La figura del naturopata: un futuro di crescita guardando alla saggezza del passato
di Federica Zanoni

Rimpianti, forse qualche tristezza, ma anche tanti progetti per il futuro. Succede in occasione di tutti gli anniversari!

Così oggi, specie per coloro che hanno vissuto appieno questi 25 anni, si mischieranno molte emozioni diverse, ma comunque siamo qui e questo significa che la figura del naturopata pur viva e cresciuta, ha ancora un grande futuro in costruzione.

Se ci mettiamo alla prova in una sintesi di tutte le fonti cartacee o presenti in rete circa il significato del termine “naturopatia”, il concetto che scopriamo stare alla base è profondo e molto semplice al tempo stesso: i malesseri che colpiscono un individuo non possono essere analizzati in base ad una logica causa-effetto, ma devono tenere presente l’intera storia della persona, delle sue abitudini alimentari e sociali, i suoi atteggiamenti fisici e mentali. Su questa base è ovvio che, nel momento in cui questa disciplina si trasforma in una professione, si tratta di una attività difficile. Difficile perché è una professione delicata, che non può permettersi leggerezze in quanto collocata esattamente al centro di tutte le importanti implicazioni succitate.

Non facile come tutte le professioni per la verità, ma la sua gestione si rivela complicata dal fatto di non appartenere, inutile negarlo, ad un gruppo professionale che gode delle coperture, sicurezze e protezioni legali esattamente al pari di altre categorie di lavoratori e professionisti (nonostante gli sforzi che sono stati fatti e che hanno portato a grandi risultati e passi avanti sul piano legislativo! Grazie a tutti coloro che hanno lavorato e stanno lavorando in questo senso). Ecco quindi che, in situazioni come queste, le leggerezze non sono perdonate e si viene attesi sempre al varco! Ed è questa una delle due facce di quella leggerezza di cui ho parlato in precedenza e che non ci possiamo permettere. L’altro lato di tale leggerezza riguarda il punto più importante, ossia quella mancanza di attenzione che non si può assolutamente rischiare nel contesto di una professione che ha la persona e la sua salute psico-fisica come focus e scopo.

Spesso, durante i corsi di naturopatia, gli studenti giustamente si pongono questo quesito: “…ma quando si presenta un caso di questo o quel tipo e caratteristiche, come mi devo comportare?”. E per un docente è sempre piuttosto complicato rispondere, in quanto, al di là dei rimedi da protocollo, non esistono schemi e la risposta dovrà sempre e comunque far leva su un punto indiscutibile, ossia l’antico e conosciutissimo principio ippocratico: primum non nocere!

E questo “non nocere”, negli ultimi anni, credo si stia trasformando in un punto sempre più delicato. La sensazione è infatti che le persone colpite da un disagio o malessere stiano sviluppando una sensibilità sempre maggiore nei confronti dei cosiddetti “fattori ambientali”, genericamente intesi. Ciò in quanto gli stimoli si moltiplicano, i doveri aumentano a dismisura e con essi la necessità di esserne all’altezza. Si accrescono le problematiche sociali e lavorative e in molti casi la possibilità di lavorare per poter vivere discretamente si fa sempre più difficile, generando malesseri nati da insoddisfazioni, sensi di responsabilità e di colpa verso se stessi e la propria famiglia. La continua competizione professionale e/o scolastica in molti casi è tale da generare sintomi spesso sfumati (fino a vere e proprie malattie). Disagi quasi indecifrabili ma che spesso rappresentano il bandolo della matassa da dipanare e si tratta di problematiche in rapida evoluzione e in grande aumento. Ed è necessario essere pronti ad affrontarle, ma soprattutto a riconoscerle, in quanto spesso sono molto nascoste o espresse tra le righe.

Quindi l’essere tendenzialmente sano, ottica in cui la filosofia naturopatica vede l’individuo in grado di conservare e rafforzare lo stato di salute agendo direttamente sul proprio comportamento e stile di vita, diventa oggi la persona che cerca di orientarsi tra tali mille difficili condizionamenti e che spesso, in questo vortice, sviluppa squilibri e malattie.

La patologia è quindi il disagio che coinvolge la globalità dell’individuo e che, per scomparire, deve essere rimosso a partire dalle cause remote che lo hanno favorito, con attenzione alla persona, al suo terreno e alla sua ricchezza interiore. E come naturopati quali metodi possiamo impiegare per aiutare? Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro e su cosa possiamo fare forza?

Da un lato sicuramente dovremo insistere molto sulla nostra preparazione ed il ventaglio di strategie da studiare e approfondire in questo senso è molto ampio e multiforme. Dall’iridologia alla nutrizione, alla floriterapia, alla fitoterapia, all’idrotermofangoterapia, alla riflessologia… ma al di là di tali vie di riequilibrio il corpo è naturalmente predisposto alla salute e il naturopata, pur attraverso una seria preparazione, deve limitarsi a coadiuvarlo nel processo di guarigione, senza forzature, valorizzando la sua individuale capacità di reazione.

Il nostro futuro dovrà snodarsi perciò tra il riconoscimento, oltre il quadro clinico, delle individuali capacità di reazione della persona essendo pronti però alla duttilità, a cambiare strategia in corso d’opera per l’emergere forse di “sfumature” non prese in considerazione in precedenza, magari talvolta immersi in quella presuntuosa sicurezza che in tutti i campi e in tutte le professioni è sempre in agguato e non lascia indenni nemmeno i naturopati! Nel momento infatti in cui non si mette in conto in maniera preponderante, rispetto alla sicurezza in noi stessi e nei nostri strumenti di intervento, la persona stessa con il suo disagio, nelle mille sfaccettature che possono scaturire da un attento ascolto e da una osservazione rispettosa e non invasiva, certamente qualcosa di sbagliato sta succedendo e credo che, a questo punto, non si possa più essere definiti naturopati.

Quindi perché “un futuro dal passato” come si legge nel titolo di questo intervento? Perché, come dicevo, in questa difficile professione fatta di enorme attenzione, una grande sensibilità va sviluppata anche verso se stessi per poter coltivare una nostra struttura, un nostro “scheletro”, inteso come nostro modo d’essere, che ci permetta di essere ippocraticamente riservati ma non eccessivamente, seri ma non tristi, severi ma non arroganti, comprensivi ma esigenti nell’ imporre la terapia e così via

Le gentilezze e le amorevolezze verso il malato di eredità ippocratica che arrivavano fino a visite, discorsi, abiti e odori gradevoli per il piacere del malato, vanno, una volta adattate al nostro tempo, decisamente recuperate! E non è certo facile quando ognuno di noi vive le proprie problematiche di vita (magari le stesse di chi abbiamo di fronte) ma questo va fatto e questo credo vada sempre tenuto presente fin dai primi anni di studio delle discipline naturali.

Penso che il naturopata vada educato e soprattutto che si debba auto-educare prendendo su se stesso la responsabilità di essere sempre e comunque empatico, rispettando però la propria indole e non volendo imitare o ricalcare la professionalità o lo stile di qualcun altro in schemi fissi senza fine! Altrimenti questa professione rischia di non evolversi e rinnovarsi. Proprio in questo senso credo perciò che anche Luigi Costacurta vada ricordato nel suo ruolo di grande iridologo-naturopata e preso quindi come esempio. Non ha mai finto infatti di essere altro da se stesso nella sua tenacia, fermezza e intransigenza per il bene del malato, ma sempre sincero e limpido in questo atteggiamento privo di falsità. Ed anche in questo penso fermamente stia il futuro della figura del naturopata.

Recentemente ho letto un articolo molto ampio e completo dal titolo: Etica medica. Continua a stupire la fermezza che caratterizza le norme che si leggono nel testo greco1. Testo in questione: il Giuramento di Ippocrate e perché rimane ancora di attualità…per i medici!. In tale articolo, a parte l’esclusiva citazione della classe medica (?), veniva posta in particolare evidenza l’importanza dell’impostazione ippocratica che si legge nell’originale del Giuramento. Il legame tra metodo razionale e orientamento morale in un’ottica di educazione per i medici in cui spicca l’importanza del dialogo medico-paziente. Particolarmente sottolineata inoltre la fermezza di Ippocrate nel seguire i suoi stessi principi, dalla intransigenza nel rispettare il segreto professionale nell’esercizio della sua attività circa quanto visto o sentito, così per quanto concerneva la somministrazione di particolari medicinali, mettendo ovviamente in grande risalto il già citato: primum non nocere. Quindi nessun farmaco mortale andrà somministrato nemmeno se sarà richiesto e parimenti, si legge, nessuna pozione abortiva…la fermezza di Ippocrate è perciò un tratto caratteristico in un’epoca dove il medico era visto come una sorta di intermediario tra gli dei e gli uomini.

Stessa fermezza, in accordo con le proprie convinzioni e con la propria indole, anche per quanto riguarda Costacurta, ma in entrambi i casi con un punto ben fermo: nel rispetto della persona e del non nuocere, certa era la volontà di spingere il malato a prendere in mano la propria vita, ma soprattutto le proprie abitudini in una ricerca e crescita personale che deve vedere il naturopata fermare la propria possibilità di intervento. Ciò si riprometteva Costacurta.

Se qualcuno desidera recuperare la salute bisogna innanzitutto chiedergli se è pronto ad eliminare le cause della sua malattia, solo a questo punto è possibile aiutarlo”(Ippocrate). Quindi una netta somiglianza tra Ippocrate e Costacurta. Salute e malattia dipendono dalle nostre scelte di vita e ciascuno deve darsi carico personalmente senza delegare altri.

A conclusione di queste mie riflessioni attorno al significato della nostra bellissima professione, ciò penso quindi sia necessario portare con noi nel nostro futuro di crescita attingendo alla saggezza di queste due figure…Rispetto del malato in una comunicazione empatica ma in accordo con noi stessi, con la nostra indole, il nostro modo d’essere, anche fermo e intransigente se è il caso, ma sempre impostato con il grande intento di essere un appoggio e una guida. Dovremo perciò “coltivarci”, curarci e rispettarci amorevolmente tanto quanto ci viene richiesto di fare con le persone che si affidano a noi. Non dimenticando quanto asseriva Costacurta: “la semplicità è alla base della verità e della virtù. Il pericolo è nella complessità; quanto è di meglio in natura è sempre semplice e “normale” senza troppi sofismi e sofisticazioni…”



1 Corriere della Sera-giugno 2013.


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