sua tomba furono recitati i salmi 1°,7° e 13° come previsto dal suo testamento. Inoltre chiese che ad ogni povero che stazionava di fronte alla chiesa fosse donata una moneta.

Questo personaggio straordinario ha diviso gli uomini di scienza,sia ai suoi tempi che oggi. Pochissimi lo hanno compreso.

Strane voci circolavano intorno a Paracelso e i suoi discepoli. Molti lo denigrarono per invidia o per bassi interessi di bottega.

Molte generazioni passarono prima che altri dotti personaggi come Oswald Spengler, Friedich Gundolf, Wolfang Goethe,Carl Gustav Jung e Rudolf Steiner, riproponessero Paracelo come uomo faustiano, con intenzione tutta diversa e in una chiave irrimediabilmente modificata dal sopravvenuto “Faust”di Wolfang Goethe.

Tra gli estimatori eccelle Rudolf Steiner che lo cita numerose volte nelle sue opere; memorabile è la sua conferenza di Berlino del 26 Aprile del 1906.

Carl Gustav Jung, il grande psicoanalista, ci dà un ritratto intellettuale, articolato e persuasivo di Paracelso, suo compatriota svizzero. Jung afferma “le parole che scorrevano dalla penna di Paracelso, non provenivano tanto dalla sua profonda riflessione, quanto da uno spirito dei tempi in cui Paracelo viveva…Paracelso fu il prototipo di Faust…Egli aveva la stessa pietà interiore di Angelo Silesius e la sua stessa semplicità commovente…nel suo rapporto con Dio.”

Rudolf Steiner afferma che “Paracelso aveva accolto in sé lo spirito dell’antica medicina intuitiva”. Uno sguardo penetrante come il suo, continua Steiner,  l’essere intelligente che gli era proprio e che comprendeva la grande relazione con il cosmo, gli conferivano quell’intensa coscienza di sé che ha qualcosa di incantevole nel modo in cui egli si presentava contro coloro che esercitavano nel modo usuale la scienza di allora. L’arte medica di quei tempi era assai simile a quella odierna, con la differenza che oggi non abbiamo in campo medico un Paracelso. Seguendo la medicina di oggi e vedendo come un medicinale viene scoperto, dichiarato nocivo ed eliminato dopo soli 5 anni, vedendo che molte persone vengono visitate, ma che è del tutto scomparso l’occhio per le relazioni degli uomini con la natura, ci accorgeremo che tutto ciò ricorda abbastanza chiaramente i tempi di Paracelso. La maggioranza invero non intuisce neppure come mai ci si trovi di nuovo a vivere in tempi del genere né quanto incredibilmente grande sia il potere della fede nell’autorità in questo campo.

Il mio escursus cercherà di dare un’immagine fedele del grande medico del rinascimento. Per questo cercherò di riportare il più possibile il suo pensiero,citando esplicitamente i suoi scritti.

Egli turbò medici e preti, autorità e principi del rinascimento,Cattolici e Luterani,farmacisti e mercanti.

Vediamo il perché. Abbiamo detto che era fiero delle origini della sua gente: “Non posso vantarmi di retorica o sottigliezze. Parlo la lingua della mia nascita e del mio Paese;dato che vengo da Einsideln, sono di nazionalità svizzera e nessuno deve rimproverarmi il linguaggio rozzo. I miei scritti non devono esser giudicati dalla lingua ma dall’arte e dall’esperienza che offro al mondo intero,che spero al mondo intero saranno utili.”Il suo motto scritto sempre in arcaico tedesco svizzero da lui parlato recita:”Non sia schiavo altrui chi può essere signore di se stesso.”

Non c’è dubbio che Paracelso rappresenti un incubo per il positivismo. Infatti benché sia stato uno sperimentatore a cui la chimica deve moltissimo,la sua opera non rifugge dalla magia,dall’astrologia, dall’alchimia, e dalle credenze religiose. Ricordiamo che Newton riteneva l’alchimia una scienza e che Galileo credeva all’astrologia. Se si vuol scoprire l’origine della scienza non è bene partire dalla prospettiva attuale.

Come diceva Rudolf Steiner “Per comprendere Paracelso è necessario considerare il carattere fondamentale della sua azione come medico e come filosofo, lo si deve ritenere un teosofo proprio perché univa in sé queste due caratteristiche dell’anima.

La sua personalità era del tutto unitaria. Con sguardo geniale egli cercava di comprendere la costruzione dell’edificio del mondo. Il suo sguardo sorprendente si volgeva verso l’alto, ai misteri del cosmo,e sprofondava nella struttura della terra ed in particolare dell’uomo. Questo sguardo geniale penetrava inoltre nei misteri della vita spirituale. Intanto egli era teosofo, in quanto cercava di abbracciare contemporaneamente l’essenza delle conoscenze astronomiche e quelle dell’antropologia,ossia l’antropologia in relazione allo studio di tutti gli esseri viventi. Nulla vi era in quest’ uomo di soltanto teorico, ma tutto era direttamente connesso all’utilizzazione pratica che ne avrebbe fatto; egli voleva quindi rivolgere tutte le sue conoscenze alla salute fisica e spirituale dell’uomo,alla sua guarigione.

Riconosceva Dio e gli Astri, l’uomo, gli animali, le piante e i minerali. Ecco quanto rende tanto grandemente e potentemente unitari la sua azione, il suo pensiero e la sua ricerca e ce lo mostra come un uomo fatto tutto di un pezzo.”

 
La rivolta contro Galeno
 

Si usciva dal Medio Evo caratterizzato dal dogmatismo e dal culto di Galeno, i cui insegnamenti in medicina erano complicati e ripetuti pedissequamente. Paracelso era determinato a mettere in discussione quanto era stato ritenuto valido fino allora, per scoprire nuove ragioni, anziché accettare passivamente la tradizione tramandata da secoli. Vediamo con Rudolf Steiner il perché: “L’azione dell’autorità del medico romano Galeno si faceva sentire ovunque. Egli costruisce certamente la sua medicina su questi vecchi principi fondamentali, almeno esteriormente, e leggendo Galeno in modo superficiale si potrebbe pensare: Cosa vuole dunque Paracelso combattendo contro Galeno e prendendo le difese della medicina più antica?  Non si tratta forse della stessa cosa?” Potrebbe quasi sembrare che sia così, eppure non lo è.

Quanto in Galeno è divenuto medicina è soltanto l’aspetto materiale esteriore, è la materializzazione di una concezione originariamente spirituale. Così già gli allievi di Galeno intendevano in senso materiale ed esteriore quanto in precedenza veniva ancora inteso in modo intuitivo, ed invece di comprendere con lo sguardo intuitivo, indagavano soltanto la materia, speculavano ed inventavano teorie. Lo sguardo morale era andato perduto.

Paracelso si rivolge appunto contro il metodo, contro la perdita dello sguardo intuitivo. Egli voleva tornare indietro, voleva trovare nella conoscenza della grande natura i mezzi per guarire l’uomo. Per questa ragione egli era tanto contrario alla medicina ufficiale e dominante del suo tempo. Voleva prendere come fondamento non quanto sta scritto nei libri, voleva piuttosto aprire proprio il libro fondamentale, il grande libro della natura. Tutto ciò che era via via comparso come medicina derivava in tutto e per tutto da una speculazione deduttiva, da indagini che nulla più sapevano dell’originario sguardo spirituale. Non si riusciva più a scorgere la relazione tra un medicinale e la malattia, poiché non si vedeva più quanto stava dietro al corpo, dal momento che si osservava ogni cosa in modo materiale. Perciò Paracelso aveva detto: “Deve nuovamente risplendere la luce della natura”. Questo lo portò ad un aspro conflitto con la medicina del suo tempo.

A Basilea Paracelso mise a nudo il suo carattere irruente e spigoloso, di cui era ben consapevole ma che non cercava di contrastare soprattutto quando difendeva una causa giusta che gli stava a cuore. Si  scontrò contro canonici, dignitari, principi, medici e farmacisti dei quali aveva scarsa stima.

Fu così che durante il periodo d’insegnamento a Basilea annunciò a dottori e farmacisti e ai loro ordini che avrebbe rivelato un grande segreto della medicina. L’aula si riempì di medici e dignitari, tronfi nei loro ricchi paludamenti e con le gorgiere inamidate, ansiosi di schernire questo medico famoso e questo professore che osava parlare la lingua del popolo nelle sue lezioni.

Paracelso preparò sui tavoli delle belle ceramiche con i loro coperchi. Di fronte all’aula stracolma di medici e studenti all’improvviso scoprì i contenitori che erano pieni di merda umana fumante (per dirla alla francese). Naturalmente medici e dignitari degli ordini si precipitarono fuori furenti in mezzo agli studenti che si sbellicavano dalle risa; mentre Paracelso li accusava: “ se non volete ascoltare i misteri della fermentazione putrefattiva siete indegni del nome di medici.”

Era convinto,come molti umanisti,che l’umanità avesse posseduto un tempo grandi conoscenze, ma che poi fosse stata corrotta durante il Medio Evo.

Fu detto il Lutero della medicina. Prima ancora di Lutero bruciò  in pubblico una bolla papale e con essa gli scritti di Galeno e di Avicenna. Fu un gesto esemplare,terribile di fronte agli studenti dell’università nella piazza principale di Basilea,  un affronto a tutti i ben pensanti. Egli diceva: “siete voi che dovete seguire me, non io che devo seguire voi. Devono seguirmi Avicenna, Galeno, Rasis, Momtagnana, Mesue, ecc., loro devono seguirmi e non io loro. Voi di Parigi, Colonia, Vienna e delle località che si trovano sul Danubio e sul Reno, voi isole in mezzo al mare, tu Italia, Dalmazia, Sarmazia, tu Atene, tu greco, tu arabo e tu israelita; siete voi che dovete seguirmi, non io voi. Io sarò un monarca e mio sarà il regno, io guido la monarchia e cingo i vostri lombi”. E ancora:“Un medico deve essere un uomo di scienza; ossia deve osare fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata Intuizione e che non può essere acquistata seguendo ciecamente i passi di un altro; deve essere capace di vedere la sua propria via. Vi sono filosofi naturali e vi sono filosofi artificiali. I primi hanno una conoscenza loro propria, i secondi hanno preso in prestito la conoscenza dai loro libri. Se volete essere un medico, dovete essere capace di formarvi un vostro proprio pensiero e non applicare semplicemente i pensieri degli altri. Quello che gli altri insegnano può servire ad aiutarvi nella vostra ricerca della conoscenza, ma dovreste essere capaci  di pensare da soli  senza aggrapparvi  alle gonne di una qualsiasi autorità per quanto dal nome altisonante. La sapienza dei nostri sofisti e medicastri non consiste in una conoscenza della natura, ma nella conoscenza di ciò che Aristotele, Galeno, Avicenna e altre autorità riconosciute hanno immaginato che la natura sia; conoscono solo il cadavere dell’uomo, ma non la sua immagine viva quale è presentata dalla natura; sono divenuti falsi e innaturali, e quindi la loro arte è fondata sulle loro fantasie e sulle loro speculazioni che essi credono essere scienza. Il vero medico è un prodotto della natura, non un prodotto della speculazione e dell’immaginazione. Se non riuscite a vedere una cosa, sarà inutile cercare di immaginare quello che può sembrare; la percezione vi permette di vedere , ma la speculazione è cieca. La sapienza non è data dalla natura, né l’uomo la eredita da essa; è messa in lui dal genitore eterno, e sviluppa e incrementa la pratica in lui”.

“Per il potere della sapienza l’uomo è reso capace di riconoscere l’unità del Tutto, e di capire che il microcosmo dell’ uomo è la controparte del macrocosmo della natura. Non vi è nulla nel cielo né sulla terra che non si possa trovare nell’uomo, e non vi è nulla nell’uomo se non ciò che esiste nel macrocosmo della natura. I due sono la stessa cosa e non differiscono in altro che nella loro forma”.

In qualità di medico municipale di Basilea cercò di riformare le farmacie che considerava: “sporchi bugigattoli da cui uscivano luridi intrugli”. Andava dicendo che la farmacia migliore e più genuina si trovava nella natura. In questo modo gli speziali della città si sollevarono e lo minacciarono di morte, mentre lui accusò medici e farmacisti “di essere una ciurma bastarda di asini riconosciuti.”

L’etica del medico

Nell’Archidoxa, nel Paragranum e nell’Opus Paramirum Paracelso insiste sul fatto che la dottrina non era sufficiente per il medico,egli deve  possedere le seguenti qualità:

-          Non si considererà in grado di curare tutti i casi.

-          Studierà quotidianamente ed imparerà dall’esperienza altrui.

-          Curerà ogni caso con sicura competenza e non lo abbandonerà o vi rinuncerà.

-          Sarà sempre morigerato, serio, casto vivrà rettamente e non si vanterà.

-          Considererà le necessità del malato piuttosto che le proprie: la sua arte piuttosto che il suo compenso.

-          Adotterà tutte le precauzioni che l’esperienza e la conoscenza suggeriscono per non essere attaccato dalla malattia.

-          Non terrà una casa di cattiva fama, non sarà un carnefice, né un apostata, né apparterrà sotto qualsiasi forma a chi esercita funzioni sacerdotali.

In altre opere Paracelso ampliò questi principi a volte con umiltà e umanità e a volte con pignoleria. Secondo lui un dottore avrebbe dovuto  possedere  un cuore gentile e uno spirito allegro e non  avrebbe dovuto disprezzare nessuno; dovreva provare maggiore interesse nell’essere utile al suo paziente più che a se stesso. Doveva conoscere le erbe e tutti i rimedi che ricostruiscono i tessuti conoscendo cosa proibire al paziente e cosa permettergli. “Non doveva essere sposato ad una bigotta, né essere un monaco fuggito dal monastero, né praticare la masturbazione”.

Egli riteneva che le facoltà di medicina spesso  danneggiassero gli studenti, al punto da renderli quasi irrecuperabili per la medicina naturale. Infine esortava i medici: “ Viaggiate ed esplorate ogni cosa e prendete senza disprezzo tutto ciò in cui vi imbattete, e non vergognatevi di farlo con la scusa che siete un dottore o un maestro. Il medico, non apprende tutto ciò che ha il dovere di conoscere a fondo, solo studiando presso le università; di tanto in tanto è bene che consulti anche le vecchie donne esperte, le zingare, i maghi, i viaggiatori e i contadini di ogni specie e imparare da loro, poiché costoro possiedono più conoscenza di queste cose di tutte le università. Le arti non sono tutte confinate all’interno di un singolo paese: sono distribuite in tutto il mondo.”

“Esistono due tipi di medici quelli che lavorano per passione e quelli che lavorano per profitto. Sono entrambi conosciuti per il loro operato: il medico vero e giusto è noto per la sua dedizione e il suo costante amore per il prossimo; il cattivo medico è noto per le sue trasgressioni contro il comandamento, perché raccoglie senza aver seminato ed è come un lupo famelico: raccoglie il proprio profitto, senza tener conto del comandamento dell’amore"

 
La ricerca scientifica
 

Nel campo della medicina pratica, le sue straordinarie capacità di osservazione e di intuizione si manifestano soprattutto nelle opere che egli dedica alla patologia. Le più notevoli riguardano le malattie che allora si chiamavano “tartariche”: gotta, reumatismi.

Presentendo senza dubbio la parte preponderante dell’acqua nella composizione dell’organismo, egli ne dà questa definizione, all’epoca sibillina: “L’uomo è un vapore condensato”.

Convinto dell’importanza dell’ “alchimia” in campo patologico, egli ne esalta il ruolo nel trattamento delle malattie. Secondo lui l’uomo è un composto chimico; le malattie sono causate da un’alterazione di questo composto: occorrono dunque medicamenti chimici per combattere le malattie medicamenti che egli perfezionò attraverso l’alchimia per togliere la loro tossicità attraverso le diluizioni.

Conferma l’efficacia del mercurio contro la sifilide e inaugura il trattamento mediante zolfo e antimonio. Segnala chiaramente le proprietà anestetiche dell’ “acqua bianca” ottenuta facendo agire acido solforico sull’alcool. A questo liquido volatile, il tedesco Froben darà nel 1734 il nome di etere. Paracelso scrive: “questo prodotto .... ha un sapore gradevole. I polli lo bevono volentieri e cadono allora in un sonno profondo da cui si risvegliano dopo un certo tempo senza aver subìto alcun danno .... Il suo impiego è raccomandato per il trattamento delle malattie dolorose”.

Alla somministrazione tradizionale delle piante sotto forma di tisane, decotti o elettuari, Paracelso propone di sostituire quella degli estratti o “tinture”.

Come dicevamo il cinquecento è stato identificato come un secolo di riforme religiose e scientifiche. Ricordiamo oltre a Lutero, Copernico che rivoluzionò l’astronomia e Vesaglio che fece altrettanto per l’anatomia. Ma fu Paracelso più che Copernico e Vesaglio a sfidare le certezze erronee e opprimenti del tardo Medioevo.

Daniel Specklin, autorevole cronista del XVI secolo, considerava il 1517 un anno di particolare importanza nella storia culturale europea, in quanto era segnato dagli sforzi congiunti di Lutero, Paracelso e Dǜrer.

Paracelso fu detto il Lutero della medicina, così come Keplero definì se stesso il Lutero dell’astrologia. Il paragone tra Lutero, Paracelso e Dǜrer acquista anche maggiore importanza, a ragione del loro tentativo di unire interessi specialistici a preoccupazioni di più ampia portata culturale.

Sia nel campo della fisiopatologia sia in quello della farmacologia, Paracelso intravede chiaramente l’importanza delle ricerche di laboratorio: “Al di fuori della chimica”, afferma con decisione, “brancolerete nelle tenebre”. Sempre preoccupato della virtus, ossia del valore morale dello scienziato, egli traccia con ammirevole prescienza il ritratto ideale del biologo, quale lo concepiamo ai nostri giorni: “I medici spagirici” (i biochimici) “non sono pigri come gli altri; essi non si abbigliano con sontuosi velluti, sete o broccati; non hanno le dita cariche di anelli, né le mani coperte da guanti bianchi. Attendono con pazienza nel laboratorio. Indossano pantaloni di cuoio e un grembiule di cuoio per asciugarsi le mani. Parlano poco e non vantano i loro medicamenti, sapendo bene che è dall’opera che si riconosce l’artefice”.

“La natura, non l’uomo, è il vero medico. L’uomo ha perduto la vera luce della ragione e dell’intelletto animale, con le sue speculazioni e le sue teorie, ne ha usurpato il posto. Cercate di essere capaci di seguire nuovamente la natura ed essa sarà il vostro maestro. Imparate a conoscere il magazzino della natura e le celle in cui sono disposte le sue virtù. Le vie della natura sono semplici e non richiedono alcuna ricetta complicata”.

Il grado in cui Paracelso eccitò le ire dei suoi nemici è di per se stesso un’indicazione del successo che egli ebbe nel sabotare il tentativo di far trionfare l’autorità di Galeno nel campo della medicina. Dunque, la prima grande battaglia della rivoluzione scientifica fu combattuta tra Paracelso e Galeno, piuttosto che tra Copernico e Tolomeo.

 
La concezione dell’uomo

Ciò che distingue Paracelso è lo sguardo unitario nel mondo spirituale. L’uomo non è dunque per lui il soggetto in cui si immergono i sensi nel corso di una visita medica, ma l’uomo si trova secondo lui in relazione con tutta la natura. Egli dice: “Osservate ad esempio una mela, poi osservatene il seme; non potete capire come il seme cresce se non tenete in considerazione la mela intera. Il seme succhia la sua forza dal mondo circostante, ossia dalla mela, e lo stesso avviene con l’uomo ed il mondo intero”. Chi indaga solo sul seme e non sulla mela non può capire il seme. Per cui non esistono per lui né medicina né scienze naturali che non siano allo stesso tempo astronomia e conoscenza del divino. L’uomo è da vedere in queste relazioni e per questo l’essere dell’uomo si suddivide per lui in tre elementi.

Abbiamo innanzitutto l’uomo fisico, costituito dagli stessi componenti fisici, dalle stesse sostanze e forze che si trovano anche altrove nella natura. Chi percorre dunque la natura e studia i minerali, le piante e gli animali, costui studia in realtà, secondo Paracelso, quanto costituisce l’uomo fisico.

Egli vede l’uomo fisico, che chiama “uomo elementare”, come una specie di estratto, di essenza tratta dai singoli metalli, piante ed animali dell’intera natura fisica circostante. Questo costituisce per lui la parte inferiore, che si può paragonare alla parte esterna della mela, ma che non si può comprendere se non si comprende tutta la mela. Allo stesso modo non si comprende l’uomo elementare se non si conoscono la terra, le sue sostanze e le sue forze, poichè esso trae tutta la sua forza dalla terra. Una forza costruisce poi in questo uomo fisico elementare una sostanzialità più sottile, che Paracelso chiama l’Archeus. Egli distingue dunque dal corpo elementare un corpo più sottile, costruttore del corpo fisico e costruttore altresì della terra. Partendo dunque da quanto è esteriormente e sensibilmente percepibile egli vede in profondità, partendo dal corpo fisico vede il corpo vitale, ossia partendo dal fisico-esteriore egli vede la forza che vi sta alla base. Si tratta di quella “Vis Medicatrix Naturae” di cui parlava Ippocrate e che Paracelso invece chiama Mumia. Questo è secondo Paracelso il primo elemento dell’essere umano.

Egli considera anche il secondo elemento in rapporto al seme della mela, seppure in modo diverso. Rispetto a questo secondo elemento il seme della mela rappresenta tutto il mondo degli astri; come il corpo elementare trae le sue forze ed i suoi succhi dalla terra e da ciò che ne fa parte, così il secondo uomo deriva le sue forze da quanto vive nelle stelle, dalle leggi degli astri. Per questo egli chiama il secondo corpo (l’anima) “corpo astrale”, o corpo che appartiene al mondo degli astri.

Il terzo elemento è quello che egli chiama “spirito”. Lo spirito si comporta, come il seme della mela nei confronti di una mela ancora più grandiosa, ossia dell’intero mondo spirituale, come la scintilla divina che è nell’uomo si comporta nei confronti dell’intera somma di forze divine nel mondo. Paracelso distingue dunque nel mondo tre aspetti: il divino-spirituale, l’astrale e l’elementare-terreno.

Nell’uomo si ha un estratto delle tre cose: lo spirito umano è un estratto del divino-spirituale, il corpo astrale è un estratto di quello stellare ed il corpo fisico è un estratto dell’elementare-terreno. Come è necessario per la comprensione del corpo umano studiare l’aspetto materiale, le piante, gli animali e così via, così per capire l’uomo il medico deve studiare e capire quanto si svolge nel mondo degli astri. Poiché Paracelso sostiene che si comprende una malattia soltanto risalendo alle sue origini, egli ricerca la ragione dell’insorgere della malattia negli istinti e nelle passioni. Egli vede la malattia come la conseguenza di uno sbaglio dell’anima e la riconduce infine, nel suo senso più elevato, a qualità morali, pur non ricollegando queste direttamente alle stelle; egli sa infatti che non è necessario che l’effetto si produca tanto rapidamente. Egli vede dunque nel fisico un’espressione dello spirituale. Noi siamo angeli dice Paracelso, angeli che dormono ancora il greve sonno della carne. Chi vuole indagare la ragione di una malattia, deve studiare il fondamento delle simpatie e delle antipatie dell’anima; questo si può fare soltanto studiando le stelle con cui si trova in relazione, le sue stelle.

Cercate quindi di immaginare in che modo egli si avvicinava all’ammalato; con sguardo intuitivo la sua anima scorre lungo l’arto malato per passare a quanto vive interiormente nell’anima dell’uomo; da qui passa poi agli influssi astrali delle stelle ed a quelli elementari della terra. In ogni singolo caso egli ha presente queste cose: si tratta di vera medicina spirituale.

È molto bello il modo in cui egli esprime, come egli si rappresenta il mondo,  cerca di chiarirlo confrontandolo con l’immagine che egli stesso se ne è fatto: “Questo è qualcosa di grande su cui dovreste riflettere. Nulla vi è nel cielo o sulla terra che non si trovi anche nell’uomo, e anche Dio, che sta in cielo e sulla terra, si trova nell’uomo”. Egli vede un minerale, un animale, una pianta come singole lettere e l’uomo come parola composta dall’insieme di queste lettere.

Volendo dunque leggere l’uomo, si devono ricercare le singole lettere nel grande libro della natura. Questo è ciò che egli consente di avere sempre presente il mondo intero di fronte ad ogni caso particolare che egli deve trattare in quanto medico. Dietro a tutto questo agisce la forza geniale e morale, da cui sgorga tutto ciò che è in lui.

Quella, che in lui si ribella, contro il modo tradizionale di curare e di trovare misture varie per ogni possibile cosa, è in fondo quasi un’indignazione morale. Egli dice: “Io non sono qui per arricchire i farmacisti, sono qui per guarire gli uomini”.

 
La magia
 

Sgombriamo il campo dalla confusione che si fa, purtroppo anche a livello scientifico, tra magia e stregoneria. Sono due cose del tutto diverse e fra loro vi è la stessa differenza che passa fra la luce e le tenebre, fra bianco e nero. La stregoneria, come afferma Adalberto Pazzini (studioso di storia dell’arte sanitaria, autore di una monografia su Paracelso) è una pratica empia in quanto include direttamente l’attività dello spirito del male. Lo stregone “agisce come intermediario del demonio o dello spirito del male”. La magia invece è un primo tentativo di scienza, di gestione in proprio della natura senza intermediari religiosi.

Racconta Paracelso: “Tra i numerosi abati che si prodigarono per me c’era quello di Sponheim.” Da ciò si ritiene che indicasse uno dei maggiori maghi dell’epoca il così detto Tritemio. Questi fu un giovane prodigio: divenne abate nel monastero benedettino di Sponheim all’età di soli 22 anni, appena un anno dopo essere entrato nell’ordine e ancor prima di pronunciare i voti. Rinnovò la comunità e la trasformò in un rinomato centro di cultura. Spiegherà per esempio come “posso esprimere il mio pensiero ad un altro mentre mangio, sto seduto o cammino, senza parole, segni o cenni”, e questi pensieri possono essere inviati “per mezzo del fuoco a distanza di centinaia di chilometri o anche di più”. Fu accusato di stregoneria, ma negò con forza le accuse di negromanzia condannando pubblicamente la magia nera e i sortilegi e dichiarando che la vera magia naturale usava solo le forze nascoste della natura.

La chiesa non approvava la magia. I maghi erano dei concorrenti che scoraggiavano la pietà e la penitenza e privavano anche la chiesa degli oboli che il clero poteva far pagare per i suoi servigi. Incapace di eliminare il ricorso popolare ai maghi, la chiesa si comportava in modo pragmatico, condannando la stregoneria come opera del demonio, con tutte le conseguenze che ciò comportava cioè di poter finire sul rogo. Allo stesso tempo era abbastanza pronta a lasciare che il suo gregge credesse ai miracoli. In fondo una benedizione , gli esorcismi le indulgenze erano percepiti dal popolo affini ad un incantesimo rituale, e vi si ricorreva per proteggere navi, armature, case,  perfino il bestiame, e per assicurare un buon raccolto. L’acqua santa era considerato un potente amuleto dotato del potere di allontanare i vapori pestilenziali e per tenere alla larga le malattie.

La conseguenza fu che, con imbarazzo della chiesa, molti cominciarono a considerare le manifestazioni della devozione cristiana come semplici formule magiche. Ricordiamo che la messa era in latino ed era del tutto incomprensibile per il popolo. La Bibbia era proibita al popolo. Gli oggetti religiosi erano desiderati semplicemente come strumenti dai poteri occulti, così erano considerate le reliquie dei santi.

La magia dice Paracelso è una forma di sapienza dell’uomo che è superiore alle stelle e alle costellazioni. Colui che pratica la magia diventa padrone del cielo e della terra, per mezzo della sua libera volontà è chiamato “Magnus” (grande). “La magia non è stregoneria ma suprema sapienza”(De Peste). Secondo Paracelso: “Gesù, i profeti e gli apostoli avevano poteri magici… erano capaci di guarire i malati imponendo loro le mani  e di compiere molte altre cose meravigliose, ma naturali… Dov’è il prete oggi che sappia operare come lui? Cristo ha detto che i suoi veri seguaci avrebbero fatto le stesse cose e cose ancora più grandi, ma chi tenta di fare questo oggi lo chiamano stregone e figlio del diavolo e vogliono bruciarlo sul rogo”.(De Inventione Artium)

Il primo requisito per lo studio della magia è la conoscenza della natura. La visione di Paracelso è la risposta alla diffidenza medioevale nei confronti della natura. Paracelso naviga nel nuovo mondo della rinascita scientifica, come suo solito con un linguaggio nuovo e immaginifico. Ecco un piccolo esempio: “Il Misterium Magnum è animato dal soffio della forza vitale che trasforma le realtà dormienti in realtà operanti. Questo Misterium Magnum, però non è cristallizzato, ma è un processo dinamico, dialettico: da una parte c’è l’Iliastrer  eternamente orientato alla creazione e il Cagaster  principio di corruzione della materia.” Iliaster e Cagaster sono due termini coniati da Paracelso; il primo è composto da yle, cioè materia e aster, cioè stella, e indica spirito vitale, forza della natura. Cagaster deriva dal greco, kakos (cattivo) e aster e indica la forza della corruzione.

In definitiva per concludere il cerchio: quello che è vivo dovrà morire ma le cose morte rinasceranno. La putrefazione è una metamorfosi che consuma la materia e che crea nuovi corpi. “La natura è maestra universale.” Tutto ciò che non possiamo apprendere dall’apparenza esterna della natura possiamo apprenderlo dal suo spirito. I due sono uno. “Il potere della chiaroveggenza e della precognizione è attivo nei sogni. Artisti e studiosi hanno spesso ricevuto istruzioni nei loro sogni circa le cose che desideravano conoscere”. E ancora: “L’uomo è ciò che pensa. Se pensa fuoco è fuoco, se pensa guerra provocherà la guerra, tutto dipende dal fatto che l’intera immaginazione diventa un  intero sole, ossia dal fatto che immagina interamente quello che vuole”. (De virtute immaginativa). “L’esercizio della vera magia non richiede alcuna cerimonia né alcun incantesimo… Il vero potere magico consiste nella vera fede fondata sulla conoscenza spirituale”. (Morbus Invisibilis)  “Una forte volontà né domina una più debole; di conseguenza la prima condizione per produrre effetti magici è lo sviluppo della volontà”. (Paramirum)

 
Astronomia e Astrologia
 

L’astronomia si occupa dell’aspetto fisico dei pianeti e delle stelle, l’astrologia si occupa invece dell’influenze psichiche che le loro anime esercitano tra loro e sul microcosmo dell’uomo. L’astrologia è un’arte che non può essere capita senza conoscenza spirituale o da coloro che non possono avvertire l’influenza delle stelle.

Paracelso era convinto che l’uomo e il cosmo fossero termini analoghi e strettamente congiunti. Era impensabile studiare il microcosmo uomo senza valutare a fondo la posizione che questi occupava nel macrocosmo fisico e spirituale. Ciò che Paracelso chiamava “astronomia” occupava un posto centrale nelle trattazioni del suo sistema medico; ciò trova espressione nel titolo della sua maggiore opera della maturità, Astronomia Magna oder die Ganze Philosophia Sagus der Grossen un Kleinen Welt (1537 - 1538).

La filosofia naturale e la matematica venivano insegnate come discipline ancillari della medicina; l’astrologia era una componente ordinaria degli studi medici; l’alchimia occupava una piccola nicchia nello studio della farmacologia. Al tempo di Paracelso, le scuole mediche europee producevano una grande quantità di trattati astrologici: i principali esponenti della cosmologia e dell’astronomia rinascimentali avevano studiato medicina, e le due professioni erano compatibili e parzialmente intercambiabili.

Paracelso condivideva dunque ordini di priorità tradizionali, ma la sua concezione della filosofia, dell’astronomia e dell’alchimia si differenziava fortemente dall’insegnamento arabo e scolastico; egli si propose di rifiutare quanto veniva solitamente insegnato quale base della teoria medica. Il suo metodo mostrava debolezze per quel che concerne gli aspetti tecnici dell’astronomia, ma egli fu in grado di indicare, molto meglio dei suoi colleghi astronomi, tutti gli aspetti del sistema e di spiegare così le interazioni tra la sfera umana, la terrestre e la celeste. Questo desiderio di coerenza rimase una preoccupazione di fondo per le generazioni future di scienziati. Anche per Newton era importante che la sua teoria gravitazionale non contraddicesse le informazioni relative al funzionamento del microcosmo terrestre e umano, e le idee elaborate in questi campi di interesse influenzarono il suo pensiero metafisico. Al pari di Paracelso, Newton considerava inaccettabile adottare principi fisici che contraddicessero quanto si conosceva in chimica e in fisiologia. Se si tengono presenti gli ampi orizzonti delle speculazioni paracelsiane, non sorprende constatare che la loro influenza si estese a campi ben diversi dalla medicina e che Paracelso esercitò un’attrazione continua nei confronti dei riformatori.

Paracelso è stato poco compreso da chi non lo conosce profondamente, infatti è ancor oggi accusato di aver sostenuto proprio quelle superstizioni che le sue opere intendevano distruggere. Lungi dal difendere le pratiche superstiziose degli astrologi egli dice: Ci sono due Entia (cause) attivi nell’uomo, e precisamente l’Ens seminis”,questo equivale a dire che le qualità che la costituzione fisica dell’uomo ha ereditato dai suoi genitori e Ens virtutis, cioè le inclinazioni i talenti che egli ha sviluppato in un precedente stato di esistenza.

Sull’influsso degli astri così si esprime: “ma i pianeti e le stelle non costruiscono il suo corpo né dotano l’uomo di virtù o di vizi o di qualsiasi altra qualità. Il corso di Saturno non allunga né accorcia la vita di alcuno, e sebbene Nerone e Marte avessero lo stesso tipo di temperamento, Nerone però, non era il figlio di Marte, né Elena la figlia di Venere. Se non vi fosse mai stata la luna nel cielo, vi sarebbero tuttavia persone che partecipano alla sua natura. Le stelle non ci costringono in niente, non ci fanno inclinare a nulla; esse sono libere per sé stesse e noi siamo liberi per noi stessi. Si dice che un saggio domini le stelle; ma questo non significa che domini le influenze che provengono dalle stelle nel cielo, bensì che domina i poteri che esistono nella sua propria costituzione”.

L’Alchimia

Come abbiamo già affermato, il positivismo così detto scientifico, se vuole scoprire l’origine della scienza non deve, come fa, partire dalla prospettiva attuale. Ritenere come fa, la magia e l’astrologia dabbenaggini non porta da nessuna parte. Nel secolo XVI queste credenze erano gli unici punti di riferimento dell’epoca.  Scienza non è il tentativo di liberarci da queste idee, ma la capacità di capirle e di dare loro un senso.

 Carl Gustav Jung, nel suo scritto “Paracelso come fenomeno spirituale” afferma: “Fin dalle sue origini l’alchimia conteneva elementi di segretezza, o addirittura era una dottrina segreta. Con il trionfo del cristianesimo sotto Costantino le vecchie idee pagane non svanirono, ma sopravissero nella strana terminologia arcana dell’alchimia filosofica. In essa la figura principale era quella di Hermes o Mercurius, nel suo duplice significato di argento vivo e di anima del mondo, con le sue figure compagne di Sole (= oro) e Luna (= argento). L’operazione alchemica consisteva essenzialmente nella scomposizione della prima materia, il cosiddetto caos, nel principio attivo, l’anima, nel principio passivo, il corpo i quali venivano riuniti in forma personificata nella coniuctio o “matrimonio chimico”. In altre parole la coniuctio era interpretata allegoricamente nello Hierosgamos, la coabitazione rituale di Sole e Luna. Da tale unione scaturiva il figlius sapientiae o figlius philosophorum, il Mercurio trasformato, concepito ermafrodita come simbolo della sua completa perfezione”.

Per Paracelso tutta la natura è una forma di alchimia. Egli è convinto che esista un disegno cosmico in base al quale l’uomo è lo specchio dell’universo: “Il cielo è l’uomo e l’uomo è il cielo”. “Nella filosofia naturale cielo e terra, aria e acqua sono un uomo, e l’uomo è un mondo con cielo e terra aria e acqua…Dobbiamo quindi comprendere che quando somministriamo una medicina somministriamo il mondo intero”.

 

Oggi è normale trovare piacevoli le metafore poetiche del rinascimento, per esempio quella in cui Leonardo da Vinci definisce l’acqua geologica il sangue della Terra. Ma per lui e i suoi contemporanei non si trattava di metafora: la corrispondenza macrocosmo e microcosmo era da prendersi alla lettera. Leonardo diceva: “ L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione è bene collocata in però che, sì come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliantes. Se l’omo à in sé ossa, sostenitore e armadura della carne, il mondo à i sassi sostenitori della terra; se l’omo à in sé il lago del sangue, dove cresce  e discresce il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale anche lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue derivan vene che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite vene d’acqua.”

Secondo Paracelso Dio creò l’uomo a propria immagine, ma creò anche il mondo ad immagine dell’uomo. “Chi pone i venti e i mari, il sole e la luna eccetera nei cieli li pone anche nell’essere umano… Che cos’è infatti il mondo intero se non un segno che è di Dio ed è stato creato da lui?”

Il medico dovrebbe essere un alchimista, cioè dovrebbe capire la “Chimica della vita.” La Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo ingerito ed estrae come da un alambicco quelle sostanze di cui gli organi hanno bisogno. Il più alto aspetto dell’alchimia è la generazione spirituale dell’uomo dagli elementi del suo corpo fisico. Infatti il vero segreto della “Pietra filosofale” consiste nel sapere sviluppare dal corpo fisico le essenze stesse dell’uomo spirituale. L’uomo è radicato nella terra con i suoi elementi materiali, penetra con la sua anima nelle forze elementari della natura che sono mortali, ma la sua più alta natura si eleva nella pura atmosfera del cielo.

Come afferma Jung: “L’opus alchymicum nonostante i suoi aspetti chimici era sempre considerato una specie di rito alla maniera dell’opus divinum… Ben prima di figlius o lapis philosophorum (la pietra filosofale) era stata considerata un’allegoria del Cristo. Molti aspetti dell’opera di Paracelso, che rimarrebbero altrimenti incomprensibili, devono essere letti alla luce di tale tradizione.”

La chimica decompone e ricompone le sostanze materiali in date proporzioni, le può verificare ma lascia intatte le proporzioni e i primitivi elementi. L’alchimia invece eleva i corpi semplici ai più alti stati di esistenza. Per fare questo non è sufficiente un buon meccanico ma c’è bisogno di un artista. Il chimico esercita un lavoro manuale secondo certe regole: è come un operaio che taglia la pietra e la squadra con cura; l’alchimista è lo scultore che crea un capolavoro come il Mosè di Michelangelo. L’imbianchino che dà il colore ad un muro è il chimico; il pittore che dipinge un quadro è l’alchimista, perché mette nella sua opera il suo spirito e la sua creatività. Il chimico può depurare le sostanze fisiche dai suoi elementi estranei eliminando le impurità. Con l’alchimia eleviamo al più alto e puro e stato di esistenza gli elementi. Tritemio, uno dei maggiori teologi ed astrologi che abbiamo già presentato precedentemente come maestro di Paracelso afferma: “l’arte della divina magia consiste nella capacità di percepire l’essenza delle cose nella luce della Natura e di usare i poteri dello spirito per produrre cose materiali dell’universo invisibile; in tali operazioni  il disopra (macrocosmo) e il disotto (microcosmo) devono essere messi insieme e fatti agire armoniosamente. Lo spirito della Natura è un’unità che crea e forma ogni cosa e, agendo attraverso la strumentalità dell’uomo può produrre cose meravigliose. Questi processi avvengono secondo la legge. Imparerete la legge secondo cui queste cose vengono compiute, se imparerete a conoscere voi stessi. Vi conoscerete per il potere dello spirito che è in voi e lo farete mischiando il vostro spirito con l’essenza che proviene da voi stessi. Se volete riuscire in questo lavoro dovete sapere come separare spirito e vita nella Natura e  inoltre come separare l’anima astrale che è in voi e renderla tangibile: allora la sostanza dell’anima apparirà visibile e tangibile, resa oggettiva dal potere dello spirito. Cristo parla del sale, e il sale è di triplice natura. L’oro è di triplice natura, vi è un oro etereo, un oro fluido e un oro materiale. E’ lo stesso oro, ma in tre diversi stati; e l’oro in uno stato può essere trasformato in oro in un altro. Ma questi misteri non devono essere divulgati perché gli scettici e i beffeggiatori non sapranno capirli e per gli avidi sarebbe una tentazione”

La trinità divina si rispecchia secondo lui nella trinità dei principi, zolfo, mercurio e sale, in cui, mercé la creazione si determina la materia originaria, e a cui si riducono anche i quattro elementi tradizionali, solido, liquido, gassoso e il “fuoco radiante”. L’energia vitale permane nella natura sotto forma di una forza universale che Paracelso chiama Archeus e che determina anche la vita fisiologica di ciascun organismo. Il compito della medicina consiste  nel favorire l’azione dell’Archeus. Per gli alchimisti, in tutte le cose esistono tre principi: zolfo, mercurio, sale. Si cerca di estrarre, con una distillazione attraverso vari passaggi al fuoco, i tre principi sotto forma di un vapore condensabile (mercurio), di un olio più pesante (zolfo), di un residuo fisso (sale). Da tutti i metalli si possono ricavare i mercuri, gli zolfi, i sali, che a causa delle loro modalità di estrazione, posseggono delle qualità similari di tipo fisico-chimico. Poiché una distillazione non è mai totale, attraverso operazioni sempre più delicate si potevano ancora estrarre i nuovi sali, zolfi e mercuri dai tre principi diluiti. Approfondendo la speculazione alchemica sul mondo della materia, Paracelo voleva fissare gli stati fondamentali, l’aspetto intimo di questo mondo. La riduzione delle qualità a tre prelude già alla formulazione dei principi ritenuti caratteristici. E quando Paracelo parla dello zolfo, del sale e del mercurio (che esistono nel sistema quaternario degli elementi), egli si riferisce alle tre possibilità della materia: combustione (zolfo), solubilità (sale) e plasticità (mercurio). E’ ovvia l’avvertenza che queste sostanze sono intese come principi e quindi come aspetti invisibili della materia che nulla hanno a che fare con lo zolfo, con il sale e con il mercurio che troviamo in natura. Il carattere plastico del mercurio con le sue qualità contraddittorie (al tempo stesso pesante e volatile) indusse Paracelo a considerarlo come il padre di tutti i metalli. (“Tutti i metalli furono mercurio”). Ecco che nella sua speculazione riaffiorano i motivi genuini dell’alchimia, orientati verso la possibilità concreta della trasformazione dei minerali. In conclusione, le tre sostanze esprimono l’aspetto dinamico degli elementi o – con più precisione – le tre modalità essenziali che definiscono la loro vita. E non soltanto la vita del mondo minerale, ma la vita in generale perché in Paracelso sono frequenti i richiami all’analogia tra mercurio-spirito, tra zolfo-anima e tra sale-corpo. E’ certo che ci troviamo anche qui di fronte al simbolismo della tradizione alchemica , ma l’elaborazione concettuale di Paracelso è originale.

 
Paracelso omeopata

Paracelso fu veramente il primo degli omeopati. Emerit, senza dubbio uno dei suoi biografi più dotti, ci ha lasciato in proposito una preziosa testimonianza: “Se”, egli dice, “diamo alla parola “precursore” il significato di anello nella catena d’oro della tradizione, anello singolo ma indispensabile alla continuità della catena, Paracelso fu certamente il precursore dell’omeopatia; ma se questa parola dovesse assumere qualche connotazione peggiorativa (come se l’anteriorità nel tempo implicasse un’insufficienza o una mancanza di generalità o di profondità nelle opinioni dell’autore in questione), allora, senz’altro, potremo continuare a considerare Paracelso precursore, ma avendo cura di precisare che all’anello d’oro può seguire un anello d’argento, per noi più accessibile, che troviamo subito dopo il primo.”

Quindi possiamo dire a tutti gli effetti che Paracelso è stato un omeopata a 360 gradi. Non solo egli applicò con acutezza il metodo “similia similibus”, ma parlò di dosi infinitesimali, ad esempio la ventiquattresima parte della goccia.

Paracelso è stato un omeopata completo, che riuniva in sé le triplici doti del teorico, del clinico, del terapeuta. Dal punto di vista teorico, egli apprezzava i rapporti esistenti fra gli elementi del creato, le loro qualità estrinseche e intrinseche, generali e particolari. Dal punto di vista clinico, sulla base di osservazioni e di sintomi isolati, cercava di individuare la personalità del malato prima di curarlo. Dal punto di vista terapeutico, per la scelta dei materiali, si basava sulla similitudine e, per la loro preparazione, sull’azione solvente.

Per completare il quadro della patologia di Paracelso è necessario esaminare le sue premesse che contrastano con quelle enunciate da Galeno che credeva di poter localizzare ogni malattia in una determinata lesione organica. Il ragionamento si basa sulla premessa che gli umori derivano dalla malattie e non viceversa: si tratta quindi di un effetto e non della causa che deve preoccupare il vero medico. Naturalmente queste cause prime vanno ricercate nei “semi” e l’esempio dimostrativo di Paracelso è lineare e persuasivo. Ad esempio in un infermo travagliato dal flusso di ventre, le feci gialle indicano la presenza della bile e il seguace di Galeno concluderebbe attribuendo alla bile la causa del male. Ma è piuttosto il “seme” (l’agente patogeno) che è passato nella bile. La teoria di Paracelso nella terapia stabilisce il principio “similia similibus” che rievoca l’insegnamento ippocratico e che contrasta con il procedimento instaurato da Galeno che applica il principio “contraria contrariis”. Egli ritiene che sono gli elementi quelli che definiscono la malattia e non gli umori. Nel libro ottavo del Labirinto egli proclama che è giunto il momento di abbandonare la teoria degli umori,così come la propone Galeno.

 

“Il medico dovrebbe sapere che vi sono tre sostanze invisibili che, con la loro coagulazione formano il corpo fisico dell’uomo e che sono simbolizzate come zolfo, mercurio e sale. Lo zolfo rappresenta le aure e gli eteri, il mercurio i fluidi, e il sale le parti materiali del corpo; e in ogni organo queste tre sostanze sono combinate in varie proporzioni diverse fra loro. Queste tre sostanze sono contenute in tutte le cose, e il potere digestivo è il gran solvente di queste sostanze, delle quali ogni parte del corpo assimila quanto gli occorre. La rugiada cade dall’aria invisibile, i coralli nascono dall’acqua, i semi traggono il loro nutrimento dal suolo; la terra è il grande stomaco in cui ogni cosa è dissolta, digerita e trasformata, e ogni essere trae il suo nutrimento dalla terra; e ogni essere vivente è uno stomaco che serve da tomba per le altre forme e dal quale nuove forme vengono all’esistenza (Paramirum).”

 
Le segnature
 

Paracelso è un convinto assertore della teoria delle segnature che, all’epoca, costituiva uno dei punti forti dell’edificio scientifico.

Paracelso dichiara: “Tutte le forme naturali portano la loro segnatura che indica la loro vera natura. I minerali, i vegetali, e gli animali rimangono fedeli alla loro natura e le loro forme indicano il loro carattere. L’uomo, che è diventato innaturale, è l’unico essere il cui  carattere talvolta smentisce la sua forma, perché, mentre il suo carattere può essere mutato, la sua forma ha mantenuto la forma originale.” (De Philosophia)

Le erbe, le piante, i minerali portano impressi certi segni rilevatori che l’uomo sapiente deve saper riconoscere. Questi indizi che gli animali, ed un tempo gli uomini, riconoscevano istintivamente rivelano di per sé stessi un legame tra l’erba e l’uomo, tra la malattia ed il suo rimedio naturale. Paracelso afferma che è appunto l’intuizione quella che aiuta il medico a scoprire le caratteristiche, le segnature negli oggetti del macrocosmo. La sua prosa si fa quasi solenne quando scrive dell’Archeus signator e della sua opera. Egli scopre dovunque prodigi. Egli tratta delle ramificazione delle corna dei cervi e degli anelli delle corna delle mucche, dei segni sulle zampe e sul becco degli uccelli ecc. per sottolineare l’importanza di questi indizi che permettono di stabilire l’età degli animali ed altre deduzioni concrete. Ma il testo più interessante è quello che si riferisce alla segnatura delle piante, degli animali e del regno minerale. Si prenda ad esempio la celidonia (Chelidonium maius). La pianta è velenosa ma il colore giallo dei suoi fiori ed il succo che emana il gambo richiamano il giallo della bile fresca e questo è sufficiente a Paracelso per collegare la celidonia al fegato. Infatti in dosi omeopatiche è un rimedio epatico. La stessa cosa si può dire della polmonaria (polmonaria officinalis) la cui foglia richiama la forma dei polmoni e quindi viene raccomandata nelle malattie dell’apparato respiratorio. Numerose sono anche le osservazioni sulle segnature degli animali: ricordiamo soltanto quella nella lucertola la cui pelle è macchiata come si trattasse di un’affezione cutanea. È evidente, argomenta Paracelso, che quella pelle può servire come rimedio contro le dermatosi e perfino contro i tumori maligni. Dei minerali ricordiamo l’oro, il più nobile dei metalli, che ha una evidente correlazione con il cuore che è il più nobile degli organi: sarà dunque prezioso nelle affezioni cardiache.

Quindi le proprietà e le virtù di quanto esiste in natura si possono individuare dal loro aspetto. Per il terapeuta questi segni sono indizi del loro valore: le piante a forma di cuore possono essere usate per preparare i rimedi per il cuore; le orchidee possono curare le malattie dei testicoli. “Proprio come un immagine scolpita reca il marchio del suo costruttore o intagliatore così anche ogni opera di Dio reca la sua firma che attesta che Egli ne sia l’artefice… La radice Satyrion (orchidea) non è forse formata come le parti intime dell’uomo? Di conseguenza essa promette la capacità di reintegrare la virilità e il desiderio sessuale dell’uomo.”

La teoria delle segnature ha implicazioni anche in fisiognomica: “La forma di un uomo è plasmata in armonia con le caratteristiche del suo cuore.” La natura quindi imprime i segni del carattere nel corpo di una persona in particolare sul viso e sulle mani, rendendo possibili le arti della fisiognomica e della chirologia.

D’altro canto, egli non si limitò alla semplice decifrazione delle qualità concordanti delle sostanze e degli umori. Ad ogni male corrispondeva la sua cura specifica, determinata dalla concordanza astrale, e Paracelso, come gli omeopati, chiamava già con lo stesso nome la malattia e la sua cura. Dapprima egli studiò le malattie dei metalli, dei minerali, delle piante, da lui definite con i termini di “dissoluzione”, “secchezza”, “lebbra” e altri ancora. Poi cercò di rintracciare queste malattie nell’uomo e, allorquando riusciva a riconoscere un ritmo, tentava di trasporre da un regno all’altro le modalità di cura. Teneva conto anche delle malattie della mente e degli incantesimi, dei sortilegi particolari e generali; e infine delle malattie divine, che sono punizioni inflitte a individui o a intere collettività.

 
La medicina
 

La medicina di Paracelso è la logica conseguenza di ciò che abbiamo raccontato fino ad ora, descrivendo il suo punto di vista sull’uomo, sulla magia, sull’astrologia e sull’alchimia.

L’origine delle malattie è nell’uomo e non fuori di esso, ma le influenze esterne agiscono sull’intimo e fanno sviluppare la malattia. La maggioranza delle malattie è creata dalla non osservanza delle leggi della natura, “in conseguenza di ciò gli organi perdono la loro forza e la loro vitalità. Così lo stomaco può essere sovraccarico di cibo e irritato da bevande stimolanti che lo costringono a compiere più della sua naturale e legittima quantità di lavoro; i reni possono essere irritati da bevande stimolanti e velenose così da ammalarsi, infiammarsi o ingrossarsi per il loro eccesso di lavoro; lo stesso si può dire del fegato; i poteri sessuali possono esaurirsi prematuramente per gli eccessi, e la salute delle donne può essere distrutta dalla frequenza innaturale con cui vengono compiuti gli atti naturali. Gli animali vivono la loro natura solo all’uomo ragionevole è permesso ragionare contro i suoi istinti, trascurare di ascoltare gli ammonimenti della sua natura, e fare cattivo uso dell’organismo che gli è stato affidato dal potere creativo di Dio. In molti casi di vitalità perduta gli organi indeboliti possono riprendere la loro forza dopo un periodo di riposo e di cessazione dell’abuso. La Natura è una madre paziente che spesso perdona le colpe commesse contro di lei, sebbene non possa dimenticarle.”

Naturalmente il primo strumento a disposizione dell’uomo per conservare la salute è la prevenzione.

Egli approfondì con particolare precisione la fisiologia della funzione digestiva dell’uomo. Tale concezione si riallaccia a quella più generale dell’ordine che regna nel cosmo. Paracelso parte dal presupposto che esiste uno Spiritus, o Liquor Vitae che più precisamente chiama Archaeus. Come abbiamo già visto nella presentazione della concezione dell’uomo secondo Paracelso, l’Archaeus si può definire un sottile fluido eterico che condiziona la formazione e lo sviluppo dell’organismo e più in generale il ritmo delle funzioni vitali. Trattando della digestione nel “Paramirum” parla di una Archaeus preposto all’assimilazione degli alimenti (Digestio Archei), perché questi devono venire elaborati e purificati per poter assolvere al compito della nutrizione.

“Ogni essere vivente richiede quel particolare genere di cibo che è adatto alla sua specie e al suo organismo individuale; la Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo assunto. Nell’alambicco dell’organismo animale estrae quelle sostanze di cui i vari organi hanno bisogno. Le classi inferiori degli animali sono alchimisti migliori dell’uomo, perché possono estrarre l’essenza della vita da cose che egli è costretto a respingere. L’uomo estrae dal cibo le essenze più raffiniate, ma un maiale, ad esempio, può estrarre nutrimento da sostanze che sarebbero veleno nell’organismo umano, ma non vi è animale conosciuto che mangerebbe gli escrementi di un maiale. Gli animali si rifiutano di mangiare o bere cose che sono dannose per loro, e scelgono per istinto naturale le cose di cui hanno bisogno; solo all’uomo, dotato di ragion,e è dato di disobbedire ai suoi naturali istinti e mangiare o bere cose che sono dannose per lui, ma che possono soddisfare un gusto artificialmente acquisito. L’uomo è molto più soggetto alle malattie che non gli animali in stato di libertà, perché questi vivono in armonia con le leggi della loro natura; mentre l’uomo agisce continuamente contro le leggi della propria natura, specialmente nel mangiare e nel bere. Finché il suo corpo è forte, può espellere o superare le dannose influenze continuamente causate dalla sua intemperanza, dalla sua ghiottoneria e dai suoi gusti morbosi; ma un tale continuo sforzo di resistenza implica una seria perdita di vitalità e verrà un tempo in cui la malattia ne sarà il risultato, perché l’organismo richiede un periodo di riposo e un rinnovo di forze per espellere gli elementi tossici accumulati. Se il medico tenta di ostacolare questa espulsione di elementi tossici, compie un delitto contro la Natura e può causare la morte del paziente. Se, in questi casi, indebolisce le forze del paziente estraendo sangue, può diventare un omicida. I reumatismi e la gotte, l’idropisia e molte altre malattie sono spesso causati da queste accumulazioni di elementi impuri e superflui, e la Natura non può riprendersi finché questi elementi non sono espulsi e non è ristabilito il potere vitale degli organi. Quando l’organismo è indebolito e la sua vitalità è in declino, possono svilupparsi germi di altre malattie attraverso dannose influenze astrali, perché il suo potere di resistenza è fiaccato e così una malattia può svilupparsi da un’altra” (De Ente Veneni).

Il medico dovrebbe conoscere le leggi della natura, ma soprattutto la costituzione dell’uomo per potere essere efficace nel suo intervento. “La sua conoscenza si rafforzerà con la fede, e la sua fede gli darà potere, così che egli sarà come un apostolo, curando malati, ciechi e zoppi.”

La medicina di Paracelso poggia dunque su quattro pilastri:

1.       la filosofia, ovvero la conoscenza della natura fisica,

2.       l’astronomia, ossia la conoscenza dei poteri della mente,

3.       l’alchimia o conoscenza dei poteri spirituali dell’uomo,

4.       la personale virtù del medico, ossia la sua integrità morale.

“La conoscenza della Natura è il fondamento della scienza medica ed è insegnata dalle quattro grandi sezioni della scienza: filosofia, astronomia, alchimia e scienza fisica. Queste quattro scienze si estendono per un vasto campo e richiedono molto studio. Un comune proverbio dice: la via è breve, l’arte è lunga. Fin dall’inizio del mondo gli uomini hanno cercato l’arte di distruggere le malattie, e non l’hanno ancora trovata; ma al paziente sembra che l’arte medica sia molto breve e la conquista della scienza molto lenta, mentre la malattia è rapida e non aspetta che il medico abbia trovato la sua arte. Se un medico è in possesso della vera conoscenza, la sua arte opererà in breve sulla malattia, e la vita  del paziente sarà relativamente lunga. L’arte è breve perché richiede poco tempo per essere applicata se veramente la possediamo, ma l’errore è lungo, e molti muoiono prima di avere trovato l’arte.” (Commentaria in Aphorismas Hippocratis)

“Un medico deve essere un filosofo (cioè un uomo di scienza, n.d.r.); ossia deve osare, fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata intuizione e che non può essere acquistata  seguendo i passi di un altro; deve essere capace di seguire la sua propria via.”(De Modo Pharmacandi)

Paracelso continua a enumerare le caratteristiche che deve possedere colui che vuole effettivamente curare le malattie. “Curare le malattie è un’arte che non può essere acquistata solo leggendo libri ma deve essere appresa con l’esperienza. Né imperatori, né papi, né collegi, né università possono creare un medico. Essi possono conferire privilegi e far sì che una persona che non è un medico appaia tale; ma non possono fare in modo che sia quello che non è; possono dare la licenza di uccidere, ma non possono renderlo capace di curare i malati… la teoria dovrebbe precedere la pratica ma, se consiste in pure supposizioni e assunzioni e non è confermata dal lavoro pratico la teoria è inutile.” (Paragranum)

Nel Paramirum o libro delle cause. Paracelso riassume in cinque classi le cause di tutte le malattie. Come sempre questa distinzione, che pure è chiara, stringe Paracelso in paratoie piuttosto anguste, egli tende sempre a debordare da ogni categoria e spiega: “Abbiamo diviso le cause di tutte le malattie in cinque classi che sono le seguenti: Ens Astrale, Ens Venenale, Ens Naturale, Ens Spirituale e Ens Deale. Ma l’ultimo è la causa fondamentale di tutto ciò che esiste. Come vi sono cinque cause delle malattie, parimenti vi sono cinque diversi metodi per trattarle.”

Passiamo quindi all’elencazione delle cinque classi affidandoci come sempre, dove è possibile, alle parole dirette di Paracelso.

  1. Ens Astrale cioè malattie causate da cause astrali “Il mondo è il macrocosmo e l’uomo è il microcosmo, e gli elementi di tutto ciò che esiste nel primo esistono nel secondo. Tutte le influenze che derivano dal sole, dai pianeti e dalle stelle, agiscono dunque invisibilmente sull’uomo… Se nella nostra atmosfera non esistono germi di malattia, l’influenza astrale che viene dall’esterno non provocherà danni. Se nella sfera della nostra anima esistono elementi malefici, essi attraggono queste influenze astrali così da sviluppare malattie.

Un medico dovrebbe conoscere la fisiologia e l’anatomia del cielo come quelle dell’uomo per    capire le cause e le cure astrali.” “Quello che è attivo nelle medicine sono gli elementi astrali che agiscono sull’uomo astrale; le medicine sono prodotte per influenza astrale, e questo costituisce un’enorme differenza a seconda che una medicina sia pervasa da un’influenza o da un’altra.” (De Caducis)

 
 
  1. Ens Venenale cioè malattie causate da sostanze velenose e impurità. “Impurità ed elementi dannosi possono entrare   per varie vie nell’organismo umano. Possono essere assunte con il cibo o con le bevande, possono essere inalate con l’aria o assorbite dalla pelle. Vi sono sostanze velenose visibili e invisibili, e alcune che non sono dannose se entrano isolate nell’organismo ma che possono diventarlo se vengono in contatto con altre sostanze… ogni cosa contiene virtù nascoste che possono essere utili per alcuni esseri e malefiche per altri.”(De Ens Veneni) Quanto detto precedentemente in merito all’alimentazione e sul potere digestivo come solvente nell’ambito del processo alchemico conferma quanto stiamo elencando.
  2. Ens Naturale ossia malattie provenienti da cause psicologiche. Come sappiamo dalla medicina psicosomatica, una malattia corporea può derivare spesso da uno stato morboso della mente. Così non possono essere curati in maniera sintomatica, ma occorre risalire all’origine. La medicina allopatica spesso dimentica che occorre applicare quei rimedi che corrispondono allo stato mentale del paziente. Troppo facile per certa medicina uccidere una mosca con il cannone come diceva Luigi Costacurta, bisogna poi valutare il grave danno causato da simile cura. “Non è un medico colui che può vedere solo quello che è visibile da qualsiasi zotico. Il giardiniere esperto, guardando il seme, può dire quale genere di pianta nascerà da esso; egualmente il medico dovrebbe essere capace di percepire come le malattie hanno origine e in quale modo si svilupperanno… Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti dove non trova altro che gli effetti già avvenuti e non arriverà mai ad una fine; perché anche se uccidesse mille persone per studiare questi effetti, rimarrebbe sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie studiando l’uomo universale.” (Paragranum) “Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti delle malattie sono come persone che s’immaginano di poter mandar via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve. Questa gente ha perso la luce della ragione e ha perso se stessa in oziose divagazioni con gran detrimento del benessere dell’umanità.” (De Astronomia) “Chi conosce la Natura, l’amerà e otterrà il potere di impiegare le sue forze. Nessuno può divenire artista o inventore se non ne ha la capacità naturale; nessuno può essere un buon medico se non è nato per esserlo. L’arte d’ inventare è una specie di Magia, che non può essere insegnata ma che deve essere acquisita.” (Labyrinthus Medicorum) “Anche l’ignorante sa che l’uomo ha un cuore e dei polmoni, un cervello, un fegato e uno stomaco. Ma egli crede che ognuno di questi organi sia separato e indipendente, che essi non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altro e perfino i nostri più dotti medici non si accorgono del fatto che questi organi sono solo i rappresentanti materiali e corporei di energie invisibili che pervadono l’intero sistema e circolano in esso. Così per esempio il vero fegato è una forza che circola in tutte le parti del corpo e ha la sua guida in quell’organo che chiamiamo fegato. Tutte le membra del corpo sono potenzialmente contenute nel centro del fluido vitale, che ha la sua sede nel cervello mentre l’attività che lo sospinge proviene dal cuore.” (De Viribus Membrorum)
  3. Ens Spirituale ovvero malattie che hanno origine da cause spirituali.

“L’Ens Spirituale appartiene allo spirito.” Questa categoria di malattie è causata dalle passioni e dai pensieri disordinati. Sappiamo che certe emozioni possono produrre infarti , ictus, aborti        ed altre patologie improvvise. Certe forme di spavento o sentimento di rancore, possono indurre a grandi cambiamenti fisiologici con conseguenti patologie a carico del fegato, dei reni e della colonna vertebrale. Il dolore può uccidere mentre la speranza e un consapevole controllo della propria emotività oppure, sentimenti di gratificazione possono curare gravi anomalie.

“L’Ens spirituale è la Volontà. Il potere della vera volontà spirituale è conosciuto assai poco perché ben pochi lo posseggono.”Anche i pensieri fanno ammalare.

“Se una persona è cupa e depressa non dovrebbe essere lasciata sola ma dovrebbe avere qualcuno che la consoli e le spieghi che deve liberarsi dai suoi tetri pensieri.” “L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni anormali e causare malattie; ma una persona che non ha cattivi desideri non avrà cattiva immaginazione e nessuna malattia scaturirà dal suo pensiero.”

Paracelso afferma che l’odio e la volontà di vendetta producono un’immaginazione malefica che può influire su un’altra persona procurando una malattia o incidenti.

“Una persona che ha cattivi desideri avrà una cattiva immaginazione e le forze create nella sfera della sua mente possono essere proiettate dalla potente volontà nella sfera mentale di un altro. I pensieri non sono  vuoti nulla, ma sono formati dalla sostanza che forma l’elemento dell’anima, così come un pezzo di ghiaccio è formato dalla sostanza dell’acqua. La volontà è il potere che può concentrare l’immagine formata nella mente così come il potere del freddo può far si che un corpo d’acqua si congeli in solido ghiaccio; e come un ghiacciolo può essere trasportato da un luogo in un altro, così un cattivo pensiero a cui un’intensa volontà ha dato forma può essere scagliato contro la sfera mentale di un altro ed entrare nella sua anima se questa non è sufficientemente protetta.” (Philosophia Occulta)

  1. Ens Deale ovvero malattie che hanno origine da causa divina.

Questa parte è piuttosto complicata e forse più difficile da accettare per noi del  XXI secolo.  Paracelso nel suo linguaggio, pur essendo poco luterano, parla di “predestinazione.” Per dirla, in altre parole si tratta di una causa derivante dal Karma di ogni individuo. Tuttavia, lascia trasparire un cauto ottimismo e dice: “Se è nella predestinazione del paziente, che debba restare nel suo purgatorio, il medico non lo aiuterà ad uscirne; ma se è venuto il tempo della sua redenzione, il paziente troverà il medico adatto attraverso cui la volontà di Dio gli manderà la guarigione. Il medico può curare il malato usando rimedi, ma è Dio che fa il medico e i rimedi. Dio non compie miracoli senza l’uomo, egli agisce attraverso la strumentalità dell’uomo, e risana il malato attraverso la strumentalità del medico. Di conseguenza il medico deve possedere la fede così da essere uno strumento perfetto mediante il quale la volontà di Dio può essere compiuta.” (De Ente Dei)

Anche in questa causa, comunque Paracelso lascia un margine di speranza, senza cadere nel determinismo più bieco e conclude: “Ogni malattia corporea sarà curata alla sua giusta ora.”

Se cinque sono le cause di malattie cinque sono anche i modi per curarle. Le riassumo in maniera sintetica, perché sono sufficientemente note ai nostri lettori

1.       Naturales: è la cura dell’allopatia che interviene con i “contraria contrariis”, cioè i contrari si curano con i contrari come avviene nell’idroterapia: al caldo si oppone il freddo.

2.       Specifici: sono i rimedi che usa l’omeopatia: “similia similibus curentur” (il simile si cura con il simile) ad esempio l’insonnia si cura con la coffea cioè il caffè.

3.       Caracterales: cura delle malattie impiegando il potere della volontà: ipnotismo, magnetismo, cure mentali.

4.       Spirituales: cioè la cura delle malattie con l’impiego delle forze spirituali come ad esempio la magia.

5.       Fideles: ovvero curare con il potere della fede come Gesù e gli apostoli.

Naturalmente Paracelso utilizzò questi metodi nelle sue terapie così famose che lo portarono alla celebrità nonostante gli eccessi verbali di cui si è parlato all’inizio della nostra trattazione, che scandalizzarono solo i tradizionalisti.

Chi vuole essere medico alla maniera di Paracelso deve effettuare una severa attività scientifica di verifiche e controverifiche, oltre ad avere la consapevolezza di sé raggiunta attraverso un assiduo lavoro su se stessi. Sentiamo come sempre il suo pensiero: “Coloro che cercano di curare il malato per mezzo di ciò che hanno appreso nei libri e senza usare il proprio giudizio sono le vergini folli menzionate nella Bibbia che sciuparono l’olio delle loro lampade e cercarono di prendere a prestito la luce da altri. Coloro la cui mente è aperta a ricevere la verità, che sono caritatevoli con tutti, che amano la loro arte per se stessa e cercano di fare la volontà di Dio, appartengono alla mia scuola e sono i miei discepoli essi saranno ammaestrati dalla luce della sapienza, e Dio compirà i suoi miracoli attraverso di loro,come suoi strumenti.” (De Virtute Medici)

La medicina di Paracelso fu spesso incomprensibile per i medici e i farmacisti della sua epoca. Egli li apostrofava come ignoranti, superficiali o addirittura disonesti. Anche i rappresentanti della medicina di oggi, che bollono l’omeopatia come pratica antiscientifica basata, sulla creduloneria dei poveri pazienti non capiranno mai la medicina di Paracelso, che tra il resto dell’omeopatia è il precursore.

La straordinaria capacità terapeutica di Paracelso dipende certamente dalle sue conoscenze enciclopediche, ma la sua vera abilità, il segreto di cui tanta letteratura ha vaneggiato, il suo “Laudanum”miracoloso dipendevano dal suo metodo. Egli curava le cause interne da cui dipendono gli effetti esterni. Egli sapeva trattare le quintessenze degli elementi per sostenere con la loro vitalità gli organi corporei in difficoltà. Si tenga presente il ragionamento per comprendere l’alchimia medica. Come l’Archaeus trasforma la materia per mantenere la vita, così il medico dovrà perfezionare le erbe e i minerali per combattere efficacemente le malattie. C’è dunque in noi un vero proprio medico interno che veglia sui ritmi organici ma che non riesce sempre nelle sue funzioni. Il medico interno può diventare improvvisamente “stanco” e allora s’impone l’intervento del medico esterno: “ubi natura desinit, spagiricus incipit”(dove la natura viene meno incomincia l’opera del medico alchemico).

Per ottenere questi risultati occorre avere capacità d’indagine sulle cause delle malattie,  conoscenza e potere spirituale  ottenuti da una disciplina e da una pratica spirituale di anni. Queste facoltà splendevano nella sua persona.

Gli Arcana di Paracelso non si apprendono dai libri e neanche da formule e ricette nascoste. Gli opportunisti che l’hanno seguito, per carpirgli i segreti, sono rimasti con un pugno di mosche. Il successo dipendeva da uno stato di grazia, che si raggiunge con sacrificio, costanza e disinteresse, perché siamo nella dimensione di una scienza spirituale: Questo era il segreto di questo uomo straordinario, compreso da pochi ma che ha saputo guarire una moltitudine di persone ritenute ormai spacciate. Significativa è la conclusione di Rudolf Steiner: “Soltanto una ricerca spirituale approfondita potrà comprendere quanto si trova negli scritti di Paracelso; quando Paracelso verrà compreso a fondo, egli non apparirà più come uno spirito interessante da un punto di vista storico ma piuttosto come uno spirito da considerare da un punto di vista più elevato, dal quale molto vi è ancora da imparare, per lo meno perciò che riguarda il metodo.”

Ecco i rimedi di Paracelso in ordine di grandezza secondo le sue parole: “il primo Arcanum è il Mercurius vivus; il secondo è la prima materia; il terzo è il Lapis Philosophorum, il quarto è la Tinctura. Questi rimedi sono piuttosto di carattere angelico che umano.” (Archidoxes)

L’Arcanum è un rimedio incorporeo, indistruttibile, supremo al di là di ogni corporeità, è la virtù di una cosa nella sua più alta potenza, è un rimedio di ordine spirituale. La quintessenza non è altro che lo spirito vitale insito nelle erbe, nei minerali, è la virtù che esprime il potere segreto degli oggetti e il medico dovrà faticare molto prima di scoprire la quintessenza adatta alla cura delle singole malattie. Nelle Archidoxes Paracelso tratterà a lungo delle quintessenze che comprendono vari gradi: Arcani immortali, Magisteri-estratti, Specifici-combinazioni, Elisir-preservativi. Essi ottengono guarigioni miracolose proprie per la loro estrema purezza che solleva il medico interno stanco.

Per quanto riguarda la preparazione delle medicine, sforzo costante di Paracelso è sempre  stato quello di cercare di eliminare il più possibile dal medicamento ciò che è nocivo per l’uomo, per estrarne l’essenza, permettere la sua liberazione, trovare il mezzo che la trasporti senza alterarne la qualità. Paracelso era famoso per saper estrarre la quintessenza. Quando distilla, cooba, sublima, fa circolare, manda in putrefazione, depura i suoi preparati, egli cerca di separare il puro dall’impuro, il sottile dallo spesso, come già aveva insegnato Ermete. Ripetutamente nei suoi lavori ribadisce che la quantità non è nulla, basta che ci sia la qualità.

Paracelso prescrisse rimedi energici con grande abilità. Aveva l’assoluta padronanza della tecnica  del dosaggio e l’esperienza del medico umile e coraggioso. Egli proclamava la grande verità: la dose è tutto.

Interessante sarebbe riportare le varie testimonianze di guarigioni miracolose come quella dell’editore Froben. Lo spazio non ce lo consente. Cito solo un passo da una lettera di Erasmo da Rotterdam a Paracelso che ci dà un’idea della sua capacità di diagnosi: “ Sono stupito di constatare quanto mi conosciate fino al midollo, per quanto mi abbiate visto una sola volta.”

 
Il teologo 

E’ certo che Paracelso si dichiarava sempre dottore in medicina e in teologia. Di fatto parla con competenza di teologia nelle sue opere scientifiche, ma sappiamo che diversi scritti su questo argomento non sono stati ancora pubblicati e quelli pubblicati sono di difficile accesso. Si conosce l’esistenza di 40 monografie teologiche, 16 commentari biblici, 20 sermoni, 20 opere sull’Eucarestia, 7 sulla Vergine Maria.

Nonostante l’iniziale simpatia per Lutero, Paracelso non divenne protestante. Egli rivendica la sua totale indipendenza in fatto di religione. Come in medicina, anche in teologia, rifiuta tutte le scuole, tutte le dottrine all’infuori della Bibbia. E scriveva: “Dio ci chiede il cuore, e non cerimonie, perché con queste la fede in lui perisce… Se si cerca Dio si deve andare oltre, perché nella Chiesa non lo si trova… La fede in Dio e nel suo unico figlio Gesù Cristo per noi è sufficiente; i digiuni, le messe, le veglie et similia su di noi non hanno effetto alcuno.”Egli deplorava i riti insensati e superstiziosi con uno zelo superiore a Lutero. Per lui le funzioni ecclesiastiche sono una perdita di tempo peccaminosa.

Sulla teologia di Paracelso si potrebbe scrivere una relazione voluminosa. Per le nostre finalità accontentiamoci di questi pochi appunti. Ricordiamo comunque per concludere che Paracelso tenne un’equidistanza tra la chiesa romana corrotta e Lutero, che considerava troppo cupo, con scarsa fiducia nella ragione; era troppo per uno spirito rinascimentale libero come Paracelso. Per liquidare la questione con una battuta Paracelso diceva che il Papa e Lutero erano come due puttane che discutevano di castità e litigavano per la stessa camicia.

Gnomi e ninfe

Non posso concludere senza il riferimento ad una curiosità che riguarda la credenza di Paracelso negli Homuncoli e negli spiriti elementari (gnomi, ninfe, silfidi, salamandre). La generazione degli homuncoli dice il nostro autore che è stata tenuta segreta per molto tempo e intorno ad essa i filosofi antichi avevano avvolto un velo di silenzio, al punto tale che si era dubitato della loro esistenza. Questi esseri sono creazioni di esperti spagirici che danno vita agli homuncoli che sono a disposizione degli uomini per i loro fini positivi e negativi. I testi non sono chiari. Ritengo che questi esseri possono essere considerati alla stregua degli spiriti elementari: gnomi, ninfe ecc. L’opera sulle ninfe è costituito di un prologo e sei trattati. Nessuno deve meravigliarsi che esistano creature simili, dice Paracelso. Queste cose non appaiono comuni, “ ma molto rare e le vediamo soltanto perché condividiamo una scienza delle cose, che dunque sono, ma è come ci apparissero in sogno” (Della rinascita). Essi costituiscono un regno intermedio dell’uomo spirituale. Essi sono affini al mondo della natura e al mondo animale. Dispongono di un corpo non di “rozza carne”ma di materia sottile. In questo modo possono passare attraverso i muri, le rocce, le pietre e vivere nel fuoco, nell’aria, e nell’acqua. Con la morte si estinguono completamente senza lasciare traccia.

Rudolf Steiner ritiene che questi esseri della sfera eterica li possiamo incontrare anche ai nostri giorni se apparteniamo alla categoria degli spiriti sensibili. Comunque li abbiamo incontrati nella nostra infanzia visto che la civiltà attuale li ha confinati nel mondo fiabesco dei bambini.

Le opere

La sua opera scritta comprende numerosi libri e opuscoli apparsi, in parte, dopo la sua morte. Ma Più che le concezioni teoriche di Paracelso sono le sue ammirevoli intuizioni di grande terapeuta a dargli il posto d’onore che gli spetta nella storia della medicina.

Non abbiamo lo spazio  sufficiente per fare un elenco ragionato delle opere di Paracelso, solo l’elencazione avrebbe bisogno di diverse pagine.

Il primo editore che raccolse le sue opere fu Johannes Huser nel 1562. Karl Sudhoff raccolse quattrocento anni dopo gli iscritti di Paracelso e li pubblicò in ordine cronologico. Ne risultò un testo critico di 7.500 pagine. Nel 1929 fu pubblicato anche un primo stralcio delle opere teologiche. Il secondo stralcio è iniziato nel 1955 e a quanto mi risulta non è ancora stato concluso.

Bibliografia

Antonio Miotto, Paracelso il medico stregone, Ed. Fratelli Melita, 1988

Eva Stahl , Paracelso, medico filosofo, mago, Ed. E.C.I.G. 1995

Franz Hartman, Il mondo magico di Paracelso, Ed. Mediterranee, 1982

Primin Meier, Paracelso medico e profeta. Ed. Salerno, 2000

Philip Ball, Paracelso l’ultimo alchimista, Ed.Rizzoli, 2008

Carl Gustav Jung, Paracelso come fenomeno naturale, Ed. Bollati Boringhieri, 1988

Adalberto Pazzini, Paracelso e l’umanesimo italiano, Ed. Università di Roma, 1941

Rudolf Steiner, Paracelso, Ed. Arcobaleno, 1985

PARACELSO
Un rivoluzionario dell’arte sanitaria
di Giacinto Bazzoli

Dal seno della presente generazione la signoria di tutte le arti è stata conferita a me,

Teofrasto Paracelo,principe della filosofia e della medicina.

Sono diverso e questo non deve turbarvi.”

Così si presentava Paracelso a contemporanei, all’alba dell’era moderna.

Iniziò la sua carriera universitaria con una provocazione: l’insegnava,parlando tedesco,la lingua del popolo e della sua terra di cui andava orgoglioso. Ricordiamo che la lingua della scienza era il latino, quindi era una profanazione utilizzare la lingua volgare.

Nacque il 10 novembre 1493 presso l’abbazia di Einsiedeln, in Svizzera, in un ambiente di povertà rustica e di fierezza popolare tipico dei cantoni elvetici che si battevano allora per la propria indipendenza. Fu colpito nel corso della vita da disgrazie e malattie, in base alle quali, alcuni vollero spiegare la sua instabilità, la sua ombrosa iattanza, la sua irritabilità.

Alla nascita fu registrato come Filippo Aureolo Teofrasto Bombast von Hohenheim, ma volle chiamarsi, alla latina  Paracelso (parziale latinizzazione del luogo di nascita, Hohenheim, ma anche allusione a Celso, uno dei medici più famosi dell’antichità, con l’aggiunta del prefisso greco para a denotare la vicinanza di pensiero).

Privato giovanissimo dell’affetto e delle cure della madre, fu iniziato dal padre alla medicina pratica: “Per dieci anni non ho letto che un solo libro, quello della natura”, scrisse più tardi; e altrove: “Il medico deve essere anzitutto un uomo buono e veridico”.

Ancora  adolescente, Teofrasto iniziò a vagabondare. Educato dal padre, esperto in questioni minerarie, lo troviamo dapprima nella regione mineraria della Carinzia, dove insegna chimica (alchimia) nelle scuole delle miniere. Qui intuisce la patologia professionale dei minatori. A Villach comincia a dedicarsi all’occultismo, cui è stato iniziato dal priore benedettino di Würzburg, Tritemio. In seguito viaggia praticando la medicina per tutta l’Austria, la Germania e l’Italia; a Ferrara studia presso Nicolò Leoniceno e si laurea in medicina.

Prosegue instancabile i suoi itinerari (“Un medico deve viaggiare,” soleva dire. “Si apprende assai più peregrinando che rimanendo accanto al camino”): passa da Salerno a Lisbona, a Montpellier, a Parigi, a Strasburgo, studiando le malattie più diffuse fra il popolo, fondando un nuovo sistema terapeutico sulla base delle sue cognizioni e osservazioni cliniche, guadagnandosi l’amicizia di medici e malati, ma anche sollevando grandi dispute. Nel 1527, l’appoggio di Erasmo da Rotterdam e dell’editore Frobenius, da lui guarito, gli valgono il posto di medico municipale e la cattedra di medicina all’università di Basilea. Ma la tracotanza di cui dà prova nella lezione inaugurale, il rogo dei due più famosi trattati di medicina classica, l’ostilità dei farmacisti, che egli vuol sottoporre a controllo, lo costringono a lasciare la città. Si rifugia dapprima a Colmar, poi riprende le sue peregrinazioni di città in città; troviamo tracce del suo passaggio a Colonia, Norimberga, Augusta, Venezia, nelle miniere del Cumberland, a Oxford, a Stoccolma, a Lipsia, a Vienna, in Ungheria e persino in Russia.

 Nel 1541 fu chiamato a Salisburgo dal principe-vescovo di quella città. Abbiamo un disegno famoso di Hirschvogel del 1540, dove Paracelso è ritratto terribilmente serio e chiuso nella sua amarezza. Sono gli ultimi anni della sua vita ed egli è stanco e depresso, non sta bene di salute: le rughe solcano le guance e gli occhi sono infossati, è schiacciato, oltre che dalla malattia, dall’amarezza, dalla solitudine e dalla delusione. Soleva ripetere sconsolato: “Non ho saputo piacere ad alcuno, salvo a coloro che ho guarito.”

Si ferma a Salisburgo e ormai attende la morte come sollievo che gli porti la pace. Negli ultimi tre giorni soggiorna all’albergo del “Cavallo bianco.” Chiama il notaio per redigere il testamento: “Debole di corpo, ma puro di cuore,” dicono le prime parole. Lascia libri ed attrezzature ad un medico di Salisburgo. Lascia i suoi soldi “ai suoi eredi: i poveri e i miserabili, che non hanno né danaro né risorse.” Il 24 settembre del 1541 muore e viene sepolto in una tomba semplice nel cimitero della chiesa di San Sebastiano. Intorno alla sua tomba furono recitati i salmi 1°,7° e 13° come previsto dal suo testamento. Inoltre chiese che ad ogni povero che stazionava di fronte alla chiesa fosse donata una moneta.

Questo personaggio straordinario ha diviso gli uomini di scienza,sia ai suoi tempi che oggi. Pochissimi lo hanno compreso.

Strane voci circolavano intorno a Paracelso e i suoi discepoli. Molti lo denigrarono per invidia o per bassi interessi di bottega.

Molte generazioni passarono prima che altri dotti personaggi come Oswald Spengler, Friedich Gundolf, Wolfang Goethe,Carl Gustav Jung e Rudolf Steiner, riproponessero Paracelo come uomo faustiano, con intenzione tutta diversa e in una chiave irrimediabilmente modificata dal sopravvenuto “Faust”di Wolfang Goethe.

Tra gli estimatori eccelle Rudolf Steiner che lo cita numerose volte nelle sue opere; memorabile è la sua conferenza di Berlino del 26 Aprile del 1906.

Carl Gustav Jung, il grande psicoanalista, ci dà un ritratto intellettuale, articolato e persuasivo di Paracelso, suo compatriota svizzero. Jung afferma “le parole che scorrevano dalla penna di Paracelso, non provenivano tanto dalla sua profonda riflessione, quanto da uno spirito dei tempi in cui Paracelo viveva…Paracelso fu il prototipo di Faust…Egli aveva la stessa pietà interiore di Angelo Silesius e la sua stessa semplicità commovente…nel suo rapporto con Dio.”

Rudolf Steiner afferma che “Paracelso aveva accolto in sé lo spirito dell’antica medicina intuitiva”. Uno sguardo penetrante come il suo, continua Steiner,  l’essere intelligente che gli era proprio e che comprendeva la grande relazione con il cosmo, gli conferivano quell’intensa coscienza di sé che ha qualcosa di incantevole nel modo in cui egli si presentava contro coloro che esercitavano nel modo usuale la scienza di allora. L’arte medica di quei tempi era assai simile a quella odierna, con la differenza che oggi non abbiamo in campo medico un Paracelso. Seguendo la medicina di oggi e vedendo come un medicinale viene scoperto, dichiarato nocivo ed eliminato dopo soli 5 anni, vedendo che molte persone vengono visitate, ma che è del tutto scomparso l’occhio per le relazioni degli uomini con la natura, ci accorgeremo che tutto ciò ricorda abbastanza chiaramente i tempi di Paracelso. La maggioranza invero non intuisce neppure come mai ci si trovi di nuovo a vivere in tempi del genere né quanto incredibilmente grande sia il potere della fede nell’autorità in questo campo.

Il mio escursus cercherà di dare un’immagine fedele del grande medico del rinascimento. Per questo cercherò di riportare il più possibile il suo pensiero,citando esplicitamente i suoi scritti.

Egli turbò medici e preti, autorità e principi del rinascimento,Cattolici e Luterani,farmacisti e mercanti.

Vediamo il perché. Abbiamo detto che era fiero delle origini della sua gente: “Non posso vantarmi di retorica o sottigliezze. Parlo la lingua della mia nascita e del mio Paese;dato che vengo da Einsideln, sono di nazionalità svizzera e nessuno deve rimproverarmi il linguaggio rozzo. I miei scritti non devono esser giudicati dalla lingua ma dall’arte e dall’esperienza che offro al mondo intero,che spero al mondo intero saranno utili.”Il suo motto scritto sempre in arcaico tedesco svizzero da lui parlato recita:”Non sia schiavo altrui chi può essere signore di se stesso.”

Non c’è dubbio che Paracelso rappresenti un incubo per il positivismo. Infatti benché sia stato uno sperimentatore a cui la chimica deve moltissimo,la sua opera non rifugge dalla magia,dall’astrologia, dall’alchimia, e dalle credenze religiose. Ricordiamo che Newton riteneva l’alchimia una scienza e che Galileo credeva all’astrologia. Se si vuol scoprire l’origine della scienza non è bene partire dalla prospettiva attuale.

Come diceva Rudolf Steiner “Per comprendere Paracelso è necessario considerare il carattere fondamentale della sua azione come medico e come filosofo, lo si deve ritenere un teosofo proprio perché univa in sé queste due caratteristiche dell’anima.

La sua personalità era del tutto unitaria. Con sguardo geniale egli cercava di comprendere la costruzione dell’edificio del mondo. Il suo sguardo sorprendente si volgeva verso l’alto, ai misteri del cosmo,e sprofondava nella struttura della terra ed in particolare dell’uomo. Questo sguardo geniale penetrava inoltre nei misteri della vita spirituale. Intanto egli era teosofo, in quanto cercava di abbracciare contemporaneamente l’essenza delle conoscenze astronomiche e quelle dell’antropologia,ossia l’antropologia in relazione allo studio di tutti gli esseri viventi. Nulla vi era in quest’ uomo di soltanto teorico, ma tutto era direttamente connesso all’utilizzazione pratica che ne avrebbe fatto; egli voleva quindi rivolgere tutte le sue conoscenze alla salute fisica e spirituale dell’uomo,alla sua guarigione.

Riconosceva Dio e gli Astri, l’uomo, gli animali, le piante e i minerali. Ecco quanto rende tanto grandemente e potentemente unitari la sua azione, il suo pensiero e la sua ricerca e ce lo mostra come un uomo fatto tutto di un pezzo.”

 
La rivolta contro Galeno
 

Si usciva dal Medio Evo caratterizzato dal dogmatismo e dal culto di Galeno, i cui insegnamenti in medicina erano complicati e ripetuti pedissequamente. Paracelso era determinato a mettere in discussione quanto era stato ritenuto valido fino allora, per scoprire nuove ragioni, anziché accettare passivamente la tradizione tramandata da secoli. Vediamo con Rudolf Steiner il perché: “L’azione dell’autorità del medico romano Galeno si faceva sentire ovunque. Egli costruisce certamente la sua medicina su questi vecchi principi fondamentali, almeno esteriormente, e leggendo Galeno in modo superficiale si potrebbe pensare: Cosa vuole dunque Paracelso combattendo contro Galeno e prendendo le difese della medicina più antica?  Non si tratta forse della stessa cosa?” Potrebbe quasi sembrare che sia così, eppure non lo è.

Quanto in Galeno è divenuto medicina è soltanto l’aspetto materiale esteriore, è la materializzazione di una concezione originariamente spirituale. Così già gli allievi di Galeno intendevano in senso materiale ed esteriore quanto in precedenza veniva ancora inteso in modo intuitivo, ed invece di comprendere con lo sguardo intuitivo, indagavano soltanto la materia, speculavano ed inventavano teorie. Lo sguardo morale era andato perduto.

Paracelso si rivolge appunto contro il metodo, contro la perdita dello sguardo intuitivo. Egli voleva tornare indietro, voleva trovare nella conoscenza della grande natura i mezzi per guarire l’uomo. Per questa ragione egli era tanto contrario alla medicina ufficiale e dominante del suo tempo. Voleva prendere come fondamento non quanto sta scritto nei libri, voleva piuttosto aprire proprio il libro fondamentale, il grande libro della natura. Tutto ciò che era via via comparso come medicina derivava in tutto e per tutto da una speculazione deduttiva, da indagini che nulla più sapevano dell’originario sguardo spirituale. Non si riusciva più a scorgere la relazione tra un medicinale e la malattia, poiché non si vedeva più quanto stava dietro al corpo, dal momento che si osservava ogni cosa in modo materiale. Perciò Paracelso aveva detto: “Deve nuovamente risplendere la luce della natura”. Questo lo portò ad un aspro conflitto con la medicina del suo tempo.

A Basilea Paracelso mise a nudo il suo carattere irruente e spigoloso, di cui era ben consapevole ma che non cercava di contrastare soprattutto quando difendeva una causa giusta che gli stava a cuore. Si  scontrò contro canonici, dignitari, principi, medici e farmacisti dei quali aveva scarsa stima.

Fu così che durante il periodo d’insegnamento a Basilea annunciò a dottori e farmacisti e ai loro ordini che avrebbe rivelato un grande segreto della medicina. L’aula si riempì di medici e dignitari, tronfi nei loro ricchi paludamenti e con le gorgiere inamidate, ansiosi di schernire questo medico famoso e questo professore che osava parlare la lingua del popolo nelle sue lezioni.

Paracelso preparò sui tavoli delle belle ceramiche con i loro coperchi. Di fronte all’aula stracolma di medici e studenti all’improvviso scoprì i contenitori che erano pieni di merda umana fumante (per dirla alla francese). Naturalmente medici e dignitari degli ordini si precipitarono fuori furenti in mezzo agli studenti che si sbellicavano dalle risa; mentre Paracelso li accusava: “ se non volete ascoltare i misteri della fermentazione putrefattiva siete indegni del nome di medici.”

Era convinto,come molti umanisti,che l’umanità avesse posseduto un tempo grandi conoscenze, ma che poi fosse stata corrotta durante il Medio Evo.

Fu detto il Lutero della medicina. Prima ancora di Lutero bruciò  in pubblico una bolla papale e con essa gli scritti di Galeno e di Avicenna. Fu un gesto esemplare,terribile di fronte agli studenti dell’università nella piazza principale di Basilea,  un affronto a tutti i ben pensanti. Egli diceva: “siete voi che dovete seguire me, non io che devo seguire voi. Devono seguirmi Avicenna, Galeno, Rasis, Momtagnana, Mesue, ecc., loro devono seguirmi e non io loro. Voi di Parigi, Colonia, Vienna e delle località che si trovano sul Danubio e sul Reno, voi isole in mezzo al mare, tu Italia, Dalmazia, Sarmazia, tu Atene, tu greco, tu arabo e tu israelita; siete voi che dovete seguirmi, non io voi. Io sarò un monarca e mio sarà il regno, io guido la monarchia e cingo i vostri lombi”. E ancora:“Un medico deve essere un uomo di scienza; ossia deve osare fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata Intuizione e che non può essere acquistata seguendo ciecamente i passi di un altro; deve essere capace di vedere la sua propria via. Vi sono filosofi naturali e vi sono filosofi artificiali. I primi hanno una conoscenza loro propria, i secondi hanno preso in prestito la conoscenza dai loro libri. Se volete essere un medico, dovete essere capace di formarvi un vostro proprio pensiero e non applicare semplicemente i pensieri degli altri. Quello che gli altri insegnano può servire ad aiutarvi nella vostra ricerca della conoscenza, ma dovreste essere capaci  di pensare da soli  senza aggrapparvi  alle gonne di una qualsiasi autorità per quanto dal nome altisonante. La sapienza dei nostri sofisti e medicastri non consiste in una conoscenza della natura, ma nella conoscenza di ciò che Aristotele, Galeno, Avicenna e altre autorità riconosciute hanno immaginato che la natura sia; conoscono solo il cadavere dell’uomo, ma non la sua immagine viva quale è presentata dalla natura; sono divenuti falsi e innaturali, e quindi la loro arte è fondata sulle loro fantasie e sulle loro speculazioni che essi credono essere scienza. Il vero medico è un prodotto della natura, non un prodotto della speculazione e dell’immaginazione. Se non riuscite a vedere una cosa, sarà inutile cercare di immaginare quello che può sembrare; la percezione vi permette di vedere , ma la speculazione è cieca. La sapienza non è data dalla natura, né l’uomo la eredita da essa; è messa in lui dal genitore eterno, e sviluppa e incrementa la pratica in lui”.

“Per il potere della sapienza l’uomo è reso capace di riconoscere l’unità del Tutto, e di capire che il microcosmo dell’ uomo è la controparte del macrocosmo della natura. Non vi è nulla nel cielo né sulla terra che non si possa trovare nell’uomo, e non vi è nulla nell’uomo se non ciò che esiste nel macrocosmo della natura. I due sono la stessa cosa e non differiscono in altro che nella loro forma”.

In qualità di medico municipale di Basilea cercò di riformare le farmacie che considerava: “sporchi bugigattoli da cui uscivano luridi intrugli”. Andava dicendo che la farmacia migliore e più genuina si trovava nella natura. In questo modo gli speziali della città si sollevarono e lo minacciarono di morte, mentre lui accusò medici e farmacisti “di essere una ciurma bastarda di asini riconosciuti.”

L’etica del medico

Nell’Archidoxa, nel Paragranum e nell’Opus Paramirum Paracelso insiste sul fatto che la dottrina non era sufficiente per il medico,egli deve  possedere le seguenti qualità:

-          Non si considererà in grado di curare tutti i casi.

-          Studierà quotidianamente ed imparerà dall’esperienza altrui.

-          Curerà ogni caso con sicura competenza e non lo abbandonerà o vi rinuncerà.

-          Sarà sempre morigerato, serio, casto vivrà rettamente e non si vanterà.

-          Considererà le necessità del malato piuttosto che le proprie: la sua arte piuttosto che il suo compenso.

-          Adotterà tutte le precauzioni che l’esperienza e la conoscenza suggeriscono per non essere attaccato dalla malattia.

-          Non terrà una casa di cattiva fama, non sarà un carnefice, né un apostata, né apparterrà sotto qualsiasi forma a chi esercita funzioni sacerdotali.

In altre opere Paracelso ampliò questi principi a volte con umiltà e umanità e a volte con pignoleria. Secondo lui un dottore avrebbe dovuto  possedere  un cuore gentile e uno spirito allegro e non  avrebbe dovuto disprezzare nessuno; dovreva provare maggiore interesse nell’essere utile al suo paziente più che a se stesso. Doveva conoscere le erbe e tutti i rimedi che ricostruiscono i tessuti conoscendo cosa proibire al paziente e cosa permettergli. “Non doveva essere sposato ad una bigotta, né essere un monaco fuggito dal monastero, né praticare la masturbazione”.

Egli riteneva che le facoltà di medicina spesso  danneggiassero gli studenti, al punto da renderli quasi irrecuperabili per la medicina naturale. Infine esortava i medici: “ Viaggiate ed esplorate ogni cosa e prendete senza disprezzo tutto ciò in cui vi imbattete, e non vergognatevi di farlo con la scusa che siete un dottore o un maestro. Il medico, non apprende tutto ciò che ha il dovere di conoscere a fondo, solo studiando presso le università; di tanto in tanto è bene che consulti anche le vecchie donne esperte, le zingare, i maghi, i viaggiatori e i contadini di ogni specie e imparare da loro, poiché costoro possiedono più conoscenza di queste cose di tutte le università. Le arti non sono tutte confinate all’interno di un singolo paese: sono distribuite in tutto il mondo.”

“Esistono due tipi di medici quelli che lavorano per passione e quelli che lavorano per profitto. Sono entrambi conosciuti per il loro operato: il medico vero e giusto è noto per la sua dedizione e il suo costante amore per il prossimo; il cattivo medico è noto per le sue trasgressioni contro il comandamento, perché raccoglie senza aver seminato ed è come un lupo famelico: raccoglie il proprio profitto, senza tener conto del comandamento dell’amore"

 
La ricerca scientifica
 

Nel campo della medicina pratica, le sue straordinarie capacità di osservazione e di intuizione si manifestano soprattutto nelle opere che egli dedica alla patologia. Le più notevoli riguardano le malattie che allora si chiamavano “tartariche”: gotta, reumatismi.

Presentendo senza dubbio la parte preponderante dell’acqua nella composizione dell’organismo, egli ne dà questa definizione, all’epoca sibillina: “L’uomo è un vapore condensato”.

Convinto dell’importanza dell’ “alchimia” in campo patologico, egli ne esalta il ruolo nel trattamento delle malattie. Secondo lui l’uomo è un composto chimico; le malattie sono causate da un’alterazione di questo composto: occorrono dunque medicamenti chimici per combattere le malattie medicamenti che egli perfezionò attraverso l’alchimia per togliere la loro tossicità attraverso le diluizioni.

Conferma l’efficacia del mercurio contro la sifilide e inaugura il trattamento mediante zolfo e antimonio. Segnala chiaramente le proprietà anestetiche dell’ “acqua bianca” ottenuta facendo agire acido solforico sull’alcool. A questo liquido volatile, il tedesco Froben darà nel 1734 il nome di etere. Paracelso scrive: “questo prodotto .... ha un sapore gradevole. I polli lo bevono volentieri e cadono allora in un sonno profondo da cui si risvegliano dopo un certo tempo senza aver subìto alcun danno .... Il suo impiego è raccomandato per il trattamento delle malattie dolorose”.

Alla somministrazione tradizionale delle piante sotto forma di tisane, decotti o elettuari, Paracelso propone di sostituire quella degli estratti o “tinture”.

Come dicevamo il cinquecento è stato identificato come un secolo di riforme religiose e scientifiche. Ricordiamo oltre a Lutero, Copernico che rivoluzionò l’astronomia e Vesaglio che fece altrettanto per l’anatomia. Ma fu Paracelso più che Copernico e Vesaglio a sfidare le certezze erronee e opprimenti del tardo Medioevo.

Daniel Specklin, autorevole cronista del XVI secolo, considerava il 1517 un anno di particolare importanza nella storia culturale europea, in quanto era segnato dagli sforzi congiunti di Lutero, Paracelso e Dǜrer.

Paracelso fu detto il Lutero della medicina, così come Keplero definì se stesso il Lutero dell’astrologia. Il paragone tra Lutero, Paracelso e Dǜrer acquista anche maggiore importanza, a ragione del loro tentativo di unire interessi specialistici a preoccupazioni di più ampia portata culturale.

Sia nel campo della fisiopatologia sia in quello della farmacologia, Paracelso intravede chiaramente l’importanza delle ricerche di laboratorio: “Al di fuori della chimica”, afferma con decisione, “brancolerete nelle tenebre”. Sempre preoccupato della virtus, ossia del valore morale dello scienziato, egli traccia con ammirevole prescienza il ritratto ideale del biologo, quale lo concepiamo ai nostri giorni: “I medici spagirici” (i biochimici) “non sono pigri come gli altri; essi non si abbigliano con sontuosi velluti, sete o broccati; non hanno le dita cariche di anelli, né le mani coperte da guanti bianchi. Attendono con pazienza nel laboratorio. Indossano pantaloni di cuoio e un grembiule di cuoio per asciugarsi le mani. Parlano poco e non vantano i loro medicamenti, sapendo bene che è dall’opera che si riconosce l’artefice”.

“La natura, non l’uomo, è il vero medico. L’uomo ha perduto la vera luce della ragione e dell’intelletto animale, con le sue speculazioni e le sue teorie, ne ha usurpato il posto. Cercate di essere capaci di seguire nuovamente la natura ed essa sarà il vostro maestro. Imparate a conoscere il magazzino della natura e le celle in cui sono disposte le sue virtù. Le vie della natura sono semplici e non richiedono alcuna ricetta complicata”.

Il grado in cui Paracelso eccitò le ire dei suoi nemici è di per se stesso un’indicazione del successo che egli ebbe nel sabotare il tentativo di far trionfare l’autorità di Galeno nel campo della medicina. Dunque, la prima grande battaglia della rivoluzione scientifica fu combattuta tra Paracelso e Galeno, piuttosto che tra Copernico e Tolomeo.

 
La concezione dell’uomo

Ciò che distingue Paracelso è lo sguardo unitario nel mondo spirituale. L’uomo non è dunque per lui il soggetto in cui si immergono i sensi nel corso di una visita medica, ma l’uomo si trova secondo lui in relazione con tutta la natura. Egli dice: “Osservate ad esempio una mela, poi osservatene il seme; non potete capire come il seme cresce se non tenete in considerazione la mela intera. Il seme succhia la sua forza dal mondo circostante, ossia dalla mela, e lo stesso avviene con l’uomo ed il mondo intero”. Chi indaga solo sul seme e non sulla mela non può capire il seme. Per cui non esistono per lui né medicina né scienze naturali che non siano allo stesso tempo astronomia e conoscenza del divino. L’uomo è da vedere in queste relazioni e per questo l’essere dell’uomo si suddivide per lui in tre elementi.

Abbiamo innanzitutto l’uomo fisico, costituito dagli stessi componenti fisici, dalle stesse sostanze e forze che si trovano anche altrove nella natura. Chi percorre dunque la natura e studia i minerali, le piante e gli animali, costui studia in realtà, secondo Paracelso, quanto costituisce l’uomo fisico.

Egli vede l’uomo fisico, che chiama “uomo elementare”, come una specie di estratto, di essenza tratta dai singoli metalli, piante ed animali dell’intera natura fisica circostante. Questo costituisce per lui la parte inferiore, che si può paragonare alla parte esterna della mela, ma che non si può comprendere se non si comprende tutta la mela. Allo stesso modo non si comprende l’uomo elementare se non si conoscono la terra, le sue sostanze e le sue forze, poichè esso trae tutta la sua forza dalla terra. Una forza costruisce poi in questo uomo fisico elementare una sostanzialità più sottile, che Paracelso chiama l’Archeus. Egli distingue dunque dal corpo elementare un corpo più sottile, costruttore del corpo fisico e costruttore altresì della terra. Partendo dunque da quanto è esteriormente e sensibilmente percepibile egli vede in profondità, partendo dal corpo fisico vede il corpo vitale, ossia partendo dal fisico-esteriore egli vede la forza che vi sta alla base. Si tratta di quella “Vis Medicatrix Naturae” di cui parlava Ippocrate e che Paracelso invece chiama Mumia. Questo è secondo Paracelso il primo elemento dell’essere umano.

Egli considera anche il secondo elemento in rapporto al seme della mela, seppure in modo diverso. Rispetto a questo secondo elemento il seme della mela rappresenta tutto il mondo degli astri; come il corpo elementare trae le sue forze ed i suoi succhi dalla terra e da ciò che ne fa parte, così il secondo uomo deriva le sue forze da quanto vive nelle stelle, dalle leggi degli astri. Per questo egli chiama il secondo corpo (l’anima) “corpo astrale”, o corpo che appartiene al mondo degli astri.

Il terzo elemento è quello che egli chiama “spirito”. Lo spirito si comporta, come il seme della mela nei confronti di una mela ancora più grandiosa, ossia dell’intero mondo spirituale, come la scintilla divina che è nell’uomo si comporta nei confronti dell’intera somma di forze divine nel mondo. Paracelso distingue dunque nel mondo tre aspetti: il divino-spirituale, l’astrale e l’elementare-terreno.

Nell’uomo si ha un estratto delle tre cose: lo spirito umano è un estratto del divino-spirituale, il corpo astrale è un estratto di quello stellare ed il corpo fisico è un estratto dell’elementare-terreno. Come è necessario per la comprensione del corpo umano studiare l’aspetto materiale, le piante, gli animali e così via, così per capire l’uomo il medico deve studiare e capire quanto si svolge nel mondo degli astri. Poiché Paracelso sostiene che si comprende una malattia soltanto risalendo alle sue origini, egli ricerca la ragione dell’insorgere della malattia negli istinti e nelle passioni. Egli vede la malattia come la conseguenza di uno sbaglio dell’anima e la riconduce infine, nel suo senso più elevato, a qualità morali, pur non ricollegando queste direttamente alle stelle; egli sa infatti che non è necessario che l’effetto si produca tanto rapidamente. Egli vede dunque nel fisico un’espressione dello spirituale. Noi siamo angeli dice Paracelso, angeli che dormono ancora il greve sonno della carne. Chi vuole indagare la ragione di una malattia, deve studiare il fondamento delle simpatie e delle antipatie dell’anima; questo si può fare soltanto studiando le stelle con cui si trova in relazione, le sue stelle.

Cercate quindi di immaginare in che modo egli si avvicinava all’ammalato; con sguardo intuitivo la sua anima scorre lungo l’arto malato per passare a quanto vive interiormente nell’anima dell’uomo; da qui passa poi agli influssi astrali delle stelle ed a quelli elementari della terra. In ogni singolo caso egli ha presente queste cose: si tratta di vera medicina spirituale.

È molto bello il modo in cui egli esprime, come egli si rappresenta il mondo,  cerca di chiarirlo confrontandolo con l’immagine che egli stesso se ne è fatto: “Questo è qualcosa di grande su cui dovreste riflettere. Nulla vi è nel cielo o sulla terra che non si trovi anche nell’uomo, e anche Dio, che sta in cielo e sulla terra, si trova nell’uomo”. Egli vede un minerale, un animale, una pianta come singole lettere e l’uomo come parola composta dall’insieme di queste lettere.

Volendo dunque leggere l’uomo, si devono ricercare le singole lettere nel grande libro della natura. Questo è ciò che egli consente di avere sempre presente il mondo intero di fronte ad ogni caso particolare che egli deve trattare in quanto medico. Dietro a tutto questo agisce la forza geniale e morale, da cui sgorga tutto ciò che è in lui.

Quella, che in lui si ribella, contro il modo tradizionale di curare e di trovare misture varie per ogni possibile cosa, è in fondo quasi un’indignazione morale. Egli dice: “Io non sono qui per arricchire i farmacisti, sono qui per guarire gli uomini”.

 
La magia
 

Sgombriamo il campo dalla confusione che si fa, purtroppo anche a livello scientifico, tra magia e stregoneria. Sono due cose del tutto diverse e fra loro vi è la stessa differenza che passa fra la luce e le tenebre, fra bianco e nero. La stregoneria, come afferma Adalberto Pazzini (studioso di storia dell’arte sanitaria, autore di una monografia su Paracelso) è una pratica empia in quanto include direttamente l’attività dello spirito del male. Lo stregone “agisce come intermediario del demonio o dello spirito del male”. La magia invece è un primo tentativo di scienza, di gestione in proprio della natura senza intermediari religiosi.

Racconta Paracelso: “Tra i numerosi abati che si prodigarono per me c’era quello di Sponheim.” Da ciò si ritiene che indicasse uno dei maggiori maghi dell’epoca il così detto Tritemio. Questi fu un giovane prodigio: divenne abate nel monastero benedettino di Sponheim all’età di soli 22 anni, appena un anno dopo essere entrato nell’ordine e ancor prima di pronunciare i voti. Rinnovò la comunità e la trasformò in un rinomato centro di cultura. Spiegherà per esempio come “posso esprimere il mio pensiero ad un altro mentre mangio, sto seduto o cammino, senza parole, segni o cenni”, e questi pensieri possono essere inviati “per mezzo del fuoco a distanza di centinaia di chilometri o anche di più”. Fu accusato di stregoneria, ma negò con forza le accuse di negromanzia condannando pubblicamente la magia nera e i sortilegi e dichiarando che la vera magia naturale usava solo le forze nascoste della natura.

La chiesa non approvava la magia. I maghi erano dei concorrenti che scoraggiavano la pietà e la penitenza e privavano anche la chiesa degli oboli che il clero poteva far pagare per i suoi servigi. Incapace di eliminare il ricorso popolare ai maghi, la chiesa si comportava in modo pragmatico, condannando la stregoneria come opera del demonio, con tutte le conseguenze che ciò comportava cioè di poter finire sul rogo. Allo stesso tempo era abbastanza pronta a lasciare che il suo gregge credesse ai miracoli. In fondo una benedizione , gli esorcismi le indulgenze erano percepiti dal popolo affini ad un incantesimo rituale, e vi si ricorreva per proteggere navi, armature, case,  perfino il bestiame, e per assicurare un buon raccolto. L’acqua santa era considerato un potente amuleto dotato del potere di allontanare i vapori pestilenziali e per tenere alla larga le malattie.

La conseguenza fu che, con imbarazzo della chiesa, molti cominciarono a considerare le manifestazioni della devozione cristiana come semplici formule magiche. Ricordiamo che la messa era in latino ed era del tutto incomprensibile per il popolo. La Bibbia era proibita al popolo. Gli oggetti religiosi erano desiderati semplicemente come strumenti dai poteri occulti, così erano considerate le reliquie dei santi.

La magia dice Paracelso è una forma di sapienza dell’uomo che è superiore alle stelle e alle costellazioni. Colui che pratica la magia diventa padrone del cielo e della terra, per mezzo della sua libera volontà è chiamato “Magnus” (grande). “La magia non è stregoneria ma suprema sapienza”(De Peste). Secondo Paracelso: “Gesù, i profeti e gli apostoli avevano poteri magici… erano capaci di guarire i malati imponendo loro le mani  e di compiere molte altre cose meravigliose, ma naturali… Dov’è il prete oggi che sappia operare come lui? Cristo ha detto che i suoi veri seguaci avrebbero fatto le stesse cose e cose ancora più grandi, ma chi tenta di fare questo oggi lo chiamano stregone e figlio del diavolo e vogliono bruciarlo sul rogo”.(De Inventione Artium)

Il primo requisito per lo studio della magia è la conoscenza della natura. La visione di Paracelso è la risposta alla diffidenza medioevale nei confronti della natura. Paracelso naviga nel nuovo mondo della rinascita scientifica, come suo solito con un linguaggio nuovo e immaginifico. Ecco un piccolo esempio: “Il Misterium Magnum è animato dal soffio della forza vitale che trasforma le realtà dormienti in realtà operanti. Questo Misterium Magnum, però non è cristallizzato, ma è un processo dinamico, dialettico: da una parte c’è l’Iliastrer  eternamente orientato alla creazione e il Cagaster  principio di corruzione della materia.” Iliaster e Cagaster sono due termini coniati da Paracelso; il primo è composto da yle, cioè materia e aster, cioè stella, e indica spirito vitale, forza della natura. Cagaster deriva dal greco, kakos (cattivo) e aster e indica la forza della corruzione.

In definitiva per concludere il cerchio: quello che è vivo dovrà morire ma le cose morte rinasceranno. La putrefazione è una metamorfosi che consuma la materia e che crea nuovi corpi. “La natura è maestra universale.” Tutto ciò che non possiamo apprendere dall’apparenza esterna della natura possiamo apprenderlo dal suo spirito. I due sono uno. “Il potere della chiaroveggenza e della precognizione è attivo nei sogni. Artisti e studiosi hanno spesso ricevuto istruzioni nei loro sogni circa le cose che desideravano conoscere”. E ancora: “L’uomo è ciò che pensa. Se pensa fuoco è fuoco, se pensa guerra provocherà la guerra, tutto dipende dal fatto che l’intera immaginazione diventa un  intero sole, ossia dal fatto che immagina interamente quello che vuole”. (De virtute immaginativa). “L’esercizio della vera magia non richiede alcuna cerimonia né alcun incantesimo… Il vero potere magico consiste nella vera fede fondata sulla conoscenza spirituale”. (Morbus Invisibilis)  “Una forte volontà né domina una più debole; di conseguenza la prima condizione per produrre effetti magici è lo sviluppo della volontà”. (Paramirum)

 
Astronomia e Astrologia
 

L’astronomia si occupa dell’aspetto fisico dei pianeti e delle stelle, l’astrologia si occupa invece dell’influenze psichiche che le loro anime esercitano tra loro e sul microcosmo dell’uomo. L’astrologia è un’arte che non può essere capita senza conoscenza spirituale o da coloro che non possono avvertire l’influenza delle stelle.

Paracelso era convinto che l’uomo e il cosmo fossero termini analoghi e strettamente congiunti. Era impensabile studiare il microcosmo uomo senza valutare a fondo la posizione che questi occupava nel macrocosmo fisico e spirituale. Ciò che Paracelso chiamava “astronomia” occupava un posto centrale nelle trattazioni del suo sistema medico; ciò trova espressione nel titolo della sua maggiore opera della maturità, Astronomia Magna oder die Ganze Philosophia Sagus der Grossen un Kleinen Welt (1537 - 1538).

La filosofia naturale e la matematica venivano insegnate come discipline ancillari della medicina; l’astrologia era una componente ordinaria degli studi medici; l’alchimia occupava una piccola nicchia nello studio della farmacologia. Al tempo di Paracelso, le scuole mediche europee producevano una grande quantità di trattati astrologici: i principali esponenti della cosmologia e dell’astronomia rinascimentali avevano studiato medicina, e le due professioni erano compatibili e parzialmente intercambiabili.

Paracelso condivideva dunque ordini di priorità tradizionali, ma la sua concezione della filosofia, dell’astronomia e dell’alchimia si differenziava fortemente dall’insegnamento arabo e scolastico; egli si propose di rifiutare quanto veniva solitamente insegnato quale base della teoria medica. Il suo metodo mostrava debolezze per quel che concerne gli aspetti tecnici dell’astronomia, ma egli fu in grado di indicare, molto meglio dei suoi colleghi astronomi, tutti gli aspetti del sistema e di spiegare così le interazioni tra la sfera umana, la terrestre e la celeste. Questo desiderio di coerenza rimase una preoccupazione di fondo per le generazioni future di scienziati. Anche per Newton era importante che la sua teoria gravitazionale non contraddicesse le informazioni relative al funzionamento del microcosmo terrestre e umano, e le idee elaborate in questi campi di interesse influenzarono il suo pensiero metafisico. Al pari di Paracelso, Newton considerava inaccettabile adottare principi fisici che contraddicessero quanto si conosceva in chimica e in fisiologia. Se si tengono presenti gli ampi orizzonti delle speculazioni paracelsiane, non sorprende constatare che la loro influenza si estese a campi ben diversi dalla medicina e che Paracelso esercitò un’attrazione continua nei confronti dei riformatori.

Paracelso è stato poco compreso da chi non lo conosce profondamente, infatti è ancor oggi accusato di aver sostenuto proprio quelle superstizioni che le sue opere intendevano distruggere. Lungi dal difendere le pratiche superstiziose degli astrologi egli dice: Ci sono due Entia (cause) attivi nell’uomo, e precisamente l’Ens seminis”,questo equivale a dire che le qualità che la costituzione fisica dell’uomo ha ereditato dai suoi genitori e Ens virtutis, cioè le inclinazioni i talenti che egli ha sviluppato in un precedente stato di esistenza.

Sull’influsso degli astri così si esprime: “ma i pianeti e le stelle non costruiscono il suo corpo né dotano l’uomo di virtù o di vizi o di qualsiasi altra qualità. Il corso di Saturno non allunga né accorcia la vita di alcuno, e sebbene Nerone e Marte avessero lo stesso tipo di temperamento, Nerone però, non era il figlio di Marte, né Elena la figlia di Venere. Se non vi fosse mai stata la luna nel cielo, vi sarebbero tuttavia persone che partecipano alla sua natura. Le stelle non ci costringono in niente, non ci fanno inclinare a nulla; esse sono libere per sé stesse e noi siamo liberi per noi stessi. Si dice che un saggio domini le stelle; ma questo non significa che domini le influenze che provengono dalle stelle nel cielo, bensì che domina i poteri che esistono nella sua propria costituzione”.

L’Alchimia

Come abbiamo già affermato, il positivismo così detto scientifico, se vuole scoprire l’origine della scienza non deve, come fa, partire dalla prospettiva attuale. Ritenere come fa, la magia e l’astrologia dabbenaggini non porta da nessuna parte. Nel secolo XVI queste credenze erano gli unici punti di riferimento dell’epoca.  Scienza non è il tentativo di liberarci da queste idee, ma la capacità di capirle e di dare loro un senso.

 Carl Gustav Jung, nel suo scritto “Paracelso come fenomeno spirituale” afferma: “Fin dalle sue origini l’alchimia conteneva elementi di segretezza, o addirittura era una dottrina segreta. Con il trionfo del cristianesimo sotto Costantino le vecchie idee pagane non svanirono, ma sopravissero nella strana terminologia arcana dell’alchimia filosofica. In essa la figura principale era quella di Hermes o Mercurius, nel suo duplice significato di argento vivo e di anima del mondo, con le sue figure compagne di Sole (= oro) e Luna (= argento). L’operazione alchemica consisteva essenzialmente nella scomposizione della prima materia, il cosiddetto caos, nel principio attivo, l’anima, nel principio passivo, il corpo i quali venivano riuniti in forma personificata nella coniuctio o “matrimonio chimico”. In altre parole la coniuctio era interpretata allegoricamente nello Hierosgamos, la coabitazione rituale di Sole e Luna. Da tale unione scaturiva il figlius sapientiae o figlius philosophorum, il Mercurio trasformato, concepito ermafrodita come simbolo della sua completa perfezione”.

Per Paracelso tutta la natura è una forma di alchimia. Egli è convinto che esista un disegno cosmico in base al quale l’uomo è lo specchio dell’universo: “Il cielo è l’uomo e l’uomo è il cielo”. “Nella filosofia naturale cielo e terra, aria e acqua sono un uomo, e l’uomo è un mondo con cielo e terra aria e acqua…Dobbiamo quindi comprendere che quando somministriamo una medicina somministriamo il mondo intero”.

 

Oggi è normale trovare piacevoli le metafore poetiche del rinascimento, per esempio quella in cui Leonardo da Vinci definisce l’acqua geologica il sangue della Terra. Ma per lui e i suoi contemporanei non si trattava di metafora: la corrispondenza macrocosmo e microcosmo era da prendersi alla lettera. Leonardo diceva: “ L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione è bene collocata in però che, sì come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliantes. Se l’omo à in sé ossa, sostenitore e armadura della carne, il mondo à i sassi sostenitori della terra; se l’omo à in sé il lago del sangue, dove cresce  e discresce il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale anche lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue derivan vene che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite vene d’acqua.”

Secondo Paracelso Dio creò l’uomo a propria immagine, ma creò anche il mondo ad immagine dell’uomo. “Chi pone i venti e i mari, il sole e la luna eccetera nei cieli li pone anche nell’essere umano… Che cos’è infatti il mondo intero se non un segno che è di Dio ed è stato creato da lui?”

Il medico dovrebbe essere un alchimista, cioè dovrebbe capire la “Chimica della vita.” La Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo ingerito ed estrae come da un alambicco quelle sostanze di cui gli organi hanno bisogno. Il più alto aspetto dell’alchimia è la generazione spirituale dell’uomo dagli elementi del suo corpo fisico. Infatti il vero segreto della “Pietra filosofale” consiste nel sapere sviluppare dal corpo fisico le essenze stesse dell’uomo spirituale. L’uomo è radicato nella terra con i suoi elementi materiali, penetra con la sua anima nelle forze elementari della natura che sono mortali, ma la sua più alta natura si eleva nella pura atmosfera del cielo.

Come afferma Jung: “L’opus alchymicum nonostante i suoi aspetti chimici era sempre considerato una specie di rito alla maniera dell’opus divinum… Ben prima di figlius o lapis philosophorum (la pietra filosofale) era stata considerata un’allegoria del Cristo. Molti aspetti dell’opera di Paracelso, che rimarrebbero altrimenti incomprensibili, devono essere letti alla luce di tale tradizione.”

La chimica decompone e ricompone le sostanze materiali in date proporzioni, le può verificare ma lascia intatte le proporzioni e i primitivi elementi. L’alchimia invece eleva i corpi semplici ai più alti stati di esistenza. Per fare questo non è sufficiente un buon meccanico ma c’è bisogno di un artista. Il chimico esercita un lavoro manuale secondo certe regole: è come un operaio che taglia la pietra e la squadra con cura; l’alchimista è lo scultore che crea un capolavoro come il Mosè di Michelangelo. L’imbianchino che dà il colore ad un muro è il chimico; il pittore che dipinge un quadro è l’alchimista, perché mette nella sua opera il suo spirito e la sua creatività. Il chimico può depurare le sostanze fisiche dai suoi elementi estranei eliminando le impurità. Con l’alchimia eleviamo al più alto e puro e stato di esistenza gli elementi. Tritemio, uno dei maggiori teologi ed astrologi che abbiamo già presentato precedentemente come maestro di Paracelso afferma: “l’arte della divina magia consiste nella capacità di percepire l’essenza delle cose nella luce della Natura e di usare i poteri dello spirito per produrre cose materiali dell’universo invisibile; in tali operazioni  il disopra (macrocosmo) e il disotto (microcosmo) devono essere messi insieme e fatti agire armoniosamente. Lo spirito della Natura è un’unità che crea e forma ogni cosa e, agendo attraverso la strumentalità dell’uomo può produrre cose meravigliose. Questi processi avvengono secondo la legge. Imparerete la legge secondo cui queste cose vengono compiute, se imparerete a conoscere voi stessi. Vi conoscerete per il potere dello spirito che è in voi e lo farete mischiando il vostro spirito con l’essenza che proviene da voi stessi. Se volete riuscire in questo lavoro dovete sapere come separare spirito e vita nella Natura e  inoltre come separare l’anima astrale che è in voi e renderla tangibile: allora la sostanza dell’anima apparirà visibile e tangibile, resa oggettiva dal potere dello spirito. Cristo parla del sale, e il sale è di triplice natura. L’oro è di triplice natura, vi è un oro etereo, un oro fluido e un oro materiale. E’ lo stesso oro, ma in tre diversi stati; e l’oro in uno stato può essere trasformato in oro in un altro. Ma questi misteri non devono essere divulgati perché gli scettici e i beffeggiatori non sapranno capirli e per gli avidi sarebbe una tentazione”

La trinità divina si rispecchia secondo lui nella trinità dei principi, zolfo, mercurio e sale, in cui, mercé la creazione si determina la materia originaria, e a cui si riducono anche i quattro elementi tradizionali, solido, liquido, gassoso e il “fuoco radiante”. L’energia vitale permane nella natura sotto forma di una forza universale che Paracelso chiama Archeus e che determina anche la vita fisiologica di ciascun organismo. Il compito della medicina consiste  nel favorire l’azione dell’Archeus. Per gli alchimisti, in tutte le cose esistono tre principi: zolfo, mercurio, sale. Si cerca di estrarre, con una distillazione attraverso vari passaggi al fuoco, i tre principi sotto forma di un vapore condensabile (mercurio), di un olio più pesante (zolfo), di un residuo fisso (sale). Da tutti i metalli si possono ricavare i mercuri, gli zolfi, i sali, che a causa delle loro modalità di estrazione, posseggono delle qualità similari di tipo fisico-chimico. Poiché una distillazione non è mai totale, attraverso operazioni sempre più delicate si potevano ancora estrarre i nuovi sali, zolfi e mercuri dai tre principi diluiti. Approfondendo la speculazione alchemica sul mondo della materia, Paracelo voleva fissare gli stati fondamentali, l’aspetto intimo di questo mondo. La riduzione delle qualità a tre prelude già alla formulazione dei principi ritenuti caratteristici. E quando Paracelo parla dello zolfo, del sale e del mercurio (che esistono nel sistema quaternario degli elementi), egli si riferisce alle tre possibilità della materia: combustione (zolfo), solubilità (sale) e plasticità (mercurio). E’ ovvia l’avvertenza che queste sostanze sono intese come principi e quindi come aspetti invisibili della materia che nulla hanno a che fare con lo zolfo, con il sale e con il mercurio che troviamo in natura. Il carattere plastico del mercurio con le sue qualità contraddittorie (al tempo stesso pesante e volatile) indusse Paracelo a considerarlo come il padre di tutti i metalli. (“Tutti i metalli furono mercurio”). Ecco che nella sua speculazione riaffiorano i motivi genuini dell’alchimia, orientati verso la possibilità concreta della trasformazione dei minerali. In conclusione, le tre sostanze esprimono l’aspetto dinamico degli elementi o – con più precisione – le tre modalità essenziali che definiscono la loro vita. E non soltanto la vita del mondo minerale, ma la vita in generale perché in Paracelso sono frequenti i richiami all’analogia tra mercurio-spirito, tra zolfo-anima e tra sale-corpo. E’ certo che ci troviamo anche qui di fronte al simbolismo della tradizione alchemica , ma l’elaborazione concettuale di Paracelso è originale.

 
Paracelso omeopata

Paracelso fu veramente il primo degli omeopati. Emerit, senza dubbio uno dei suoi biografi più dotti, ci ha lasciato in proposito una preziosa testimonianza: “Se”, egli dice, “diamo alla parola “precursore” il significato di anello nella catena d’oro della tradizione, anello singolo ma indispensabile alla continuità della catena, Paracelso fu certamente il precursore dell’omeopatia; ma se questa parola dovesse assumere qualche connotazione peggiorativa (come se l’anteriorità nel tempo implicasse un’insufficienza o una mancanza di generalità o di profondità nelle opinioni dell’autore in questione), allora, senz’altro, potremo continuare a considerare Paracelso precursore, ma avendo cura di precisare che all’anello d’oro può seguire un anello d’argento, per noi più accessibile, che troviamo subito dopo il primo.”

Quindi possiamo dire a tutti gli effetti che Paracelso è stato un omeopata a 360 gradi. Non solo egli applicò con acutezza il metodo “similia similibus”, ma parlò di dosi infinitesimali, ad esempio la ventiquattresima parte della goccia.

Paracelso è stato un omeopata completo, che riuniva in sé le triplici doti del teorico, del clinico, del terapeuta. Dal punto di vista teorico, egli apprezzava i rapporti esistenti fra gli elementi del creato, le loro qualità estrinseche e intrinseche, generali e particolari. Dal punto di vista clinico, sulla base di osservazioni e di sintomi isolati, cercava di individuare la personalità del malato prima di curarlo. Dal punto di vista terapeutico, per la scelta dei materiali, si basava sulla similitudine e, per la loro preparazione, sull’azione solvente.

Per completare il quadro della patologia di Paracelso è necessario esaminare le sue premesse che contrastano con quelle enunciate da Galeno che credeva di poter localizzare ogni malattia in una determinata lesione organica. Il ragionamento si basa sulla premessa che gli umori derivano dalla malattie e non viceversa: si tratta quindi di un effetto e non della causa che deve preoccupare il vero medico. Naturalmente queste cause prime vanno ricercate nei “semi” e l’esempio dimostrativo di Paracelso è lineare e persuasivo. Ad esempio in un infermo travagliato dal flusso di ventre, le feci gialle indicano la presenza della bile e il seguace di Galeno concluderebbe attribuendo alla bile la causa del male. Ma è piuttosto il “seme” (l’agente patogeno) che è passato nella bile. La teoria di Paracelso nella terapia stabilisce il principio “similia similibus” che rievoca l’insegnamento ippocratico e che contrasta con il procedimento instaurato da Galeno che applica il principio “contraria contrariis”. Egli ritiene che sono gli elementi quelli che definiscono la malattia e non gli umori. Nel libro ottavo del Labirinto egli proclama che è giunto il momento di abbandonare la teoria degli umori,così come la propone Galeno.

 

“Il medico dovrebbe sapere che vi sono tre sostanze invisibili che, con la loro coagulazione formano il corpo fisico dell’uomo e che sono simbolizzate come zolfo, mercurio e sale. Lo zolfo rappresenta le aure e gli eteri, il mercurio i fluidi, e il sale le parti materiali del corpo; e in ogni organo queste tre sostanze sono combinate in varie proporzioni diverse fra loro. Queste tre sostanze sono contenute in tutte le cose, e il potere digestivo è il gran solvente di queste sostanze, delle quali ogni parte del corpo assimila quanto gli occorre. La rugiada cade dall’aria invisibile, i coralli nascono dall’acqua, i semi traggono il loro nutrimento dal suolo; la terra è il grande stomaco in cui ogni cosa è dissolta, digerita e trasformata, e ogni essere trae il suo nutrimento dalla terra; e ogni essere vivente è uno stomaco che serve da tomba per le altre forme e dal quale nuove forme vengono all’esistenza (Paramirum).”

 
Le segnature
 

Paracelso è un convinto assertore della teoria delle segnature che, all’epoca, costituiva uno dei punti forti dell’edificio scientifico.

Paracelso dichiara: “Tutte le forme naturali portano la loro segnatura che indica la loro vera natura. I minerali, i vegetali, e gli animali rimangono fedeli alla loro natura e le loro forme indicano il loro carattere. L’uomo, che è diventato innaturale, è l’unico essere il cui  carattere talvolta smentisce la sua forma, perché, mentre il suo carattere può essere mutato, la sua forma ha mantenuto la forma originale.” (De Philosophia)

Le erbe, le piante, i minerali portano impressi certi segni rilevatori che l’uomo sapiente deve saper riconoscere. Questi indizi che gli animali, ed un tempo gli uomini, riconoscevano istintivamente rivelano di per sé stessi un legame tra l’erba e l’uomo, tra la malattia ed il suo rimedio naturale. Paracelso afferma che è appunto l’intuizione quella che aiuta il medico a scoprire le caratteristiche, le segnature negli oggetti del macrocosmo. La sua prosa si fa quasi solenne quando scrive dell’Archeus signator e della sua opera. Egli scopre dovunque prodigi. Egli tratta delle ramificazione delle corna dei cervi e degli anelli delle corna delle mucche, dei segni sulle zampe e sul becco degli uccelli ecc. per sottolineare l’importanza di questi indizi che permettono di stabilire l’età degli animali ed altre deduzioni concrete. Ma il testo più interessante è quello che si riferisce alla segnatura delle piante, degli animali e del regno minerale. Si prenda ad esempio la celidonia (Chelidonium maius). La pianta è velenosa ma il colore giallo dei suoi fiori ed il succo che emana il gambo richiamano il giallo della bile fresca e questo è sufficiente a Paracelso per collegare la celidonia al fegato. Infatti in dosi omeopatiche è un rimedio epatico. La stessa cosa si può dire della polmonaria (polmonaria officinalis) la cui foglia richiama la forma dei polmoni e quindi viene raccomandata nelle malattie dell’apparato respiratorio. Numerose sono anche le osservazioni sulle segnature degli animali: ricordiamo soltanto quella nella lucertola la cui pelle è macchiata come si trattasse di un’affezione cutanea. È evidente, argomenta Paracelso, che quella pelle può servire come rimedio contro le dermatosi e perfino contro i tumori maligni. Dei minerali ricordiamo l’oro, il più nobile dei metalli, che ha una evidente correlazione con il cuore che è il più nobile degli organi: sarà dunque prezioso nelle affezioni cardiache.

Quindi le proprietà e le virtù di quanto esiste in natura si possono individuare dal loro aspetto. Per il terapeuta questi segni sono indizi del loro valore: le piante a forma di cuore possono essere usate per preparare i rimedi per il cuore; le orchidee possono curare le malattie dei testicoli. “Proprio come un immagine scolpita reca il marchio del suo costruttore o intagliatore così anche ogni opera di Dio reca la sua firma che attesta che Egli ne sia l’artefice… La radice Satyrion (orchidea) non è forse formata come le parti intime dell’uomo? Di conseguenza essa promette la capacità di reintegrare la virilità e il desiderio sessuale dell’uomo.”

La teoria delle segnature ha implicazioni anche in fisiognomica: “La forma di un uomo è plasmata in armonia con le caratteristiche del suo cuore.” La natura quindi imprime i segni del carattere nel corpo di una persona in particolare sul viso e sulle mani, rendendo possibili le arti della fisiognomica e della chirologia.

D’altro canto, egli non si limitò alla semplice decifrazione delle qualità concordanti delle sostanze e degli umori. Ad ogni male corrispondeva la sua cura specifica, determinata dalla concordanza astrale, e Paracelso, come gli omeopati, chiamava già con lo stesso nome la malattia e la sua cura. Dapprima egli studiò le malattie dei metalli, dei minerali, delle piante, da lui definite con i termini di “dissoluzione”, “secchezza”, “lebbra” e altri ancora. Poi cercò di rintracciare queste malattie nell’uomo e, allorquando riusciva a riconoscere un ritmo, tentava di trasporre da un regno all’altro le modalità di cura. Teneva conto anche delle malattie della mente e degli incantesimi, dei sortilegi particolari e generali; e infine delle malattie divine, che sono punizioni inflitte a individui o a intere collettività.

 
La medicina
 

La medicina di Paracelso è la logica conseguenza di ciò che abbiamo raccontato fino ad ora, descrivendo il suo punto di vista sull’uomo, sulla magia, sull’astrologia e sull’alchimia.

L’origine delle malattie è nell’uomo e non fuori di esso, ma le influenze esterne agiscono sull’intimo e fanno sviluppare la malattia. La maggioranza delle malattie è creata dalla non osservanza delle leggi della natura, “in conseguenza di ciò gli organi perdono la loro forza e la loro vitalità. Così lo stomaco può essere sovraccarico di cibo e irritato da bevande stimolanti che lo costringono a compiere più della sua naturale e legittima quantità di lavoro; i reni possono essere irritati da bevande stimolanti e velenose così da ammalarsi, infiammarsi o ingrossarsi per il loro eccesso di lavoro; lo stesso si può dire del fegato; i poteri sessuali possono esaurirsi prematuramente per gli eccessi, e la salute delle donne può essere distrutta dalla frequenza innaturale con cui vengono compiuti gli atti naturali. Gli animali vivono la loro natura solo all’uomo ragionevole è permesso ragionare contro i suoi istinti, trascurare di ascoltare gli ammonimenti della sua natura, e fare cattivo uso dell’organismo che gli è stato affidato dal potere creativo di Dio. In molti casi di vitalità perduta gli organi indeboliti possono riprendere la loro forza dopo un periodo di riposo e di cessazione dell’abuso. La Natura è una madre paziente che spesso perdona le colpe commesse contro di lei, sebbene non possa dimenticarle.”

Naturalmente il primo strumento a disposizione dell’uomo per conservare la salute è la prevenzione.

Egli approfondì con particolare precisione la fisiologia della funzione digestiva dell’uomo. Tale concezione si riallaccia a quella più generale dell’ordine che regna nel cosmo. Paracelso parte dal presupposto che esiste uno Spiritus, o Liquor Vitae che più precisamente chiama Archaeus. Come abbiamo già visto nella presentazione della concezione dell’uomo secondo Paracelso, l’Archaeus si può definire un sottile fluido eterico che condiziona la formazione e lo sviluppo dell’organismo e più in generale il ritmo delle funzioni vitali. Trattando della digestione nel “Paramirum” parla di una Archaeus preposto all’assimilazione degli alimenti (Digestio Archei), perché questi devono venire elaborati e purificati per poter assolvere al compito della nutrizione.

“Ogni essere vivente richiede quel particolare genere di cibo che è adatto alla sua specie e al suo organismo individuale; la Vita, il grande alchimista, trasforma il cibo assunto. Nell’alambicco dell’organismo animale estrae quelle sostanze di cui i vari organi hanno bisogno. Le classi inferiori degli animali sono alchimisti migliori dell’uomo, perché possono estrarre l’essenza della vita da cose che egli è costretto a respingere. L’uomo estrae dal cibo le essenze più raffiniate, ma un maiale, ad esempio, può estrarre nutrimento da sostanze che sarebbero veleno nell’organismo umano, ma non vi è animale conosciuto che mangerebbe gli escrementi di un maiale. Gli animali si rifiutano di mangiare o bere cose che sono dannose per loro, e scelgono per istinto naturale le cose di cui hanno bisogno; solo all’uomo, dotato di ragion,e è dato di disobbedire ai suoi naturali istinti e mangiare o bere cose che sono dannose per lui, ma che possono soddisfare un gusto artificialmente acquisito. L’uomo è molto più soggetto alle malattie che non gli animali in stato di libertà, perché questi vivono in armonia con le leggi della loro natura; mentre l’uomo agisce continuamente contro le leggi della propria natura, specialmente nel mangiare e nel bere. Finché il suo corpo è forte, può espellere o superare le dannose influenze continuamente causate dalla sua intemperanza, dalla sua ghiottoneria e dai suoi gusti morbosi; ma un tale continuo sforzo di resistenza implica una seria perdita di vitalità e verrà un tempo in cui la malattia ne sarà il risultato, perché l’organismo richiede un periodo di riposo e un rinnovo di forze per espellere gli elementi tossici accumulati. Se il medico tenta di ostacolare questa espulsione di elementi tossici, compie un delitto contro la Natura e può causare la morte del paziente. Se, in questi casi, indebolisce le forze del paziente estraendo sangue, può diventare un omicida. I reumatismi e la gotte, l’idropisia e molte altre malattie sono spesso causati da queste accumulazioni di elementi impuri e superflui, e la Natura non può riprendersi finché questi elementi non sono espulsi e non è ristabilito il potere vitale degli organi. Quando l’organismo è indebolito e la sua vitalità è in declino, possono svilupparsi germi di altre malattie attraverso dannose influenze astrali, perché il suo potere di resistenza è fiaccato e così una malattia può svilupparsi da un’altra” (De Ente Veneni).

Il medico dovrebbe conoscere le leggi della natura, ma soprattutto la costituzione dell’uomo per potere essere efficace nel suo intervento. “La sua conoscenza si rafforzerà con la fede, e la sua fede gli darà potere, così che egli sarà come un apostolo, curando malati, ciechi e zoppi.”

La medicina di Paracelso poggia dunque su quattro pilastri:

1.       la filosofia, ovvero la conoscenza della natura fisica,

2.       l’astronomia, ossia la conoscenza dei poteri della mente,

3.       l’alchimia o conoscenza dei poteri spirituali dell’uomo,

4.       la personale virtù del medico, ossia la sua integrità morale.

“La conoscenza della Natura è il fondamento della scienza medica ed è insegnata dalle quattro grandi sezioni della scienza: filosofia, astronomia, alchimia e scienza fisica. Queste quattro scienze si estendono per un vasto campo e richiedono molto studio. Un comune proverbio dice: la via è breve, l’arte è lunga. Fin dall’inizio del mondo gli uomini hanno cercato l’arte di distruggere le malattie, e non l’hanno ancora trovata; ma al paziente sembra che l’arte medica sia molto breve e la conquista della scienza molto lenta, mentre la malattia è rapida e non aspetta che il medico abbia trovato la sua arte. Se un medico è in possesso della vera conoscenza, la sua arte opererà in breve sulla malattia, e la vita  del paziente sarà relativamente lunga. L’arte è breve perché richiede poco tempo per essere applicata se veramente la possediamo, ma l’errore è lungo, e molti muoiono prima di avere trovato l’arte.” (Commentaria in Aphorismas Hippocratis)

“Un medico deve essere un filosofo (cioè un uomo di scienza, n.d.r.); ossia deve osare, fare uso della sua ragione e non aggrapparsi ad opinioni antiquate e ad autorità libresche. Deve anzitutto possedere quella facoltà che è chiamata intuizione e che non può essere acquistata  seguendo i passi di un altro; deve essere capace di seguire la sua propria via.”(De Modo Pharmacandi)

Paracelso continua a enumerare le caratteristiche che deve possedere colui che vuole effettivamente curare le malattie. “Curare le malattie è un’arte che non può essere acquistata solo leggendo libri ma deve essere appresa con l’esperienza. Né imperatori, né papi, né collegi, né università possono creare un medico. Essi possono conferire privilegi e far sì che una persona che non è un medico appaia tale; ma non possono fare in modo che sia quello che non è; possono dare la licenza di uccidere, ma non possono renderlo capace di curare i malati… la teoria dovrebbe precedere la pratica ma, se consiste in pure supposizioni e assunzioni e non è confermata dal lavoro pratico la teoria è inutile.” (Paragranum)

Nel Paramirum o libro delle cause. Paracelso riassume in cinque classi le cause di tutte le malattie. Come sempre questa distinzione, che pure è chiara, stringe Paracelso in paratoie piuttosto anguste, egli tende sempre a debordare da ogni categoria e spiega: “Abbiamo diviso le cause di tutte le malattie in cinque classi che sono le seguenti: Ens Astrale, Ens Venenale, Ens Naturale, Ens Spirituale e Ens Deale. Ma l’ultimo è la causa fondamentale di tutto ciò che esiste. Come vi sono cinque cause delle malattie, parimenti vi sono cinque diversi metodi per trattarle.”

Passiamo quindi all’elencazione delle cinque classi affidandoci come sempre, dove è possibile, alle parole dirette di Paracelso.

  1. Ens Astrale cioè malattie causate da cause astrali “Il mondo è il macrocosmo e l’uomo è il microcosmo, e gli elementi di tutto ciò che esiste nel primo esistono nel secondo. Tutte le influenze che derivano dal sole, dai pianeti e dalle stelle, agiscono dunque invisibilmente sull’uomo… Se nella nostra atmosfera non esistono germi di malattia, l’influenza astrale che viene dall’esterno non provocherà danni. Se nella sfera della nostra anima esistono elementi malefici, essi attraggono queste influenze astrali così da sviluppare malattie.

Un medico dovrebbe conoscere la fisiologia e l’anatomia del cielo come quelle dell’uomo per    capire le cause e le cure astrali.” “Quello che è attivo nelle medicine sono gli elementi astrali che agiscono sull’uomo astrale; le medicine sono prodotte per influenza astrale, e questo costituisce un’enorme differenza a seconda che una medicina sia pervasa da un’influenza o da un’altra.” (De Caducis)

 
 
  1. Ens Venenale cioè malattie causate da sostanze velenose e impurità. “Impurità ed elementi dannosi possono entrare   per varie vie nell’organismo umano. Possono essere assunte con il cibo o con le bevande, possono essere inalate con l’aria o assorbite dalla pelle. Vi sono sostanze velenose visibili e invisibili, e alcune che non sono dannose se entrano isolate nell’organismo ma che possono diventarlo se vengono in contatto con altre sostanze… ogni cosa contiene virtù nascoste che possono essere utili per alcuni esseri e malefiche per altri.”(De Ens Veneni) Quanto detto precedentemente in merito all’alimentazione e sul potere digestivo come solvente nell’ambito del processo alchemico conferma quanto stiamo elencando.
  2. Ens Naturale ossia malattie provenienti da cause psicologiche. Come sappiamo dalla medicina psicosomatica, una malattia corporea può derivare spesso da uno stato morboso della mente. Così non possono essere curati in maniera sintomatica, ma occorre risalire all’origine. La medicina allopatica spesso dimentica che occorre applicare quei rimedi che corrispondono allo stato mentale del paziente. Troppo facile per certa medicina uccidere una mosca con il cannone come diceva Luigi Costacurta, bisogna poi valutare il grave danno causato da simile cura. “Non è un medico colui che può vedere solo quello che è visibile da qualsiasi zotico. Il giardiniere esperto, guardando il seme, può dire quale genere di pianta nascerà da esso; egualmente il medico dovrebbe essere capace di percepire come le malattie hanno origine e in quale modo si svilupperanno… Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti dove non trova altro che gli effetti già avvenuti e non arriverà mai ad una fine; perché anche se uccidesse mille persone per studiare questi effetti, rimarrebbe sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie studiando l’uomo universale.” (Paragranum) “Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti delle malattie sono come persone che s’immaginano di poter mandar via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve. Questa gente ha perso la luce della ragione e ha perso se stessa in oziose divagazioni con gran detrimento del benessere dell’umanità.” (De Astronomia) “Chi conosce la Natura, l’amerà e otterrà il potere di impiegare le sue forze. Nessuno può divenire artista o inventore se non ne ha la capacità naturale; nessuno può essere un buon medico se non è nato per esserlo. L’arte d’ inventare è una specie di Magia, che non può essere insegnata ma che deve essere acquisita.” (Labyrinthus Medicorum) “Anche l’ignorante sa che l’uomo ha un cuore e dei polmoni, un cervello, un fegato e uno stomaco. Ma egli crede che ognuno di questi organi sia separato e indipendente, che essi non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altro e perfino i nostri più dotti medici non si accorgono del fatto che questi organi sono solo i rappresentanti materiali e corporei di energie invisibili che pervadono l’intero sistema e circolano in esso. Così per esempio il vero fegato è una forza che circola in tutte le parti del corpo e ha la sua guida in quell’organo che chiamiamo fegato. Tutte le membra del corpo sono potenzialmente contenute nel centro del fluido vitale, che ha la sua sede nel cervello mentre l’attività che lo sospinge proviene dal cuore.” (De Viribus Membrorum)
  3. Ens Spirituale ovvero malattie che hanno origine da cause spirituali.

“L’Ens Spirituale appartiene allo spirito.” Questa categoria di malattie è causata dalle passioni e dai pensieri disordinati. Sappiamo che certe emozioni possono produrre infarti , ictus, aborti        ed altre patologie improvvise. Certe forme di spavento o sentimento di rancore, possono indurre a grandi cambiamenti fisiologici con conseguenti patologie a carico del fegato, dei reni e della colonna vertebrale. Il dolore può uccidere mentre la speranza e un consapevole controllo della propria emotività oppure, sentimenti di gratificazione possono curare gravi anomalie.

“L’Ens spirituale è la Volontà. Il potere della vera volontà spirituale è conosciuto assai poco perché ben pochi lo posseggono.”Anche i pensieri fanno ammalare.

“Se una persona è cupa e depressa non dovrebbe essere lasciata sola ma dovrebbe avere qualcuno che la consoli e le spieghi che deve liberarsi dai suoi tetri pensieri.” “L’immaginazione può creare la fame e la sete, produrre secrezioni anormali e causare malattie; ma una persona che non ha cattivi desideri non avrà cattiva immaginazione e nessuna malattia scaturirà dal suo pensiero.”

Paracelso afferma che l’odio e la volontà di vendetta producono un’immaginazione malefica che può influire su un’altra persona procurando una malattia o incidenti.

“Una persona che ha cattivi desideri avrà una cattiva immaginazione e le forze create nella sfera della sua mente possono essere proiettate dalla potente volontà nella sfera mentale di un altro. I pensieri non sono  vuoti nulla, ma sono formati dalla sostanza che forma l’elemento dell’anima, così come un pezzo di ghiaccio è formato dalla sostanza dell’acqua. La volontà è il potere che può concentrare l’immagine formata nella mente così come il potere del freddo può far si che un corpo d’acqua si congeli in solido ghiaccio; e come un ghiacciolo può essere trasportato da un luogo in un altro, così un cattivo pensiero a cui un’intensa volontà ha dato forma può essere scagliato contro la sfera mentale di un altro ed entrare nella sua anima se questa non è sufficientemente protetta.” (Philosophia Occulta)

  1. Ens Deale ovvero malattie che hanno origine da causa divina.

Questa parte è piuttosto complicata e forse più difficile da accettare per noi del  XXI secolo.  Paracelso nel suo linguaggio, pur essendo poco luterano, parla di “predestinazione.” Per dirla, in altre parole si tratta di una causa derivante dal Karma di ogni individuo. Tuttavia, lascia trasparire un cauto ottimismo e dice: “Se è nella predestinazione del paziente, che debba restare nel suo purgatorio, il medico non lo aiuterà ad uscirne; ma se è venuto il tempo della sua redenzione, il paziente troverà il medico adatto attraverso cui la volontà di Dio gli manderà la guarigione. Il medico può curare il malato usando rimedi, ma è Dio che fa il medico e i rimedi. Dio non compie miracoli senza l’uomo, egli agisce attraverso la strumentalità dell’uomo, e risana il malato attraverso la strumentalità del medico. Di conseguenza il medico deve possedere la fede così da essere uno strumento perfetto mediante il quale la volontà di Dio può essere compiuta.” (De Ente Dei)

Anche in questa causa, comunque Paracelso lascia un margine di speranza, senza cadere nel determinismo più bieco e conclude: “Ogni malattia corporea sarà curata alla sua giusta ora.”

Se cinque sono le cause di malattie cinque sono anche i modi per curarle. Le riassumo in maniera sintetica, perché sono sufficientemente note ai nostri lettori

1.       Naturales: è la cura dell’allopatia che interviene con i “contraria contrariis”, cioè i contrari si curano con i contrari come avviene nell’idroterapia: al caldo si oppone il freddo.

2.       Specifici: sono i rimedi che usa l’omeopatia: “similia similibus curentur” (il simile si cura con il simile) ad esempio l’insonnia si cura con la coffea cioè il caffè.

3.       Caracterales: cura delle malattie impiegando il potere della volontà: ipnotismo, magnetismo, cure mentali.

4.       Spirituales: cioè la cura delle malattie con l’impiego delle forze spirituali come ad esempio la magia.

5.       Fideles: ovvero curare con il potere della fede come Gesù e gli apostoli.

Naturalmente Paracelso utilizzò questi metodi nelle sue terapie così famose che lo portarono alla celebrità nonostante gli eccessi verbali di cui si è parlato all’inizio della nostra trattazione, che scandalizzarono solo i tradizionalisti.

Chi vuole essere medico alla maniera di Paracelso deve effettuare una severa attività scientifica di verifiche e controverifiche, oltre ad avere la consapevolezza di sé raggiunta attraverso un assiduo lavoro su se stessi. Sentiamo come sempre il suo pensiero: “Coloro che cercano di curare il malato per mezzo di ciò che hanno appreso nei libri e senza usare il proprio giudizio sono le vergini folli menzionate nella Bibbia che sciuparono l’olio delle loro lampade e cercarono di prendere a prestito la luce da altri. Coloro la cui mente è aperta a ricevere la verità, che sono caritatevoli con tutti, che amano la loro arte per se stessa e cercano di fare la volontà di Dio, appartengono alla mia scuola e sono i miei discepoli essi saranno ammaestrati dalla luce della sapienza, e Dio compirà i suoi miracoli attraverso di loro,come suoi strumenti.” (De Virtute Medici)

La medicina di Paracelso fu spesso incomprensibile per i medici e i farmacisti della sua epoca. Egli li apostrofava come ignoranti, superficiali o addirittura disonesti. Anche i rappresentanti della medicina di oggi, che bollono l’omeopatia come pratica antiscientifica basata, sulla creduloneria dei poveri pazienti non capiranno mai la medicina di Paracelso, che tra il resto dell’omeopatia è il precursore.

La straordinaria capacità terapeutica di Paracelso dipende certamente dalle sue conoscenze enciclopediche, ma la sua vera abilità, il segreto di cui tanta letteratura ha vaneggiato, il suo “Laudanum”miracoloso dipendevano dal suo metodo. Egli curava le cause interne da cui dipendono gli effetti esterni. Egli sapeva trattare le quintessenze degli elementi per sostenere con la loro vitalità gli organi corporei in difficoltà. Si tenga presente il ragionamento per comprendere l’alchimia medica. Come l’Archaeus trasforma la materia per mantenere la vita, così il medico dovrà perfezionare le erbe e i minerali per combattere efficacemente le malattie. C’è dunque in noi un vero proprio medico interno che veglia sui ritmi organici ma che non riesce sempre nelle sue funzioni. Il medico interno può diventare improvvisamente “stanco” e allora s’impone l’intervento del medico esterno: “ubi natura desinit, spagiricus incipit”(dove la natura viene meno incomincia l’opera del medico alchemico).

Per ottenere questi risultati occorre avere capacità d’indagine sulle cause delle malattie,  conoscenza e potere spirituale  ottenuti da una disciplina e da una pratica spirituale di anni. Queste facoltà splendevano nella sua persona.

Gli Arcana di Paracelso non si apprendono dai libri e neanche da formule e ricette nascoste. Gli opportunisti che l’hanno seguito, per carpirgli i segreti, sono rimasti con un pugno di mosche. Il successo dipendeva da uno stato di grazia, che si raggiunge con sacrificio, costanza e disinteresse, perché siamo nella dimensione di una scienza spirituale: Questo era il segreto di questo uomo straordinario, compreso da pochi ma che ha saputo guarire una moltitudine di persone ritenute ormai spacciate. Significativa è la conclusione di Rudolf Steiner: “Soltanto una ricerca spirituale approfondita potrà comprendere quanto si trova negli scritti di Paracelso; quando Paracelso verrà compreso a fondo, egli non apparirà più come uno spirito interessante da un punto di vista storico ma piuttosto come uno spirito da considerare da un punto di vista più elevato, dal quale molto vi è ancora da imparare, per lo meno perciò che riguarda il metodo.”

Ecco i rimedi di Paracelso in ordine di grandezza secondo le sue parole: “il primo Arcanum è il Mercurius vivus; il secondo è la prima materia; il terzo è il Lapis Philosophorum, il quarto è la Tinctura. Questi rimedi sono piuttosto di carattere angelico che umano.” (Archidoxes)

L’Arcanum è un rimedio incorporeo, indistruttibile, supremo al di là di ogni corporeità, è la virtù di una cosa nella sua più alta potenza, è un rimedio di ordine spirituale. La quintessenza non è altro che lo spirito vitale insito nelle erbe, nei minerali, è la virtù che esprime il potere segreto degli oggetti e il medico dovrà faticare molto prima di scoprire la quintessenza adatta alla cura delle singole malattie. Nelle Archidoxes Paracelso tratterà a lungo delle quintessenze che comprendono vari gradi: Arcani immortali, Magisteri-estratti, Specifici-combinazioni, Elisir-preservativi. Essi ottengono guarigioni miracolose proprie per la loro estrema purezza che solleva il medico interno stanco.

Per quanto riguarda la preparazione delle medicine, sforzo costante di Paracelso è sempre  stato quello di cercare di eliminare il più possibile dal medicamento ciò che è nocivo per l’uomo, per estrarne l’essenza, permettere la sua liberazione, trovare il mezzo che la trasporti senza alterarne la qualità. Paracelso era famoso per saper estrarre la quintessenza. Quando distilla, cooba, sublima, fa circolare, manda in putrefazione, depura i suoi preparati, egli cerca di separare il puro dall’impuro, il sottile dallo spesso, come già aveva insegnato Ermete. Ripetutamente nei suoi lavori ribadisce che la quantità non è nulla, basta che ci sia la qualità.

Paracelso prescrisse rimedi energici con grande abilità. Aveva l’assoluta padronanza della tecnica  del dosaggio e l’esperienza del medico umile e coraggioso. Egli proclamava la grande verità: la dose è tutto.

Interessante sarebbe riportare le varie testimonianze di guarigioni miracolose come quella dell’editore Froben. Lo spazio non ce lo consente. Cito solo un passo da una lettera di Erasmo da Rotterdam a Paracelso che ci dà un’idea della sua capacità di diagnosi: “ Sono stupito di constatare quanto mi conosciate fino al midollo, per quanto mi abbiate visto una sola volta.”

 
Il teologo 

E’ certo che Paracelso si dichiarava sempre dottore in medicina e in teologia. Di fatto parla con competenza di teologia nelle sue opere scientifiche, ma sappiamo che diversi scritti su questo argomento non sono stati ancora pubblicati e quelli pubblicati sono di difficile accesso. Si conosce l’esistenza di 40 monografie teologiche, 16 commentari biblici, 20 sermoni, 20 opere sull’Eucarestia, 7 sulla Vergine Maria.

Nonostante l’iniziale simpatia per Lutero, Paracelso non divenne protestante. Egli rivendica la sua totale indipendenza in fatto di religione. Come in medicina, anche in teologia, rifiuta tutte le scuole, tutte le dottrine all’infuori della Bibbia. E scriveva: “Dio ci chiede il cuore, e non cerimonie, perché con queste la fede in lui perisce… Se si cerca Dio si deve andare oltre, perché nella Chiesa non lo si trova… La fede in Dio e nel suo unico figlio Gesù Cristo per noi è sufficiente; i digiuni, le messe, le veglie et similia su di noi non hanno effetto alcuno.”Egli deplorava i riti insensati e superstiziosi con uno zelo superiore a Lutero. Per lui le funzioni ecclesiastiche sono una perdita di tempo peccaminosa.

Sulla teologia di Paracelso si potrebbe scrivere una relazione voluminosa. Per le nostre finalità accontentiamoci di questi pochi appunti. Ricordiamo comunque per concludere che Paracelso tenne un’equidistanza tra la chiesa romana corrotta e Lutero, che considerava troppo cupo, con scarsa fiducia nella ragione; era troppo per uno spirito rinascimentale libero come Paracelso. Per liquidare la questione con una battuta Paracelso diceva che il Papa e Lutero erano come due puttane che discutevano di castità e litigavano per la stessa camicia.

Gnomi e ninfe

Non posso concludere senza il riferimento ad una curiosità che riguarda la credenza di Paracelso negli Homuncoli e negli spiriti elementari (gnomi, ninfe, silfidi, salamandre). La generazione degli homuncoli dice il nostro autore che è stata tenuta segreta per molto tempo e intorno ad essa i filosofi antichi avevano avvolto un velo di silenzio, al punto tale che si era dubitato della loro esistenza. Questi esseri sono creazioni di esperti spagirici che danno vita agli homuncoli che sono a disposizione degli uomini per i loro fini positivi e negativi. I testi non sono chiari. Ritengo che questi esseri possono essere considerati alla stregua degli spiriti elementari: gnomi, ninfe ecc. L’opera sulle ninfe è costituito di un prologo e sei trattati. Nessuno deve meravigliarsi che esistano creature simili, dice Paracelso. Queste cose non appaiono comuni, “ ma molto rare e le vediamo soltanto perché condividiamo una scienza delle cose, che dunque sono, ma è come ci apparissero in sogno” (Della rinascita). Essi costituiscono un regno intermedio dell’uomo spirituale. Essi sono affini al mondo della natura e al mondo animale. Dispongono di un corpo non di “rozza carne”ma di materia sottile. In questo modo possono passare attraverso i muri, le rocce, le pietre e vivere nel fuoco, nell’aria, e nell’acqua. Con la morte si estinguono completamente senza lasciare traccia.

Rudolf Steiner ritiene che questi esseri della sfera eterica li possiamo incontrare anche ai nostri giorni se apparteniamo alla categoria degli spiriti sensibili. Comunque li abbiamo incontrati nella nostra infanzia visto che la civiltà attuale li ha confinati nel mondo fiabesco dei bambini.

Le opere

La sua opera scritta comprende numerosi libri e opuscoli apparsi, in parte, dopo la sua morte. Ma Più che le concezioni teoriche di Paracelso sono le sue ammirevoli intuizioni di grande terapeuta a dargli il posto d’onore che gli spetta nella storia della medicina.

Non abbiamo lo spazio  sufficiente per fare un elenco ragionato delle opere di Paracelso, solo l’elencazione avrebbe bisogno di diverse pagine.

Il primo editore che raccolse le sue opere fu Johannes Huser nel 1562. Karl Sudhoff raccolse quattrocento anni dopo gli iscritti di Paracelso e li pubblicò in ordine cronologico. Ne risultò un testo critico di 7.500 pagine. Nel 1929 fu pubblicato anche un primo stralcio delle opere teologiche. Il secondo stralcio è iniziato nel 1955 e a quanto mi risulta non è ancora stato concluso.

Bibliografia

Antonio Miotto, Paracelso il medico stregone, Ed. Fratelli Melita, 1988

Eva Stahl , Paracelso, medico filosofo, mago, Ed. E.C.I.G. 1995

Franz Hartman, Il mondo magico di Paracelso, Ed. Mediterranee, 1982

Primin Meier, Paracelso medico e profeta. Ed. Salerno, 2000

Philip Ball, Paracelso l’ultimo alchimista, Ed.Rizzoli, 2008

Carl Gustav Jung, Paracelso come fenomeno naturale, Ed. Bollati Boringhieri, 1988

Adalberto Pazzini, Paracelso e l’umanesimo italiano, Ed. Università di Roma, 1941

Rudolf Steiner, Paracelso, Ed. Arcobaleno, 1985


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