Galeno
di Giacinto Bazzoli

Nel 1527 Paracelso bruciava sulla pubblica piazza i testi di medicina di Galeno. L'episodio storico fece uno scalpore incredibile ed ebbe lo stesso significato per la medicina del rogo della bolla pontificia da parte di Lutero per la cristianità. Per questo atto ritenuto sacrilego, Paracelso dovrà abbandonare la cattedra di medicina all'università, il posto di medico municipale a Basilea e sarà costretto ad abbandonare la città stessa di Basilea. Ho ricordato quest'episodio per dare l'idea di come era ritenuta intoccabile l'autorità di Galeno a 1300 anni dalla sua morte. Per tutto il Medio Evo Galeno non era ritenuto solo un grande medico-filosofo, ma la verità stessa.

La considerazione attuale di Galeno si muove tra due opposti scogli: la considerazione, spesso superficiale della medicina ufficiale che ritiene Galeno il precursore dell'allopatia e il disprezzo dei seguaci della naturopatia che altrettanto frettolosamente liquidano Galeno come traditore della dottrina di Ippocrate e della concezione olistica. Per superare questo schematismo sterile mi sono deciso a scrivere queste righe per inquadrare nella giusta luce un grande personaggio, la cui medicina ebbe numerose contraddizioni, ma anche diversi aspetti positivi. Racconterò alcuni episodi della sua vita, che non sono fantastici, come per esempio quelli della vita di Ippocrate, ma sono contenuti nella sua autobiografia e citerò dove sarà possibile brani della sua opera.

Per ben comprenderlo in tutta la sua vastità, occorre conoscerlo direttamente nelle sue opere, e non da quanto appare in un posteriore galenismo che ne falsa la vera figura, cogliendo di lui la parte deteriore.

Fu una figura imponente, ma nello stesso tempo oltremodo interessante per la sua complessità, in cui s’intersecano la salda mentalità del perfetto osservatore e sperimentatore moderno, e quella da noi meno accettabile del dialettico che, su la guida neoplatonica e più ancora aristotelica, s’incammina su quella strada che spesso svicola scivolando nella pericolosa china del sillogismo fine a se stesso.

Un altro aspetto che mi preme evidenziare è la sua devozione nei confronti di Ippocrate, che onora alla stregua di un dio, di cui condivide la concezione della vis medicatrix naturae (forza guaritrice della natura) della quale si considera umile servitore. Rilevante è pure l'importanza che egli assegna alla dietetica, che ritiene il più importante strumento di normalizzazione della salute assieme all'esercizio fisico e all'idroterapia.

Galeno era originario di Pergamo, in Asia minore, nacque in un'atmosfera greca e nella tradizione della medicina degli asclepliadi, di cui Pergamo era un centro riconosciuto, dove esisteva un famoso tempio dedicato ad Asclepio.

Nacque il 22 settembre del 130 d.c., figlio di Nikon, colto architetto e proprietario terriero. Galenus significa calmo e sereno, qualità che aveva sempre riconosciuto nel padre, al quale ha sempre detto di voler assomigliare. La madre, stando allo stesso Galeno, era una vera Santippe; sentiamo le sue parole: “Per mia buona sorte mi toccò un padre calmissimo, giusto, valoroso e affettuoso; mia madre invece era talmente irascibile che a volte mordeva le sue schiave. Non faceva che cianciare e litigare con mio padre, come Santippe con Socrate... e mentre lui non si preoccupava neppure per gli inconvenienti gravi, lei soffocava di rabbia per i più insignificanti”.

Il padre seguiva da vicino la sua educazione: verso il quattordici anni cominciò gli studi superiori nelle tradizionali scuole di filosofia; insoddisfatto delle dispute delle varie scuole, Nikon invita il figlio a mantenersi al di sopra delle sette e a garantire di fronte a tutte la propria indipendenza. Galeno cita spesso il consiglio del padre che non dimenticò più.

Il ruolo di Asclepio e la sua fede in Dio

Nikon, che aveva preparato il figlio per una carriera di filosofo, sognò Asclepio che gli suggeriva di indirizzare il figlio alla scuola di medicina. Sia il padre che Galeno accettarono il sogno premonitore. Questa devozione per Asclepio è una contraddizione nella vita di Galeno che si dichiarava razionale e che disprezzava i cristiani che credevano alla resurrezione di Gesù di Nazareth. All'età di 27 anni Asclepio in sogno suggerisce a Galeno di aprirsi un'arteria della mano per curarsi un ascesso addominale; a 38 un sogno lo consigliò di non partire per la guerra con Marco Aurelio; a 43 anni un sogno lo indusse a completare un trattato lasciato incompleto sulla struttura ed il funzionamento dell'occhio. Durante la carriera ebbe occasione di praticare cure che gli si erano rivelate in sogno da Asclepio. Ho accennato, con un po’ di insistenza, a questa fede infantile in Asclepio di colui che rifiutava i miracoli dei cristiani. Queste notizie le apprendiamo dalla sua penna e il grande filosofo diventato medico le riferisce senza vergognarsene. Tuttavia questa sincerità, per certi versi, ce lo rende più simpatico, anche se i fatti sono in contraddizione con la sua filosofia aristotelica. Del resto Galeno credeva in un dio creatore come l'aveva concepito Platone.

Galeno era convinto dell’esistenza di un essere supremo, creatore, dal quale proviene l’esistenza di tutte le cose; decisamente persuaso della infallibilità di Dio, lo sforzo continuo che si rivela in Galeno è quello di dimostrare la saggezza della creazione in ogni sua espressione.

La sua fede profonda nell’esistenza di un essere supremo, creatore e regolatore di ogni cosa, gli conferisce, dall’altro canto, una personalità così caratteristica, che molto contribuì alla sua inattaccabilità futura, anche se gli antigalenisti rinascimentale si sforzarono di accusarlo persino di empietà.

La sua fede, il suo entusiasmo, la sua adorazione per la Divinità superiore, sono sentimenti così nobilmente espressi, così profondamente sentiti da sembrare di origine cristiana.

“La vera pietà”, egli dice “ non consiste già nei sacrifici dell’ecatombe, non nei profumi di cassia o d’altri aromi stranieri, ma nella conoscenza e confessione della sapienza, della onnipotenza, dell’amore e bontà infinita del Padre di tutti gli esseri”.

“ Veneriamo adunque ed esaltiamo la bontà del Creatore”.

“ Fu la sua infinita sapienza che rintracciò mezzi più opportuni per compiere le benefiche sue mire…”.

 

Da Pergamo a Roma

All'epoca risiedeva a Pergamo il medico satiro di Smirne da cui apprese i primi elementi di medicina. Quindi si trasferì a Smirne dove seguì le lezioni di anatomia di Pololpe, poi a Corinto e infine approdò ad Alessandria dove soggiornò diversi anni; li si inserì nella tradizione di Erofilo ed Erasistrato, al tempo dei quali esisteva ancora la facoltà di sezionare i cadaveri. Ad Alessandria apprende le basi dell'anatomia e della fisiologia umana.

Nel 158 ritorna a Pergamo e diventa medico dei gladiatori; professionalmente era un ruolo di grandissimo prestigio, paragonabile oggi ad una cattedra di medicina dello sport o di medico sportivo in una blasonata squadra di calcio europea. Ebbe in quell'occasione l'opportunità di approfondire il proprio sapere sulle lesioni traumatiche. La sua abilità chirurgica era tale che riuscì ad operare un gladiatore gravemente ferito asportandogli lo sterno e garantendo la sua sopravvivenza. Si trattava di un’ operazione chirurgica senza anestesia; che richiedeva un’ abilità eccezionale. Quando poi i giochi gladiatori vennero aboliti a causa degli attacchi dei Galati, Galeno si trasferì a Roma.

Il successo delle cure prestate al filosofo Eudemo e la polemica aspra nei confronti dei medici incompetenti già residenti a Roma suscitò un enorme interesse per la sua persona. Il buon esito della terapia prescritta alla moglie del console Flavio Boeto gli aprì le porte dell'alta società romana. Roma era una città di un milione di abitanti (un numero 100 volte maggiore rispetto alla norma delle città antiche), numerosi erano i medici appartenenti alla setta metodica, dogmatica, eclettica, empirica; un buon numero erano di guaritori di tipo religioso.

Galeno aveva un talento eccezionale, ma era altrettanto pieno di sé da risultare arrogante; maggiori erano i suoi successi e più numerosi erano i suoi nemici che lui metteva in ridicolo per la loro imperizia, sfruttando le sue capacità dialettiche.

Nel 162 scoppiò la peste così detta antonina; questa causa, assieme ai dissidi e all'ostilità dei colleghi spinsero Galeno a lasciare la capitale per tornare a Pergamo. Ma tale era la sua fama che l'imperatore Marco Aurelio e Lucio Vero lo convocarono ad Aquileia perché assumesse la carica di loro medico personale e li accompagnasse nella campagna contro i Marcomanni. Galeno con la sua consueta immodestia, racconta quale fu il giudizio di Marco Aurelio: “Disse a Peitolao che ora, almeno, aveva un medico, anche coraggioso, ripetendo che io ero il primo dei medici e il solo filosofo; ne aveva provati molti, alcuni avidi, altri assetati di fama e di onore e altri ancori pieni di invidia e malignità. Come ho appena detto, questa è la diagnosi più straordinaria che abbia mai effettuato”. In effetti la prognosi fu l'arma determinante di Galeno. Marco Aurelio soffriva di un'epatopatia dovuta ad eccessi alimentari. Diagnosi e terapia con successo stupirono l'imperatore che ebbe sempre una grande considerazione di Galeno, come è testimoniato dal brano sopra citato.

Morto Lucio Vero, Marco Aurelio inviò Galeno a Roma perché vegliasse sulla salute del figlio Commodo in tenera età. Galeno rimane a Roma e man mano che Commodo cresceva si occupò delle sue ricerche e dei suoi trattati. Tornò a Pergamo nel 193 e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 200.

 
Le opere

Le opere del grande Galeno ascendono, dicono alcuni, a circa 400, altri dicono a 600. Parte di esse andò perduta nell’incendio del tempio della Pace, nelle cui vicinanze si trovavano i librai, depositari dei suoi volumi. Per i suoi studi Galeno registrava tutto. Aveva alle sue dipendenze assistenti alla ricerca, scribi e tutte le risorse umane di ciò che oggi sarebbe l'equivalente di un laboratorio di un grande ricercatore, con annessi ambulatori, farmacia, casa editrice e tipografia. È sbalorditiva la quantità di opere da lui prodotte. Cominciò a scrivere nell'adolescenza e continuò fino alla morte avvenuta all'età di settant'anni, lasciandoci una raccolta di opere che costituiscono la metà di tutti gli scritti di medicina dell'antica Grecia a noi pervenuti.

Di lui oggi ci rimangono 83 scritti che si ritengono originali , 19 che sono dubbi e 15 commentari degli scritti ippocratici.

I testi originali di Galeno furono scritti in greco.

Gli arabi li tradussero ampiamente commentandoli, interpretandoli e, a volte, svisandoli.

Altre volte, tuttavia, queste traduzioni possono anche essere assai utili.

Ne sono esempio i 6 libri delle Administrationes anatomicae che, perduti nella lingua greca, sono giunti, oggi, in arabo. Essi, insieme con i 9 pervenutici nella lingua originale, completano l’intera opera galenica, composta, appunto, di 15 libri. Tuttavia, dal confronto tra il testo greco di libri superstiti e quello arabo dei libri ritrovati, netta risalta una evidente alterazione del puro pensiero galenico, passato attraverso il traduttore arabo, che non infrequentemente lo travisa.

Ben presto i libri galenici greci vennero tradotti in latino dal bresciano Diomede Bonardo. Questa prima traduzione venne, in seguito, pubblicata nel 1490, a Venezia.

L’opera di Galeno è molteplice.

Essa si esplica nell’anatomia, nella fisiologia, nella clinica, nella patologia, nella terapia, nell’igiene, nella medicina legale, nell’esegesi di opere di antichi autori, nella filosofia.

Qualche mese fa (19 febbraio 2012) il Corriere della Sera ha dato notizia di una nuova opera di Galeno recentemente ritrovata, che Vegetti sta traducendo e che pubblicherà assieme ad altre tre opere di piccola dimensione; il libro dovrebbe uscire entro l'anno per l'editore Carocci. La nuova opera sarà pubblicata con il titolo: “L'imperturbabilità” e contiene le confidenze ad un amico dopo il devastante incendio avvenuto a Roma nel 192. A causa di esso Galeno perse la sua biblioteca, ma anche strumenti chirurgici, farmaci rari e preziose ricette raccolte durante i suoi viaggi. Il Professor Vegetti ha dichiarato che l'opera nuova “si potrebbe considerare una sorte di viatico per la cura dell'anima”.

Sull'etica fu molto severo con i medici contemporanei e non esitava a proporsi come esempio: “Fino ad oggi ho seguito precetti insegnatimi da mio padre. Non mi professo di alcuna setta, pur avendole studiate tutte con la stessa alacrità e lo stesso ardore, e, come mio padre, mi soffermo senza timore sui quotidiani avvenimenti della vita. Mio padre mi ha insegnato a non curarmi dell'opinione e del riconoscimento altrui e a cercare soltanto la verità. Insisteva, inoltre, che il denaro serve principalmente per saziare la fame, la sete, e per vestirsi; se avanza, esso dovrebbe essere investito in opere meritevoli”.

Galeno era ricco di famiglia ed era colmato di regali da parte della sua nobile clientela: l'imperatore non gli faceva mancare nulla, tuttavia il confronto con i colleghi, costretti a sbarcare il lunario, è ingeneroso. E' anche vero che Galeno aveva investito una parte consistente del suo patrimonio per pagare i copisti, gli incaricati della pubblicazione dei suoi scritti, e non badava a spese nell'acquisto di libri che allora erano costosissimi. Si sa meno delle opere di beneficenza di cui egli stesso parla, ma non c'è ragione di dubitarne. Tutto sommato condusse una vita semplice, da scapolo, dedicata alla ricerca e all'arte sanitaria.

 
Ippocrate

Uno dei meriti di Galeno è stato quello di studiare e commentare le opere del “Corpus Ippocraticum”. Egli considerava Ippocrate, non solo un grandissimo maestro, ma quasi un dio e coltiverà la fantasia di incontrarlo dopo la morte nella dimora eterna degli immortali.

Di tutti gli antichi autori di medicina è quello che cita Ippocrate più frequentemente. Nella sua opera, che è giunta fino a noi, in nome del maestro compare più di 2500 volte. Un vero record. Galeno ebbe la fortuna di nascere a Pergamo, che come abbiamo visto, fu uno dei luoghi privilegiati della medicina, dove era presente oltre che un asclepeion anche una ricca biblioteca.

Galeno si lamenta che i suoi contemporanei tessano l'elogio di Ippocrate a parole, ma non imitino il suo esempio nei fatti. Un lungo passo del trattatello intitolato Il medico eccellente è anche filosofo illustra perfettamente questo punto:

“Quello che accade alla maggior parte degli atleti, che pur aspirando alla vittoria nei giochi olimpici non fanno nulla per ottenerla, capita anche alla maggioranza dei medici. Essi lodano Ippocrate e lo considerano il primo in assoluto, ma fanno tutto meno quello che occorre per assomigliare a lui. Egli infatti sostiene che l'astronomia contribuisce alla medicina per una parte non piccola, e così la geometria, che è la guida necessaria di quest'ultima. Ma essi non solo non praticano personalmente nessuna delle due scienze, criticano anche coloro che le praticano. Inoltre, a proposito della natura del corpo, [Ippocrate] ritiene giusto conoscerla con precisione, dichiarando che essa è l'inizio di ogni ragionamento in medicina. Ma essi si dedicano a questo compito con tale ardore che di ogni parte del corpo ignorano non solo la sostanza, il tessuto, la forma, la grandezza e i rapporti con le parti connesse, ma anche la posizione. Inoltre non saper dividere le malattie in specie e generi comporta per i medici degli errori negli obiettivi terapeutici; Ippocrate lo dice quando ci invita a seguire il metodo razionale; ma i medici attuali sono così lontani dal conformarsi ad esso che denunciano quelli che lo seguono come interessati a cose inutili. Allo stesso modo, a proposito della prognosi del presente, del passato e dei futuro di un malato, Ippocrate dice che bisogna accordarvi grande attenzione. Ma anche in questo campo dell'arte essi mostrano tanto ardore che se qualcuno predice un'emorragia o un'essudazione lo trattano sprezzantemente da indovino o da cantastorie; e ancor meno sopportano che si facciano altre predizioni, e meno di tutto regolano il regime in base al momento in cui deve verificarsi l'acme della malattia. Eppure Ippocrate raccomanda di gestire in questo modo il regime. Quale campo resta in cui essi possano rivaleggiare con quest'uomo? Non certo nell'abilità dell'espressione: in lui anche questa è perfettamente corretta; in loro è il contrario, al punto che se ne possono vedere molti commettere due errori in una sola parola, cosa difficilmente spiegabile”.

In questa pagina Galeno mette in evidenza un netto contrasto tra Ippocrate e la medicina dei suoi tempi.

 Galeno ha redatto ampi commenti ai testi ippocratici e ne parla egli stesso riassumendoli:

 

“Sui miei commenti ippocratici. in generale, secondo le mie intenzioni, nessuna delle opere che ho dedicato agli amici doveva pervenire nelle mani del grande pubblico: è il caso, in particolare, degli scritti esegetici sui trattati ippocratici. All'inizio non era per la pubblicazione ma per esercitarmi che ho redatto i commenti a questi trattati, esattamente come ho fatto per ciascuna parte dell'insieme della teoria medica, elaborando per me stesso tutto ciò che permette di abbracciare gli scritti di Ippocrate sull'arte medica, i quali offrono un insegnamento al tempo stesso chiaro e pienamente sviluppato. È in effetti ad uso privato che ho scritto Sui giorni critici secondo l'opinione di Ippocrate; è ad uso privato che ho scritto Sulle crisi; è ad uso privato che ho scritto Sulla dispnea, e su ciascuna delle altre parti; e tutto il Metodo terapeutico l'ho redatto in quattordici libri nello stesso spirito. Poiché sapevo che le spiegazioni di ciascuna frase di Ippocrate erano già state compilate da numerosi miei predecessori in modo non malvagio, ho ritenuto superfluo criticare tutto quello che mi pareva non fosse stato detto a modo. Ho tenuto questo atteggiamento in tutti i commenti che in passato ho dedicato a chi me ne ha fatto richiesta, enunciandovi raramente critiche contro coloro che proponevano quelle spiegazioni. Al principio a Roma non possedevo neppure tutti i loro commenti perché i miei libri erano rimasti in Asia. Se in certi casi ricordavo che qualcuno di loro aveva detto cose particolarmente cattive, suscettibili di causare gran torto nell'esercizio dell’arte a coloro che vi avessero prestato fede, lo segnalavo; ma tutto il resto l'ho esposto secondo il mio punto di vista, senza menzionare quelli che avevano dato una spiegazione diversa. È così che ho redatto i commenti agli Aforismi, a Fratture, ad Articolazioni, e inoltre al Prognostico, a Regime nelle malattie acute, a Piaghe, a Ferite della testa e al primo libro delle Epidemie.

Dopo di che, siccome avevo sentito che qualcuno faceva l'elogio di una cattiva interpretazione di un aforisma, ho redatto tutti i commenti che ho dedicato in seguito, pensando però ad una edizione pubblica e non solo al possesso privato dei destinatari. Si tratta dei commenti al secondo, terzo e sesto libro delle Epidemie, e inoltre di quelli a Umori, ad Alimento, al Prorretico, a Natura dell'uomo, alla Officina del medico, come anche di quello ad Arie, acque, luoghi, che bisogna chiamare secondo me Sulle abitazioni, le acque, le stagioni e i paesi[...]. Riguardano Ippocrate anche i seguenti libri: Sul regime secondo Ippocrate nelle malattie acute, la Spiegazione delle parole rare che si trovano presso di lui [Glossario], il Contro Licio su un aforisma che comincia «gli esseri che crescono hanno più calore innato» [Aforismi I, 141, e inoltre il Contro Giuliano, il metodo per la difesa di ciò che egli ha rimproverato agli Aforismi ippocratici. Riguarda Ippocrate anche un altro piccolo libro nel quale mostro che il medico eccellente in tutto deve essere anche filosofo”.

E’ un bilancio impressionante,ma la lista potrebbe continuare. Ad ogni modo Galeno ha contribuito alla diffusione dell’ippocratismo, un merito che gli riconosciamo volentieri.

 
La sua ricerca

Se Galeno avesse avuto le possibilità dissettorie di cui godettero gli anatomisti del Rinascimento, la sua sarebbe stata veramente una anatomia tecnicamente perfetta. Egli, invece, visse in un’epoca nella quale, come vedemmo, una legislazione ottusa  vietava non solo di fare dissezioni, ma, come lo stesso Galeno afferma, di attardarsi a osservare un cadavere che, casualmente, fosse stato trovato.

Egli stesso, lamentando di non poter eseguire studi anatomici umani come  avrebbe voluto, si dovette accontentare di eseguire dissezioni di animali, preferendo quelli che, per la struttura morfologica, maggiori somiglianze mostravano con quella umana: la scimmia, in primo luogo.

Come ho già ricordato, rare volte (Admin. Anat., 1, 2) poté occasionalmente osservare, ed anche di sfuggita, un essere umano. Oltre ad un cadavere divelto dalla piena del Tevere e lo scheletro di un brigante ucciso per via, poté vedere malati cui un male aveva corroso le carni; come medico dei gladiatori avrà potuto compiere osservazioni in occasione di vaste ferite, ma lui stesso asseriva che solo in Alessandria si poteva studiare uno scheletro umano completo. Ed è ancora lui ad ammirare Erofilo come massimo anatomico dei tempi passati, poiché poteva studiare su cadaveri umani.

L’anatomia di Galeno è quella degli animali, ma sbaglia chi volesse desumere da questo fatto che egli avesse tendenziosamente voluto far passare per umane quelle descrizioni che eseguiva sulle scimmie o su altri animali, poiché sempre ne avverte il lettore. Spesso, questo è vero, egli commette un errore di giudizio, che lo fa giungere ad una affermazione errata, in fatto di anatomia umana.

Quando sbaglia succede perché è un uomo del suo tempo; per lui la speculazione filosofica e l'applicazione della logica erano valide quanto un'osservazione oggettiva. Galeno era capace di riconoscere che quando si trattava di spiegare la struttura ed il funzionamento del corpo umano le sue capacità logiche non potevano sostituire gli organi di senso. A questo riguardo, leggendo attentamente le sue opere anatomiche, mi è sembrato lecito estrarre da quella vasta letteratura una specie di formula, quasi una “sigla”, come oggi si dice, che offre la ragione valida, secondo lui, per trasferire l’anatomia degli animali: la funzione, egli dice, è in rapporto con la morfologia, e allorché la seconda non è dimostrabile (come accade per l’anatomia umana) può essere comprovata dalla prima. Così descrive l’utero della donna (che non ha mai visto) uguale a quello della vacca, perché quello di entrambe, donne ed animali, hanno la stessa funzione da partorire, di solito, un solo feto, eccezionalmente due. È chiaro il sillogismo. I principali libri galenici che trattano di anatomia, e che ci sono pervenuti sono, prima di tutti, i 9 delle Administrationes anatomicae cui ne vanno aggiunti altri 6 in lingua araba, perché il testo originale greco è andato perduto. Altre nozioni dello stesso argomento sono sparse in altri due libri, specialmente nei 17 libri De usu partium, dove la fisiologia è strettamente legata, come il solito, all’anatomia.

In essi dà istruzioni sul modo di eseguire la dissezione e studia l’osteologia, la miologia, l’angiologia, la neurologia.

L’osteologia è trattata, senza dubbio, nel modo più completo, specialmente per quanto riguarda lo scheletro della testa, con le sue strutture, e con le connessioni con la colonna vertebrale. Tuttavia la ricerca anatomica è un esempio valido anche oggi. Ed in questa, Galeno ci si presenta come la mentalità medica più completa: quella che si plasma nella costante visione dell’immagine anatomica e dell’esperimento condotto a perfetta regola di laboratorio. Il ragionamento che guida i suoi esperimenti è quello di un perfetto positivismo scientifico. Bisogna sentirlo quando, al tavolo dissettorio, insegna il modo di condurre gli esperimenti più delicati, e quello di eseguire la dissezione nel modo migliore, senza che ne risentano danno i tessuti che delicatamente isola, per ammirare in lui la tecnica più raffinata, le deduzioni più ovvie che da queste l’attenta osservazione dimostra. E non dimentica, quando l’occasione gli si presenta, di sottolineare il discorso di un vaso o di un nervo la cui presenza deve essere tenuta a mente dal chirurgo, quando gli accada di intervenire sul vivo in quella regione.

Galeno spiegò la sua metodologia in “De usu partium”: “Ora lasciate che, una volta per tutte, faccia questa dichiarazione generale che si applica a tutta la mia trattazione, così da non doverla ripetere tante volte. Spiegherò adesso le vere strutture che si incontrano nella dissezione, cosa che nessuno prima di me ha mai fatto con precisione. Pertanto, chi desidera osservare l'opera della natura, dovrebbe riporre fiducia non nei libri di anatomia, ma nei propri occhi, e venire da me oppure consultare uno dei miei collaboratori, o, per proprio conto, esercitarsi industriosamente nella dissezione; ma, finché si limita a leggere, correrà facilmente il rischio di credere a tutti í primi anatomisti, che sono molti”.

Naturalmente si rivela in queste parole il carattere presuntuoso, competitivo e polemico di Galeno, tuttavia aveva capacità intellettuali straordinarie con i quali osservava i fenomeni della natura e vedeva la verità dove altri suoi contemporanei vedevano solo fantasie. Ed ecco come si rapporta con i colleghi che non sono capaci di vedere la verità: “Quando dico loro questo, aggiungendo che ogni movimento volontario è prodotto da muscoli controllati da nervi, che provengono dal cervello, mi chiamano «creatore di storie fantastiche» e non hanno altri argomenti al di là della semplice asserzione che la trachea è vicina al cuore. Ma, ciò che dico, posso dimostrarlo con la dissezione. Essi hanno scelto la strada breve e facile invece di quella lunga e tortuosa che, sola, conduce allo scopo desiderato; ma la corta e facile non arriva alla verità. Nessuno è riuscito a contraddirmi quando ho dimostrato i muscoli della respirazione e della voce. I muscoli muovono certi organi, ma anch'essi, per essere mossi a loro volta, hanno bisogno di certi nervi provenienti dal cervello, e, intercettandone uno con una legatura, si immobilizzano immediatamente il muscolo in cui è inserito il nervo e l'organo. Chiunque ami la verità, venga a me, e, se i suoi sensi sono intatti, vedrà con chiarezza anche negli animali che l'inspirazione libera o normale è causata da certi organi, muscoli e nervi. Gli mostrerò anche l'organo della voce, la laringe, i suoi muscoli motori e i nervi di quei muscoli che provengono dal cervello; e la stessa cosa per la lingua, organo della parola. Preparerò parecchi animali per mostrare che, a seconda dei nervi che vengono tagliati fuori, viene annullata una di queste attività”.

 
Patologia

La fisiologia di Galeno è diffusa in tutta la sua opera, ma specialmente viene trattata nel De usu partium, opera composta di 17 libri.

Il suo fondamento è quello umorale, tanto che si può pensare che questa dottrina, così come ci è pervenuta, sia opera galenica. In effetti nel Corpus Hippocraticum  si trovano gli elementi costitutivi, sparsi nelle varie opere. Galeno, infatti, costituisce l’umoralismo secondo concetti ben definiti: gli umori derivano dagli elementi e sono contenuti nel sangue ed in ciascuno di noi sono compresi tutti e quattro, con la prevalenza di uno che conferisce la caratteristica dell’individuo: acqua, per la legna  fuoco, per la bile gialla terra, per la bile nera aria, per il sangue.

“Tutti i corpi nascono dal temperamento delle quattro quattro qualità — caldo, freddo, secco e umido” si legge nel trattato sulle Facoltà naturali “e quindi ognuno deve considerare bene il suo temperamento se vuole mantenersi in salute”. Nell'Arte medica si dice ancora che la “buona medicina deve essere articolata in tre settori: la dietologia, la farmacologia, le tecniche manuali “.

In quanto al pneuma, Galeno, seguendo le antiche teorie gli conferisce valore vitalizzante, e, seguendo Aristotele, lo divide in pneuma psichico, che ha sede nel cervello; pneuma zoticon (o vitale) che ha sede nel cuore, e pneuma fisico (o vegetativo) che ha sede nel fegato. Nella concezione generale dell’economia dell’organismo, Galeno mantiene i principi ippocratici, pur se li modifica in parte, e li completa.

Galeno patologo è, dobbiamo pur dirlo, al di sotto del Galeno anatomista e, più ancora, del fisiologo.

Quel voler rendersi conto a ogni costo di tutto, quella preoccupazione di classificare, quel voler risalire alle cause anche quando esse, per ovvie ragioni, non potevano essere chiarite, sembra a volte oscurare quella chiarezza e semplicità che appaiono in Ippocrate o nel corpus ippocraticum.

La malattia è, per Galeno, uno stato del corpo (diatesi) in cui si trovano lese le funzioni. Quindi la lesione di un organo equivale a lesione della sua funzione, onde a ogni malattia corrisponde una lesione organica.

I sintomi costituiscono gli effetti della malattia. Su questi principi egli dettò i quadri patognomonici di alcuni stati morbosi.

Galeno divise le malattie in quelle delle parti semplici o similari, quelle delle parti strumentali (organi) formate dalle parti semplici (arterie, vene, nervi, ossa, cartilagini, muscoli) ed infine in malattie traumatiche.

L’astrazione vinse ed ecco che la sua terapia si ingolfa in un intricato labirinto di sillogismi e sofismi. La sua base è contraria contrariis: rimedio caldo nelle malattie da umore freddo, evacuazione nelle pletoriche, ecc. Da questa semplicità, si passa presto alla complicazione: egli, seguendo la patologia umorale, riconosce ai quattro elementi fondamentali ed alla loro discrasia ogni responsabilità di malattia. Questa discrasia non è, però, semplice, ma complicata da un cumulo di cause e di concause che rendono le varie affezioni, calde, fredde, umide o secche in primo o in secondo grado e con diverse modalità e complicazioni. Per seguire perciò il suo precetto base di contraria contrariis egli viene a riconoscere, anche nei medicamenti, una diversità di umori e di qualità calde, fredde, umide o secche che esistono solo per via di sillogismo. La terapia si viene così ad ingabbiare in un cerchio vizioso: a malattia da perfrigerazione, occorre un medicamento di natura calda; a malattia secca nel primo grado, fredda nel secondo, medicamento umido nel primo e caldo nel secondo grado. E così via. Da ciò, chiaro risulta il vizio del sistema: l’azione del rimedio viene provata dalla premessa patologica assiomaticante accettata, e la premessa patologica prova la azione del rimedio.

Egli asserisce che le indicazioni terapeutiche debbono essere tratte dall’essenza della malattia o, se questa è nascosta, dalla stagione, dall’atmosfera, dalla costituzione, sempre attenendosi al noto principio del contraria contrariis.

 
Fisiologia

La fisiologia di Galeno ha il merito di essere spesso suffragata dall’esperimento: almeno quando l’esperimento è possibile. Per spiegare la digestione, egli afferma che lo stomaco attrae gli alimenti, li trattiene, li altera, ossia li digerisce, e poi li espelle nell’intestino che li trasforma in chilo.

Il significato generale della respirazione viene interpretato con lo scopo che essa avrebbe di rinfrescare il sangue, di espellere tutti i principi nocivi di esso e di introdurre aria vitale.

È infine quest’aria inspirata che, introdotta nell’organismo, si trasforma nei vari pneumi, per virtù dei singoli organi: pneumi che servono per tutte le funzioni dell’organismo, nessuna esclusa.

Oltremodo interessante è sottolineare la modalità con la quale Galeno segue questa trasformazione. Egli infatti definisce ventriculi dell’aria i polmoni, i quali hanno soltanto la funzione di preparare l’aria esterna per la trasformazione in pneuma, come lo stomaco ha la sola funzione di preparare il cibo per la trasformazione in sangue, operazione riservata al fegato. Così per l’aria, i polmoni la preparano affinché possa essere trasformata in pneuma, azione riservata al cuore, al cervello e al fegato (pneuma vitale, psichico e fisico o vegetativo). In argomento di generazione, egli ha la giusta conoscenza della funzione delle ghiandole sessuali nella economia dell’intero organismo. Sa che lo sperma deriva dal sangue, si forma nella vena e arteria spermatica e nei didimi viene elaborato in modo da poter generare. Anche l’ovaia, generatrice del seme femminile (tale era la persuasione dell’epoca) aveva la stessa funzione.

Circolazione e digestione s’ingranano una con l’altra, in modo che la prima risulta la continuazione diretta della seconda.

Gli alimenti, infatti, che si sono trasformati nello stomaco e nell’intestino, costituiscono la materia che, per ulteriore trasformazione operata nel fegato, darà luogo al sangue; sangue nutritivo, venoso, ricco di quegli spiriti nutritivi che, secondo l’antica persuasione, avevano dimora in quell’organo.

Giunto al cuore, il sangue si caricava di spirito vitale il quale, per suo mezzo, si portava a tutto l’organismo.

 
Alimentazione

Tra le opere di Galeno riveste una certa importanza quella piccola opera che una traduzione maldestra ha intitolato: “La dieta dimagrante”. Io invece tradurrei: “Dieta leggera, digeribile e senza grassi”. E' un piccolo trattato nel quale Galeno dimostra una conoscenza perfetta dei singoli alimenti dei quali passa in rassegna un elenco veramente lungo e particolareggiato. Anche in questo possiamo dire che Galeno è vicino ad Ippocrate.

E' un breviario per un alimentazione sana ad equilibrata dalla quale vengono scrupolosamente segnalati i vantaggi per i vari organi del corpo. E' un indagine seria di scienza dell'alimentazione nella quale alimenti animali e vegetali sono analizzati nella loro potenzialità di mantenere in salute o di essere strumenti di guarigione. Portiamo a conoscenza dei lettori l’incipit di questa piccola opera:

“Una buona dieta senza grassi rimette a nuovo da un gran numero di malanni cronici, sicché esiliato ogni medicamento, essa  ne è, spesso e senza altri mezzi il toccasana: abbisognano indicazioni puntuali. Meglio, ovvio, quando la dieta può fare miracoli esiliare i farmaci.

Nefrite e artriti, in buona percentuale di casi, lo so per certo, senza che ancora le articolazioni fossero compromesse da depositi calcarei guarirono con la dieta totalmente alcune, altre ne ridussero il danno. Non pochi poi gravati da dispnea irriducibile guarirono del tutto facendo pregressi da giganti o ne limitarono gli effetti per gran tempo. Milza straripante e fegato pietroso vengono riconciliati dalla dieta senza grassi; miracolose guarigioni poi produce la dieta per l’epilessie in fase incipiente e di modesta entità; Nei casi conclamati invece e nei casi occulti produce sensibili effetti”.

La sua vicinanza ad Ippocrate e alla nostra sensibilità di naturoigienisti si trova anche in altre sue opere. Citiamo alcuni passi: “Cibatevi poco” consigliava Galeno “ma cibatevi di tutto, lasciandovi guidare nelle scelte dall'istinto”. E ancora: “Attorniatevi di amici che non siano appassionati di cene luculliane, perché il troppo mangiare invecchia il corpo e rattrista lo spirito”.

“Tutti i corpi nascono dal temperamento delle quattro qualità caldo, freddo, secco e umido” si legge nel trattato sulle Facoltà naturali “e quindi ognuno deve considerare bene il suo temperamento se vuole mantenersi in salute”. Nell'Arte medica si dice ancora che la “buona medicina deve essere articolata in tre settori: la dietologia, la farmacologia, le tecniche manuali”.

 

L’herba deorum di Galeno, l'erba degli dei, così chiamata perché “aiutava gli ammalati a riprendersi e i sani a non ammalarsi”,era una specie di panacea che garantiva la buona salute.

Da un ricettario del basso impero, apprendiamo che si doveva prendere “un piccolo pugno di grano, uno di avena, uno di orzo”; dopo avere mescolato il tutto ben bene, i semi andavano messi in un recipiente di terracotta, avendo cura di coprirli con acqua intiepidita al sole.

I semi andavano lasciati a macerare dal tramonto all'alba, scegliendo la terza notte della luna nuova perché si riteneva che la vitalità in quel periodo fosse maggiore. Il giorno seguente bisognava togliere i semi dall'acqua per metterli in un recipiente, sempre di terracotta, ma più grande. Andavano poi lasciati all'ombra, umidificandoli di tanto in tanto.

Dopo tre o quattro giorni iniziavano a spuntare i germogli. Ma solo al settimo giorno Galeno consigliava di strappare leggermente le punte, con i polpastrelli delle mani (mai con il ferro), per poi ottenerne una insalata da mangiare al mattino, appena alzati, al fine di avere un assorbimento massimo.

L'erba degli dei andava condita solamente con qualche goccia di limone e di olio di oliva;veniva anche consigliata come farmaco della longevità, e sembra che i risultati fossero soddisfacenti. Un certo Alcherio, di nobile famiglia, che tutti gli anni, all'inizio della primavera, usava cibarsi per una intera luna con l'erba degli dei, visse fino all'età di 82 anni; Boeto, protettore di Galeno durante il suo primo soggiorno romano, superò la settantina; e così pure Galeno, che si definiva “insaziabile consumatore dell'herba deorum”. E per quel tempo si tratta di un record, considerando che l'età media si aggirava sui trent'anni.

Ma non basta. Galeno afferma che l'erba degli dei “fa amare la vecchiaia perché mantiene la forza e la gioia di vivere”

 
Terapia

In terapia, Galeno partì dal concetto puro ippocratico della natura medicatrice per cui il medico, come dice egli stesso, è un ministro della natura.

A Galeno va inoltre il merito di avere ulteriormente definito il rapporto tra arte medica e natura “Gli antichi “usava dire” sostenevano che il primo medico è la natura; ma io sono convinto che il ruolo della natura, nella salute, nella malattia e nella morte sia ancora più determinante. Sono convinto cioè che l'artefice di tutto sia la natura e che il medico sia solamente il suo aiutante”.

In uno dei suoi molteplici trattati, il manoscritto di Dresda tradotto nel 1910 dagli olandesi E.C. Van Leersum e W. Martin si leggono alcuni principi sui quali è opportuno soffermarsi: “Il miglior medico è quello che segue la natura; quando cerca di superare la natura, o peggio ancora quando cerca di escluderla, il medico diventa il manovale della morte... Non basta che il bravo medico conosca l'anatomia alessandrina, la zoologia e fisiologia aristotelica, la patologia e soprattutto la clinica di Ippocrate, perché deve conoscere anche l'astronomia e la filosofia... Non basta che il bravo medico conosca i purgativi, gli epistatici, gli astringenti, perché giova anche conoscere la posizione degli astri e il tipo dei venti e della terra e delle acque... Spesso capita che la discrasia sia proprio provocata dai venti, dalla terra, dall'acqua; e quindi non vale proprio nulla riportare nell'uomo lo stato di crasia, poiché bisogna cercare di combattere la causa che provoca nell'uomo la malattia... Se eliminiamo la discrasia, ma non la causa che l'ha provocata, ben presto l'uomo ricadrà in altra e forse più grave discrasia... Per questo ritengo che l'optimus medicus debba osservare e studiare per tutta la vita e debba discutere con i colleghi i casi clinici più significativi”.

Bisogna poi imparare a vivere serenamente. È questo un precetto che, come accade per molte altre, rimbalza su tutte le opere mediche di Galeno: “L'affanno è parente stretto della discrasia”, e ancora: “Vivete con cura [prendendovi , cura di voi], ma vivete senza cura [senza preoccupazioni]”.

I medicamenti che egli adopera sono particolarmente vegetali, ma non esclude i minerali e gli animali.

L’opera dove più particolarmente egli si occupa dei medicamenti, è quella intitolata De simplicium medicamentorum temperamentis et facultatibus. In essa sono elencati ed esaminati ben 473 semplici di origine vegetale, oltre una vasta serie di semplici animali e minerali.

Galeno dedica alla coppettazione una piccola opera intitolata: “De hirundinibus revulsione, cucurbitulae, incisione et scarificatione”. Secondo Galeno la coppettazione è un mezzo importante per estrarre la materia di ascessi, per alleviare il dolore, per diminuire l’infiammazione, per dissipare il gonfiore dell’apparato gastro-intestinale e restituire appetito e vigore allo stomaco, depurare il sangue, regolare o fermare il flusso sanguigno nelle mestruazioni e infine può essere utile come ricostituente.

Naturalmente da buon cittadino romano Galeno ha sempre proclamato come fondamentale in terapia l’idroterapia e l’esercizio fisico sia a scopo preventivo che curativo.

 
Clinica

In clinica egli fu di una minuzia senza pari; ricercò il sintomo fino allo scrupolo, la sua azione sulla economia generale e la sua ripercussione su ogni apparato dell’organismo: osservazioni veramente importanti anche se vengono, spesso, intramezzate con discussioni teoriche e con formule filosofiche.

Ciò non pertanto, dalla sua ricerca minuziosa risultano numerose cognizioni preziose e nuove, derivanti dalla diretta osservazione del malato. Queste sue qualità lo rendono capace di diagnosi fini e che oggi meravigliano.

La potenza della sua osservazione, che lo rese eminente nel campo dell’esperimento biologico, lo rende acuto esaminatore dei sintomi e mentre la conoscenza anatomica gli offriva la spiegazione di fatti che ad altri sfuggivano, la critica acuta al tavolo dell’esperimento gli fa conoscere la verità, anche quando ad altri sembra essere mascherata da contingenze che facilmente possono trarre in errore.

 
Chirurgia

Contrariamente a quanto si afferma di solito, Galeno si occupò di chirurgia più di quanto si creda. Ottimo chirurgo, ed anche noto nella pratica professionale, egli si dimostra nel commento che fa delle opere chirurgiche di Ippocrate. Specialmente sono queste opere, il De fracturibus, il De articulis, la Officina. Nelle opere proprie, si trovano cenni di chirurgia nel De methodo medendi.

Non solo egli è in grado di approfondire le nozioni ippocratiche già estese che, in materia, possedeva, quel grande medico, in anatomia, in fisiologia, nella patologia delle complicazioni, ma si mostra assai approfondito nelle operazione negli interventi, nello strumentario ortopedico che spesso modifica e completa.

 
Conclusione

L’organizzazione mentale di Galeno è quella di uno scienziato, quadrato nel metodo sperimentale che egli seguiva coscienziosamente per quanto le possibilità a sua disposizione glielo potevano permettere. Pur tuttavia come abbiamo visto, egli non andò esente dall’influsso filosofico, evidente in alcune parti, recando, possiamo ben dire, un inquinamento che indebolì in alcuni punti l’efficacia del suo pensiero.

Galeno era convinto di aver fornito risposte definitive a molti misteri della natura, risposte che sarebbero sempre state venerate come verità assolute per quasi 1500 anni.

Egli cercava di spiegare un metodo, i posteri invece ritennero che ulteriore ricerche fossero superflue. Fino al XVI secolo i posteri ignorarono i principi che pure Galeno aveva individuato per la ricerca scientifica, si ignorarono quelle parti dei suoi trattati che descrivono il metodo sperimentale, per guardare i punti fermi delle sue risposte e non gli interrogativi che egli poneva. Invece di pensare si è colpevolmente assoggettata la mente alla memoria di Galeno

Galeno, il maestro dei secoli futuri, rimase l’autorità perfetta inconfutabile, il cui detto suonò dogma per oltre quindici secoli.


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